I metodi ed il costo dei salvataggi bancari

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/10/1923

I metodi ed il costo dei salvataggi bancari

«Corriere della Sera», 5 ottobre 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 382-388

 

 

 

Alcuni recenti avvenimenti, come l’assemblea generale del Banco di Roma ed il nervosismo delle borse su certi titoli bancari hanno nuovamente attirato l’attenzione del pubblico sulle faccende bancarie del nostro paese. Dopo la chiusura degli sportelli della Banca italiana di sconto (29 dicembre 1921) sembrava si fosse entrati in quel periodo grigio della storia delle banche, che si chiama di liquidazione, perché ha per iscopo di liquidare le perdite del passato e di ridurre al netto quanto ancora rimane di attivo nel patrimonio degli istituti sofferenti. Senonché, la crisi non era finita con la moratoria della Banca di sconto. L’altro giorno, il principe Francesco Boncompagni Ludovisi ed il comm. V.C. Vitali, presidente l’uno e direttore generale l’altro del Banco di Roma hanno ufficialmente confessato, con parole che più chiare ad essi non era possibile usare, la verità di quanto da tempo si andava dicendo entro e fuori gli ambienti bancari: che cioè anche il Banco di Roma aveva attraversato una grave crisi. Non è vero, dichiarano essi, che il Banco di Roma soffrisse solo per le ripercussioni inevitabili del disastro della Sconto:

 

 

«La crisi del dopoguerra e la caduta della Banca di sconto sorpresero il Banco di Roma in condizioni di minorata resistenza, perché l’enorme afflusso di disponibilità, formatosi dal 1918 al 1920 ed i facili successi dell’immediato dopoguerra, avevano spinto l’amministrazione ad una troppo rapida espansione della rete di dipendenze e ad una spiccata tendenza per gli affari speculativi, segni caratteristici di una gestione bancaria alla quale faccia difetto, nel periodo dei successi, la doverosa preoccupazione delle possibilità di crisi. Il numero delle filiali saliva infatti nel detto triennio da settanta a duecento, colle deplorevoli conseguenze dell’affrettata scelta del personale e dei meno perfetti controlli. D’altra parte i capitali venivano destinati con eccessiva confidenza e larghezza alle partecipazioni industriali e ad ogni genere di intraprese, così da rendere malagevole di curarne scrupolosamente il seguito mediante una esperta organizzazione di sorveglianza».

 

 

Non potevasi con parole più appropriate confessare che i dirigenti passati del Banco di Roma persero somme enormi per megalomania e inesperienza bancaria, ossia per gli stessi peccati i quali mandarono a picco la Banca di sconto. La confessione, oramai, può essere fatta dagli uomini nuovi preposti al Banco, perché la perdita è liquidata e rimarginata. Acqua passata non macina più. Gli attuali dirigenti del Banco di Roma come quelli della Banca nazionale di credito, possono tranquillamente dichiarare i falli del passato ed assicurare azionisti e pubblico intorno alla loro prudenza avvenire.

 

 

Sarebbe molto bene che una analoga dichiarazione potesse essere fatta dai dirigenti di altri istituti bancari. Non intendo accennare affatto agli istituti maggiori, bensì a taluno dei minori istituti locali, assaliti anch’essi dalla megalomania della rapida crescita. L’esempio tipico, già arrivato al suo naturale termine, fu quello della Cassa rurale di Bagnolo, piccolo villaggio piemontese, assurto a gran fama per la straordinaria abilità con cui un sacerdote ed un uomo politico seppero accentrare depositi a milioni e disperderli in avventate imprese di commercio di frutta, di grandiosi stabilimenti male ideati e simili allegrie, trascinando nella rovina circa duecento contadini proprietari, divenuti, senza saperlo, soci a responsabilità illimitata e solidaria della singolare istituzione e ponendo in pericolo tutto un gruppo numeroso di casse rurali cattoliche sparse per il Piemonte.

 

 

Sarebbe molto bene che, se vi sono, tra i minori istituti altri travagliantisi in difficoltà, i dirigenti siano costretti presto a recitare pubblicamente il mea culpa. Sarà tanto di guadagnato per la chiarificazione del credito italiano e per la ripresa avvenire.

 

 

Liquidare le perdite del passato e ricominciare una via nuova, è ottima cosa ed augurabile a tutti coloro che si trovano in simili distrette. Ma, chiedesi sovratutto, come si poté giungere a tanto?

 

 

I metodi per giungervi sono molti, e, per semplicità, si possono ridurre a tre tipi principali:

 

 

1)    il fallimento. Fu, recentemente, il metodo adottato per piccola Cassa rurale di Bagnolo. L’uomo politico popolare che ne era a capo non riuscì più, in tempi fortunosi per il popolarismo, ad ottenere l’intervento di nessuno e la Cassa dovette fallire. Il fallimento si potrebbe anche chiamare il metodo classico, il solo metodo risanatore a fondo, il quale non lascia tracce fastidiose dopo di sé. Nei paesi classici delle banche, Inghilterra e Stati uniti, è il solo metodo conosciuto. Il governo sta a vedere, la borsa, dopo aver lasciato cadere i titoli delle banche fallite a zero, se ne lava le mani. Chi ha peccato paga; e chi ha voglia di peccare sa che nessuno gli porgerà la mano per trarlo in salvamento nell’ora del pericolo. Dove questo metodo è adottato, si può credere che le promesse del peccatore di non fallare più siano sincere, ché troppo gli costarono gli sbagli passati;

 

 

2)    l’intervento di altre banche. Una banca con un capitale proprio di 200 milioni ed una massa di depositi di 1.000 milioni, ha perso in speculazioni avventate 500 milioni? Ossia tutto il capitale proprio e 300 milioni di depositi altrui? Può darsi che altre banche private, in momenti difficili, abbiano interesse a rilevare la posizione ed a garantire in pieno il rimborso dei depositi, lasciando andare a male solo i 200 milioni proprii degli azionisti. Le banche, quando si decidono a tirar fuori, tutte insieme, 300 milioni lo fanno per ottime ragioni:

 

 

  • perché temono che, se la banca dissestata chiude gli sportelli, prendano paura anche i depositanti proprii, con danni, per esse medesime, forse più gravi di 300 milioni;

 

 

  • perché sperano che, tenendo, per qualche anno, a balia gli investimenti avventati, alcuni di questi ridiventino buoni e la perdita, che oggi sarebbe certamente di 300 milioni, si riduce a 150 od a 100.

 

 

Nessuna critica può farsi a tale forma di intervento; poiché essa è incerta e subordinata all’interesse delle banche salvatrici e non a quello della banca salvata. Un banchiere non è incoraggiato a malfare dall’esempio dei salvataggi verificatisi in passato, poiché in avvenire essi si ripeteranno solo se e quando ciò convenga alle banche intervenute, quando cioè il momento sia critico per tutti e si debba fare una scelta tra due mali. Su un così fragile fondamento di speranza, nessun banchiere diventa megalomane o si lascia sopraffare, come confessano oggi gli attuali dirigenti essere accaduto in passato pel Banco di Roma da «intromissioni di partito o da influenze affaristiche».

 

 

3)    Purtroppo, tale non fu il metodo di salvataggio usato per la Banca di sconto e per il Banco di Roma. Il metodo scelto fu il terzo tipico, ossia il salvataggio coi danari dei contribuenti. Di ciò non ha colpa l’attuale governo, se non in quella limitata misura in cui può essere rincrescevole dover seguitare a battere una strada aperta dagli antecessori. Questi cominciarono a mandar fuori un regio decreto 12 novembre 1921, il quale disponeva l’accantonamento di una terza parte della tassa straordinaria sulla circolazione degli istituti di emissione per il periodo dall’1 luglio 1921 al 31 dicembre 1923, per essere investita in buoni del tesoro ordinari allo scopo di costituire un fondo di riserva, che al 31 dicembre 1923 doveva essere devoluto al tesoro, a meno che, a causa delle eccezionali condizioni del credito e della economia nazionale, gli istituti non avessero potuto assegnare al capitale versato (per la Banca d’Italia) o al patrimonio (per i due Banchi meridionali) un compenso del 5 per cento. In tal caso dal fondo di riserva doveva essere prelevata una quota atta a colmare, a favore degli istituti, la deficienza. Segue un R.D. 2 gennaio 1923, il quale estende l’accantonamento sino al 31 dicembre 1925 e lo eleva, a partire dall’1 gennaio 1922, ai tre quarti della tassa straordinaria di circolazione. Il fondo però non poteva essere chiamato a coprire perdite degli istituti di emissione se non nel caso che «nessun beneficio» si fosse potuto ripartire al capitale nei quattro esercizi dal 1922 al 1925. Finalmente, l’ultimo decreto 28 settembre 1923, proroga l’accantonamento dei tre quarti al 31 dicembre 1930 e dichiara che il fondo servirà a coprire le perdite dei tre Banchi, purché la Banca d’Italia non distribuisca un dividendo maggiore di 60 lire ed i due Banchi di Napoli e di Sicilia non abbiano un reddito netto superiore al 5% del patrimonio.

 

 

Tutto ciò forse non ha un significato chiarissimo ed immediato; e conviene perciò spiegarlo ricordando che lo stato, accordando ai tre Banchi di emissione il privilegio di emettere biglietti – privilegio che scadeva al 31 dicembre 1923 e fu prorogato col decreto del 2 gennaio al 31 dicembre 1925 e col decreto del 28 settembre al 31 dicembre 1930 – accorda qualcosa che ha gran valore. Poter emettere un biglietto da 1.000 lire, vuol dire poter stampare un pezzo di carta, che costerà 1 lira o 2 lire, che richiederà qualche altra lira per registrazioni, rinnovazioni ecc. ecc., ma può essere dato a mutuo a chi ne ha bisogno facendosi pagare 50, o 60 lire all’anno di interessi. Lo stato fa benissimo a concedere ai tre Banchi questo privilegio, che se l’usasse lui direttamente, sarebbero guai; ed ha fatto benissimo il De Stefani a prorogarlo prima al 1925 e poi al 1930 perché, in questi tempi di trambusti monetari, non si poteva pensare a mutamenti. Ma lo stato deve farsi pagare il privilegio. Ciò è pacifico e ciò si fa in due modi principali: dividendo la massa dei biglietti emessi in tre parti: l’una per conto dello Stato, la quale non ci interessa qui, perché i Banchi non ci lucrano sopra nulla, trattandosi di biglietti consegnati al tesoro; la seconda ordinaria per conto del commercio e la terza straordinaria pure per conto del commercio. All’ingrosso, si può dire, che i 9 miliardi di biglietti emessi per conto del commercio, si dividono per metà tra la circolazione ordinaria e quella straordinaria. La circolazione ordinaria serve a pagar le spese della gestione bancaria, fra cui vi è il mantenimento di una certa riserva metallica, a sopportare i rischi di perdite, a pagare le imposte e a dare un utile. Se l’utile eccede il 5%, l’erario riscuote prima il terzo, fino al 6%, e poi la metà degli utili stessi. Il sistema è ottimo e non occorre cambiarlo.

 

 

La circolazione straordinaria, quasi tutta emessa sotto la pressione della guerra, dà utili straordinari, non necessari ai tre Banchi. Anzi sarebbe dannoso che i tre Banchi ne traessero profitto, perché essi sarebbero incoraggiati ad aumentare la circolazione, a stampare biglietti per imprestarli a chi promettesse di pagare il 6 per cento. Assai saviamente, perciò, il legislatore volle che i Banchi potessero, se lo ritenevano necessario, emettere biglietti in eccedenza alla circolazione ordinaria; ma pagassero una «tassa straordinaria» di circolazione uguale all’intiera ragione dello sconto. Mutuano il biglietto al 6%? Paghino una tassa del 6 per cento. In tal modo gli istituti andranno guardinghi in tali emissioni, perché non ne trarranno alcun utile e dovranno subire tutte le spese ed i rischi dell’operazione. Ed è corretto che l’intiero provento delle operazioni spetti al tesoro, come compenso parziale al danno che le eccessive emissioni di biglietti fanno subire al pubblico sotto forma di aumento di prezzi.

 

 

Orbene, il salvataggio della Banca di sconto e quello, annunciato nell’ultima assemblea, del Banco di Roma, furono compiuti colla rinuncia da parte dello stato ad un terzo per i sei mesi dal primo luglio al 31 dicembre 1921 e ai tre quarti per i nove anni dal primo gennaio 1922 al 31 dicembre 1930 dell’importo di questa tassa straordinaria di circolazione, di esclusiva spettanza dello stato medesimo. A quanto ammonta il sacrificio?

 

 

Dalla relazione del direttore generale della Banca d’Italia per il 1922 risulta che al 31 dicembre 1922 si era già accumulato, con tale rinuncia, un fondo di:

 

 

 

lire 237.750.000

 

Calcolando per i restanti 8 anni una cifra media annua

di 230 milioni di lire si accantoneranno altre

lire 1.840.000.000

Totale

lire 2.077.750.000

 

 

In cifra tonda il salvataggio dei Banchi costerà al contribuente italiano – minor provento per l’erario vuol dire maggiori imposte per i contribuenti – due miliardi e 100 milioni di lire.

 

 

Forse la perdita è superiore per circostanze su cui la brevità non consente dilungarci; e forse essa giungerà ai due miliardi e mezzo.

 

 

La cifra è grossa. Dopo aver detto che la colpa è sovratutto di governi passati e solo in minor parte, per la logica delle conseguenze, del governo presente, debbo affrettarmi a scagionare anche i ministri passati. Ricordo vivamente i vituperi che mi giunsero d’ogni parte e, come se i vituperi non bastassero, le minacce che mi furono scritte solo perché molto temperatamente e timidamente, osai dire che lo stato doveva lavarsi le mani della faccenda del Banco sconto. Sarebbe ingiusto accusare questo o quel ministro per gli interventi bancari. Questi furono imposti da una opinione pubblica sovraeccitata e persuasa che era dovere dello stato salvare i depositanti delle banche, impedire la rovina del credito, tutelare istituti nazionali contro le mene dello straniero ecc. ecc.

 

 

Contro queste ondate sentimentali non potevano resistere i governi. Solo il tempo, l’inesorabile tempo si incarica di mettere in chiaro la verità, ad ammaestramento dei posteri. Il tempo ci ha insegnato:

 

 

  • che le perdite per speculazioni sbagliate restano perdite, anche dopo gli interventi. Nessuno stato riesce a ridar vita ai miliardi scomparsi. Se lo stato italiano non fosse intervenuto, azionisti, depositanti e creditori avrebbero dovuto, essi, perdere i 2 miliardi e mezzo, od avrebbero dovuto perdere 2 miliardi e mezzo di più di quanto perdettero. Essendo lo stato intervenuto, ciò non accadde; ma siccome il buco c’era, lo tureranno un po’ per volta, con le imposte, i contribuenti italiani;

 

 

  • l’intervento dello stato ha fatto sì che chi ha rotto non ha pagato affatto o non ha pagato se non in piccola parte. Paga un altro, che non c’entrava per niente e cioè il contribuente italiano. Si può immaginare una procedura più pericolosa, più atta ad incoraggiare i banchieri a speculare pazzamente coi danari dei depositanti? Non dico ciò per gli attuali Banchi e neppure per i successori dei due Banchi in passato dissestati o squilibrati. Oggi non sorride a nessuno di ripetere un’esperienza così poco lieta. Ma chi ci può garantire che, in avvenire, in un avvenire che speriamo lontano, un qualche megalomane voglia ripetere l’esperienza della Banca di sconto, sicuro che, al momento critico, un’opinione pubblica male indirizzata costringerà il governo al salvataggio con i danari di tutti e di nessuno?

 

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