I milioni del consorzio nazionale per Messina e Reggio?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 06/01/1909

I milioni del consorzio nazionale per Messina e Reggio?

«Corriere della Sera», 6 gennaio 1909

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 638-640

 

 

Da più parti veniamo sollecitati a chiarire un’idea, che fu già messa innanzi in altre occasioni e che oggi pare adatta a darci i mezzi di venire in aiuto alle regioni così duramente provate dalla sventura. La proposta sarebbe quella di destinare, in tutto od in parte, alla redenzione materiale di Messina e di Reggio Calabria i 70 milioni circa del patrimonio posseduto dal Consorzio nazionale. E poiché indubbiamente la proposta parte da un generoso impulso dell’animo, è doveroso discuterla serenamente, benché io debba avvertire subito di non potere in essa consentire.

 

 

Il Consorzio nazionale, sorto nel 1866 in Torino, per iniziativa del Bottero, il valoroso giornalista e patriota fondatore della «Gazzetta del popolo» e sotto la presidenza del principe Eugenio di Savoia-Carignano, possiede un cospicuo patrimonio proprio, proveniente da elargizioni di municipi, enti morali e moltissimi privati. Vollero costoro, in un momento di patriottico entusiasmo, che le somme da essi donate fossero investite nella compera dei titoli di debito pubblico italiano e che nella medesima guisa si investissero gli interessi, fino al giorno che, per virtù della moltiplicazione degli interessi, il consorzio fosse venuto in possesso di tutti i titoli del debito nazionale. In quel giorno il debito nazionale sarebbe stato estinto, poiché con quello scopo appunto era sorto, per carità di patria, in momenti di credito bassissimo, il nuovo ente. Economisti e finanzieri oggi, immemori del passato, usano irridere al consorzio ed ai suoi fini; ma l’unico argomento addotto è questo: che lo stato contrarrà più in fretta nuovi debiti, di quanto il consorzio non riesca ad accumulare titoli di debiti vecchi, cosicché la sua è un’opera di sisifo. Osservazione non concludente, poiché, se il consorzio non può impedire che lo stato faccia nuovi debiti (non però lo provoca esso a farne), non cessa dal comprare titoli di debito pubblico (e cioè non cessa dal diminuirne la quantità reale) e dal comprarne in quantità vie maggiori quanto più si proceda col tempo. Ognuno di noi, se fosse costretto a fare un nuovo debito di 100 lire, si dichiarerebbe lieto di veder scemare almeno, ad opera di altri, il debito vecchio da 1.000 a 950. Non si deve tacere inoltre, che qualcosa di bene ha già operato il consorzio, poiché ha costituito una domanda, continuamente operosa, di titoli pubblici, la quale non è stata ultima cagione del loro progressivo aumentare di valore.

 

 

Contuttociò è talmente grande la sciagura che ci ha colpito che io rinuncerei, sebbene con dolore, alla speranza di vedere attuato il programma dei nostri padri, ove la rinuncia potesse essere feconda di un risultato diverso da quello che si può, volendo, in altra guisa ottenere. Ma così non è. Destinare il patrimonio del Consorzio nazionale a sollievo delle popolazioni calabro-sicule equivale, né più né meno, a fare un nuovo debito. A che pro ricorrere ad un surrogato, quando si ritenesse opportuno di fare un debito?

 

 

Che l’incameramento del patrimonio del consorzio e l’accensione di un nuovo debito siano l’istessa cosa è agevole dimostrarlo. Se il consorzio possedesse 70 milioni di lire in denaro contante, finora sottratto alla circolazione, l’incamerare quella somma varrebbe a procurare, senza ricorrere al mercato, o, in altre parole, al fondo del risparmio nazionale una risorsa apprezzabile e vistosa al governo. Così non è. Il consorzio possiede invece 70 milioni di lire di cartelle di debito pubblico; e lo stato, ove le incamerasse, dovrebbe necessariamente vendere quelle cartelle sul mercato. O che differenza esiste fra il vendere sul mercato 70 milioni di lire di titoli vecchi, finora appartenenti al consorzio, e 70 milioni di titoli da stamparsi ex novo? In entrambi i casi lo stato fa un debito nuovo; poiché nel primo caso (delle rendite consorziali) lo stato soltanto figurativamente si può considerare oggi come un vero debitore. In realtà lo stato è debitore verso un ente il quale adempie una altissima funzione propria dello stato medesimo: ammortizzare il debito pubblico. Per l’ammontare del patrimonio già posseduto dal consorzio, quel fine si può considerare come raggiunto ed il debito è in realtà estinto, seppure apparentemente esistente. Ove dunque lo stato si appropri nuovamente quei titoli, che per statuto erano fin qui obbligatoriamente immobilizzati per sempre nelle casse del consorzio e li venda ad altri privati, è come se facesse con questi privati un nuovo debito, realmente esistente, mentre quello col consorzio era in sostanza figurativo. L’unico vantaggio, miserrimo, sarebbe che lo stato non pagherebbe più al consorzio gli interessi annui sul debito distrutto. Dico male «miserrimo vantaggio», perché quel risparmio tornerebbe a questo: che non solo lo stato italiano non sente in sé la forza di ridurre il proprio debito, ma neppure consente che privati, mossi da spirito patriottico, lo redimano con denari di loro proprietà!

 

 

Almeno l’incameramento ci evitasse di ricorrere al credito pubblico, di emettere sul mercato nuovi titoli, eventualità che oggi governo, alta banca, eminenti finanzieri ritengono dannosa! Le cose or discorse mettono in chiaro come neppure questo fine possa ottenersi. Giova ripeterci. Lo stato, incamerando il patrimonio del consorzio, si troverebbe possessore di cartelle di rendita e siccome queste, in qualità di pezzi di carta, non possono direttamente giovare alle province devastate, dovrà necessariamente venderle. Mettere sul mercato 70 milioni di titoli di debito, vecchi bensì, ma già sottratti al mercato e tali che non vi sarebbero ritornati mai, equivale a mettere sul mercato 70 milioni di titoli nuovi. Le due operazioni sottrarrebbero nell’identica maniera un fondo di 70 milioni di lire al risparmio nazionale attuale degli italiani.

 

 

Certo un sacrificio gli italiani dovranno sopportarlo, in una maniera o nell’altra, più o meno attenuato dall’esistenza di avanzi di bilancio. Sia ben chiaro che quella sottrazione al fondo del risparmio nazionale attuale non scema di un centesimo ricorrendo all’incameramento del patrimonio del Consorzio nazionale. Se questo è vero, non è meglio pensare ad altri e più palesi metodi, e non mettere in forse una delle più sante iniziative del periodo eroico della nostra storia?

 

 

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