Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

I limiti del protezionismo

«Corriere della Sera», 11 ottobre 1921

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 424-428

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 396-400

 

 

 

La protezione doganale è uno dei tantissimi casi di intervento dello stato; e come per tutti gli altri casi, anche per questo si può dire che esso può ammettersi soltanto quando si riesca a dimostrare che lo stato, intervenendo, arreca un qualche beneficio, economico o politico o militare o morale o sociale, alla collettività. Gli economisti non sono nemici per principio dei dazi doganali. Altrettanto varrebbe dire che essi sono nemici del carbon fossile per amore sviscerato verso la energia elettrica. Manifestamente siffatta posizione logica sarebbe assurda: poiché a volta a volta si deve preferire nei singoli casi il carbon fossile o l’energia elettrica a seconda della maggior convenienza comparativa. Rispetto ai dazi doganali protettivi, si deve soltanto avere disprezzo ed odio per i falsi ragionamenti con cui si vuol presentare per vantaggioso quello che è invece un danno o si vuol affermare congruo a raggiungere un fine un mezzo che vi è assolutamente disadatto.

 

 

L’onere della prova della necessità e della utilità di un dazio spetta a coloro che lo chieggono. Essi vogliono che il capitale ed il lavoro di un paese, invece di indirizzarsi spontaneamente a produrre le merci a cui si sentirebbero più adatti, quelle per cui potrebbero lavorare al minor costo comparativo, siano, dall’intervento dello stato, il quale con un dazio impedisce o rende difficile l’importazione di una data altra merce dall’estero, spinti a produrre quest’altra merce. Capitale e lavoro non produrrebbero questa merce la quale costa 10 e vale 8, perché ad 8 è offerta dall’estero. Con un dazio di 2 si porta il prezzo a 10 e si rende conveniente la produzione. E sia. Gli economisti non hanno nulla in contrario, purché si dica chiaramente e precisamente quale è lo scopo che si vuole ottenere imponendo alla collettività il sacrificio di 2 – pagare 10 quel che si potrebbe avere ad 8 è un sacrificio – e si dimostri, in modo anche approssimativamente persuasivo, che con quel mezzo (dazio) lo scopo verrà ottenuto. Non basta – se lo ficchino bene in testa gli industriali italiani – dire che un prodotto costa in Italia 10, mentre all’estero costa 8, per avere diritto ad avere un dazio di 2. Non basta, anche se inesplicabilmente la relazione Alessio, non certamente scritta da lui, se devo giudicarla dal linguaggio deplorevole in essa usato, per giustificare un dazio, non di rado scrive che esso è richiesto «in vista delle condizioni sfavorevoli, in cui questa industria si svolge da noi». E punto e basta (ad es. per la birra in fusti). Come se questa incredibile motivazione non dovesse invece essere sufficiente per far concludere che quella industria non deve essere protetta. Si protegge un’industria, che si svolge in condizioni sfavorevoli, se si spera che essa riuscirà a vincere questi ostacoli, o se essa è necessaria per la difesa del paese o se c’è insomma qualche altro motivo per proteggerla. Ma il divario nudo e crudo, dei costi, che pure l’argomento principe delle più recenti relazioni doganali (ahi! quanto diverse da quelle Lampertico – Ellena!) fa vergogna.

 

 

Per trovare i motivi di una ragionevole protezione doganale bisogna leggerli nei libri degli economisti che, soli, si diedero la pena di esporli, di precisarli, di limitarli. Esponiamone taluni, i più famosi, di quei casi, senza avere menomamente la pretesa di esaurirne l’elenco.

 

 

  • Uno sarebbe la preesistenza di una tariffa protettiva. Ogni persona di buon senso ammette che non si può passare dal regime di serra calda a quello dell’aria aperta. Neppure l’amico Giretti e cito il nome del più antico e tenace liberista italiano chiede l’abolizione immediata di tutti i dazi. Per ora si sarebbe, immagino, rassegnato a lasciar vivere i vecchi dazi, anche pagabili in oro. Ma, ricordiamolo bene, quel che col decreto Alessio si è fatto non è stato il conservare il muro esistente, ripararlo dove era sbrecciato, livellarne il culmine dove, per gli accidenti dei tempi, presentava ondulazioni incomprensibili. No. Tutto ciò l’avremmo tollerato per qualche anno anche noi liberisti, finché a cose più calme non fosse stato possibile procedere alla graduale demolizione. Noi gridiamo contro l’inconsulto, quasi generale elevamento del muro, cagione di alti costi, di formazione di nuovi potenti interessi acquisiti, di nuove e colossali trasposizioni di fortune da classi a classi, da regioni a regioni, dalle classi sventurate a redditi fissi a quelle arricchite a redditi variabili, dalle regioni più povere e più arretrate, specie del mezzogiorno, a quelle ricche e commerciali ed industriose dell’alta Italia. Su questo giornale non si difende, no, la causa dell’industria lombarda, come sguaiatamente insinuano i giornali dei siderurgici. Si difende la causa dei poveri, dei dimenticati, di quelli a cui la tariffa enorme porta via il pane di bocca. Ancor ieri un modesto pensionato ferroviario mi scriveva denunciandomi il rialzo da 7 a 9 lire al kg. del prezzo dell’olio estero di semi, che egli comperava per l’impossibilità di acquistare il troppo caro olio d’oliva, rialzo dovuto alla nuova tariffa doganale; e mi diceva che per lui il rialzo era cagione di disagio penoso. Noi difendiamo la causa di costoro, opponendoci alle esorbitanze della nuova tariffa.

 

  • Un altro caso sarebbe la necessità di assicurare, a costo di permanenti e gravi sacrifici, una industria necessaria per la fabbricazione dei materiali bellici. È un caso non inventato dopo il 1914: ché nei nostri libri si trovava scritto da tempo. Naturalmente, il caso non deve essere stiracchiato in guisa da servire a difendere i dazi universali, con la comoda teoria che tutto serve alla condotta della guerra. Trattasi delle sole industrie belliche in senso stretto, di quelle per cui testé alla conferenza di Ginevra si è discusso se non convenisse sottrarle addirittura all’industria privata per renderle industrie esclusivamente di stato, sia che questo le gerisca direttamente o le affidi a temporanei concessionari. È questa una tesi seria, suffragata da ottime ragioni; come è pure seria la tesi di coloro i quali sostengono doversi riservare all’uso pubblico e bellico i minerali di ferro dell’isola dell’Elba, i quali finora sono la migliore e più comoda nostra, purtroppo piccolissima, risorsa nazionale bellica.

 

  • Il terzo sarebbe quello, esposto dallo Stuart Mill, della necessità di subire un sacrificio attuale, rincarando con un dazio protettivo la vita per la generazione presente allo scopo di permettere ad un’industria nuova di affermarsi nei primi anni contrastati a pro delle generazioni venture. Ma lo stesso Stuart Mill notò poscia in una lettera famosa che della sua teoria delle industrie giovani o bambine o nuove si era abusato stranamente, facendo passare per giovani, industrie prive di qualsiasi possibilità di irrobustirsi, diventando adulte, e dichiarando sempre più giovani industrie che, per l’età veneranda, meritavano invece il titolo di decrepite. Chi giudica della gioventù e dell’attitudine a raggiungere l’età adulta della vita autonoma, senza dande di dazi? Chi stabilisce il periodo di allevamento, passato il quale inesorabilmente bisogna abolire i dazi protettivi? In Italia, ad ogni rinnovazione di tariffe, nel 1878, nel 1887, nel 1921, le stesse industrie diventano sempre più bambine; nessuna dichiara di essere arrivata alla virilità. Eppure, sono passati tanti anni!

 

 

List, il grande teorico del protezionismo, insieme con l’Hamilton, espose in termini diversi il medesimo concetto: dallo stadio agricolo non si passa spontaneamente allo stato industriale. Bisogna creare l’ambiente in cui l’industria possa svilupparsi; capitalisti, imprenditori, operai sorgono più facilmente quando esiste già qualcosa, quando ci sono già imprese impiantate, quando la cultura industriale, il gusto e l’amore per il rischio industriale sono già sviluppati. In un ambiente adatto i fermenti del progresso industriale agiscono più facilmente. Ma se ben si guarda, la teoria del List si riduce sostanzialmente a quella del Mill. Non si crea l’ambiente industriale promuovendo industrie incapaci di divenire adulte; l’insuccesso scoraggia invece di promuovere le iniziative ulteriori. L’ambiente listiano si crea scegliendo e proteggendo quelle sole industrie che veramente sono adatte al paese e che devono superare l’ostacolo iniziale della trasformazione dall’agricoltura all’industria.

 

 

L’insuccesso e gli errori ed i danni del protezionismo, contro di cui gli economisti combattono, derivano dall’avere trascurato le limitazioni necessarie, dall’avere fatto intervenire lo stato anche dove il suo intervento è dannoso, dall’avere trasformato una ricerca tecnico – economica in un do ut des politico, in cui trionfano i procaccianti, i furbi, i forti politicamente. Ancor ieri, l’«Economist» di Londra, forse il più antico organo del libero scambio, esclamava: «Il nuovo protezionismo delle industrie chiave e dell’antidumping, così come è stato organizzato in Inghilterra, non ci fa paura. Se prima di attuare un dazio sarà necessario che l’industria la quale reclama un dazio provi, caso per caso, in contraddittorio con le industrie consumatrici dei suoi prodotti, e dinanzi a un tribunale di tecnici e di economisti, che il dazio è legittimato dai motivi voluti dal legislatore, noi possiamo star tranquilli. In Inghilterra saranno ben rari i casi di dazi; e quei dazi saranno concessi in seguito ad una discussione tanto serrata e probante che ci sarà davvero una gran probabilità che qualche interesse pubblico sia tutelato dall’intervento statale». Sono pronti i protezionisti italiani a consentire che i dazi protettivi entrino in vigore, come fu stabilito in Inghilterra, solo dopo un processo pubblico, caso per caso, dazio per dazio, in contraddittorio con i contro – interessati, e dinanzi ad un tribunale di periti, salvo sempre il giudizio del parlamento? Sono pronti a copiare la legge inglese, intorno a cui essi fanno tanto baccano, come se significasse la conversione al protezionismo della liberista Inghilterra? E se non son pronti, la loro repugnanza che cosa significa fuorché il desiderio di ottenere protezione anche quando questa non risponde a nessun interesse pubblico?

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