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La Tribuna

I milioni degli emigranti

«La Tribuna», 22 novembre 1904

 

 

 

La legge sulla emigrazione ha dato origine ad un fenomeno che a molti appare siffattamente strano, da meritare che lo si faccia cessare subito. Il fatto è questo. Siccome ogni emigrante deve pagare otto lire di tassa, a poco a poco queste otto lire si sono accumulate nelle casse del Commissariato ed hanno costituito un bel gruzzolo di circa quattro milioni di lire. S’intende che il senatore Bodio ha potuto lasciare al suo successore una così egregia somma dopo aver impiantato largamente tutti i servizi del nuovo Commissariato e dopo avere assolto, nei tre anni di suo governo, il suo dovere di protezione verso gli emigranti, come meglio non si sarebbe potuto desiderare. Chiunque abbia letto la magistrale relazione da lui scritta alla vigilia di lasciare il suo posto, deve averne riportata una impressione di soddisfazione e di orgoglio, al pensare che un servizio pubblico sia stato iniziato con tanto fervore di bene e con tanto splendore di sapienza.

 

 

«Ma l’opera sinora compiuta non basta; – hanno detto taluni ed hanno anzi ripetuto nell’ultima riunione del Consiglio dell’Emigrazione: rispettabile accademia dove persone egregie di diversa fede convengono ogni anno a scambiarsi delle idee dottamente e brillantemente esposte, a vantaggio, si comprende, degli emigranti. Il fatto inaudito che il Commissariato possiede quattro milioni di lire che lascia inoperose presso la Cassa depositi e prestiti è un vero controsenso. In Italia non è mai successo che lo Stato non sapesse come spendere i denari dei contribuenti. Se c’è un fondo per l’emigrazione e non un disavanzo, ciò è contrario a tutte le buone regole, ciò vuol dire che il Commissariato non fa tutto quello che deve a favore degli emigranti. L’opera sua è stata finora troppo meschina e ridotta. Esso si è contentato di vegliare a che vettori, agenti e subagenti di emigrazione non derubassero l’emigrazione prima, durante e dopo l’imbarco; esso si cura di mandare medici ed ispettori sulle navi per assicurarsi che il vitto non sia malsano e che i dormitori non siano tane immonde; esso invia all’estero ispettori per riferire sui luoghi dove è più conveniente di incanalare o dove è necessario impedire l’emigrazione; esso sussidia benemerito opere di patronato che proteggono l’emigrante nei primi passi della sua nuova vita. Si, tutto ciò è qualche cosa ma è troppo peso: è una semplice opera di polizia, a cui avrebbe bastato una divisione allargata del Ministero degli interni. Ben oltre, più grandiosa ed alta deve essere la nuova opera del Commissariato: è una nuova e più grande Italia che deve essere creata all’estero, sono i nuclei compatti e forti della gente nostra che devono essere favoriti dal Governo italiano nelle terre del sud America, allo scopo di opporsi alla scomparsa della lingua e della cultura italiana. Perciò si fondino delle grandi imprese di colonizzazione per comprare vasti territori nell’Argentina, nel Brasile ed anche in qualche regione africana adatta alla nostra penetrazione; si invitino i capitali italiani ad affluire volenterosi in queste intraprese, per mezzo di una garanzia di un minimo di interessi concesso sul Fondo per l’emigrazione. In tal modo il capitale ed il lavoro italiano emulerebbero, riuniti, le grandiose intraprese coloniali dell’Inghilterra o della Germania. L’emigrante italiano non dovrebbe più andare ramingo per terra straniera a farsi sfruttare dal capitale straniero; ma, sicuro di sé, si affiderebbe al capitale italiano, lieto della speranza di potere ben presto diventare proprietario della terra da lui coltivata, rimborsando il valore delle anticipazioni ottenute alla intrapresa colonizzatrice, che potrebbe altrove dare inizio alla fondazione di nuovi nuclei coloniali. E così di zolla in zolla si stenderebbe la civiltà italiana ed un’armonia nuovissima tra capitale e lavoro aprirebbe la via a grandiosi orizzonti».

 

 

Queste le idee prevalenti o manifestatesi nel Consiglio dell’Emigrazione.

 

 

Chi scrive non è sospetto di essere un nemico della più grande Italia, poiché se ne fece l’apostolo anni or sono, quando pochi ci pensavano. Ma non può mestamente trattenersi dal pensare che se le buone idee fanno strada, qualche volta degenerano in malo modo. Ed una cattiva degenerazione della idea di una più grande Italia, ci sembra questa delle imprese di colonizzazione sussidiate o garantite dallo Stato; una degenerazione non solo cattiva ma siffattamente pericolosa, che crediamo doveroso associarci al grido d’allarme che nell’ultimo fascicolo della Riforma sociale eleva Attilio Cabiati in un articolo forte di una scienza penetrante e di una critica viva ed onesta.

 

 

L’articolo è una critica dei progetti presentati dal Nathan e dallo Scalabrini all’ultima sessione del Consiglio dell’emigrazione, che ebbe a discuterli lungamente senza, per fortuna, nulla concludere. Diciamo «per fortuna» poiché – senza voler far torto agli intendimenti certo nobili delle egregie persone che lo presentarono – le intraprese di colonizzazione sussidiate dallo Stato non possono essere se non una canzonatura od un salto nel buio. Una canzonatura, se la garanzia di interessi viene tenuta entro quei limiti che la più elementare prudenza consiglia di non oltrepassare. È vero che oggi ci sono 4 milioni in cassa; ma chi sa dirci se l’emigrazione permanente continuerà nella stessa misura d’oggi! Ragion vuol quindi che non si impegni per l’avvenire se non una parte di ciò che si può con certezza presumere di incassare sempre. Ed allora il Senatore Bodio nella sua relazione calcola che sacrificando 320.000 lire all’anno per anticipazioni di interessi, si farebbe dono di 134 lire a testa a 2330 emigranti all’anno, vale a dire a meno di un individuo per cento di quanti partono ogni anno dall’Italia per la sola America!

 

 

Se poi si volesse fare davvero la nuova Italia all’estero, allora la garanzia di interessi dovrebbe assumere proporzioni enormi ed oltrepassare di qualche milione il bilancio del Commissariato.

 

 

Né queste sono le maggiori obbiezioni.

 

 

Il Cabiati ha limpidamente dimostrato che la garanzia di interessi deve necessariamente condurre ad uno sperpero di capitali e ad uno sperpero fatto a danno dei più miserabili fra i contribuenti. Ed infatti con quale criterio lo Stato potrà giudicare che queste o quelle imprese sono utili e conviene sussidiarle?

 

 

L’unico criterio (e qui i fautori delle garanzie di interessi devono fermarsi) per giudicare se una intrapresa di colonizzazione sia proficua o non, è la sua produttività. Ma se una intrapresa è veramente produttiva, i capitali, che oggi non sanno come impiegarsi, accorreranno a gara senza bisogno di garanzia. «Ma accorreranno i capitali forestieri – sento rispondermi – più mobili, più audaci, più organizzati. La garanzia di interessi servirebbe appunto a stimolare i capitalisti italiani, a far loro affrontare senza pericolo il viaggio attraverso l’Oceano».

 

 

Ora questo ci sembra, in verità, un ben strano modo di ragionare. Per togliere la timidità ai capitali italiani, bisognerebbe allora metterli tutti nelle condizioni dei titoli di rendite. Certo è che i capitali a cui sia garantito un 3 o un 3 e mezzo per cento, oltre la speranza di utili, possono emigrare all’estero. Ma credete voi con ciò di averli veramente audaci? O non avrete invece creato delle nuove forme – pericolosissime – di debito pubblico pronto ad inabissarsi nelle intraprese coloniali più sballate, sicuro delle garanzie governative! Oggi la garanzia di interessi di dà ai Nathan ed agli Scalabrini, persone degnissime e rispettabili; ma aspettate che nel mondo degli affaristi, dei capitalisti sollecitatori e piaggiatori dei partiti politici dominanti nel Consiglio dell’emigrazione si sparga l’opinione, che è possibile ottenere delle garanzie di interessi dello Stato e vedrete quante intraprese di colonizzazione sorgeranno, tutte patriottiche, tutte seconde di splendidi risultati economici per la madre patria, e che poi in realtà si paleseranno poco dissimili dalle ferrovie elettorali di non lieta memoria!

 

 

Eppoi! È lecito adoperare il denaro pagato a frusto a frusto dai contribuenti più poveri d’Italia, da quelli che abbandonano il suolo patrio perché questo non da loro da vivere a sufficienza; è lecito adoperare questo denaro per sussidiare dalle intraprese che potranno essere utili ai promotori, ma di cui l’utile agli emigranti è più che lontano e problematico?

 

 

No. Continui il Commissariato nella via finora percorsa, allarghi ed intensifichi magari l’opera sua utile di polizia e di protezione, diffonda anche cognizioni interne ai terreni ed alle culture dei paesi nuovi, sospinga con le sue informazioni le Banche esistenti ed il Banco di Napoli, non solo a trasportare i denari degli emigranti in Italia, ma anche a trasportare il denaro dei capitalisti italiani nei luoghi di emigrazione; sussidi largamente le scuole fondate dal patriottismo dei nostri coloni nell’America; e facendo ciò avrà bene meritato della patria. Ma non si faccia contro speculazioni finanziarie, di emissione di azioni, di creazioni di imprese. Utilissime se lasciate a sé, le intraprese di colonizzazione gittano sempre un’ombra di sospetto e di affarismo sullo Stato che vi si impelaga.

 

 

Che se proprio i sapienti del Consiglio Dell’Emigrazione non sapranno cosa farsene dei milioni che hanno in casa, facciano una cosa molto semplice e molto giusta: propongono di ridurre la tassa da otto a quattro od anche a 2 lire per emigrante. Tanto il Commissariato non esiste allo scopo di spendere il denaro dei più miserabili degli italiani; ma fu creato per ridurre la somma dei mali da cui gli emigranti sono oppressi. E quale aggressione più antipatica dell’obbligo fatto loro di pagare un diritto di licenza per abbandonare la patria? Facendo così, si raggiungerà anche un altro beneficio; che non essendoci più così grossi fondi da amministrare, non si scateneranno tanto più cupidigie attorno al Commissariato dell’Emigrazione; ed il successore dell’on. Bodio non dovrà più fare gli sforzi erculei da questi sopportati per difendere i quattrini dei poveri dagli artigli degli avvoltoi.

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