Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

I nemici della libertà di commercio

«Corriere della Sera», 5 marzo 1921[1]

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 407-410

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 48-52[2]

 

 

 

 

In un’intervista recente, l’on. Soleri ha enumerato le varie specie di restrizioni e di controlli statali, i quali sono stati o stanno per essere abbandonati: soppressi i divieti di esportazione tra provincia e provincia per l’olio ed i suini; affrettata la liquidazione delle scorte di burro e di semi oleosi; avviato colla fine dell’aprile il consorzio dei merluzzi alla sua morte naturale; ristabilita la libertà di importazione delle carni congelate; soppresso l’ufficio dei manufatti popolari; fissata al prossimo settembre la completa libertà di commercio del riso, il cui consorzio obbligatorio cesserà allora di esistere.

 

 

Nell’intervista c’è però un punto nero: quello dello zucchero. L’on. Soleri «avrebbe voluto poter consentire prontamente la piena libertà commerciale dello zucchero, con la cessazione di ogni relativa ingerenza statale»; ma ha incontrato «resistenze insuperabili negli interessi delle zone produttrici, le cui rappresentanze di proprietari e di operai, delle associazioni agrarie e delle organizzazioni dei contadini, di conservatori e di socialisti, si sono unite nel chiedere, con la minaccia di cessare la coltivazione, che lo stato assicurasse ancora per questa campagna un prezzo di cessione assai più elevato di quello precedente, respingendo ogni mia proposta di libertà di vendita del prodotto al prezzo economico di mercato. Cosicché la gestione statale dello zucchero dovrà probabilmente ancora protrarsi».

 

 

La dichiarazione contenuta nelle parole citate del commissario agli approvvigionamenti è di una gravità eccezionale. Sembra che, mentre il prezzo delle bietole da zucchero era nella passata campagna stato fissato a 10 lire, gli interessati non solo non volessero saperne di ritorno alla libertà di commercio, ma pretendessero che lo stato acquistasse le bietole a 20 lire. Poi, dopo molte discussioni, si sarebbero contentati di 14 lire. La sola differenza tra il prezzo richiesto e quello convenuto dimostra quanto siano grandi i pericoli dell’intervento dello stato e fa dubitare si trattasse di un vero assalto, senza discrezione né misura, al tesoro pubblico. A parte ciò, questo episodio isolato è il sintomo di una tendenza la quale potrebbe diventare pericolosissima. Si dice che il consorzio dei produttori di riso veda di mal’occhio la cessazione del prezzo di calmiere al prossimo settembre e desideri qualcosa di simile a quello che si è ora fatto per lo zucchero. E chi ci garantisce che lo stesso non accada per il frumento, nel caso che i prezzi esteri ribassassero al disotto dei prezzi nazionali di imperio?

 

 

Occorre mettere il problema nei suoi termini più semplici. Finora lo stato ha perso somme spaventevoli (frumento) ovvero, senza escludere una qualche perdita per l’erario, i consumatori hanno pagato prezzi assai elevati (zucchero, riso ecc.), perché il costo di importare le derrate necessarie a completare il fabbisogno del consumo interno era assai alto. Se ci fosse stata libertà di commercio, noi avremmo avuto quanto frumento, riso, zucchero ecc. desideravamo; ma a prezzi più o meno superiori a quelli d’imperio. Lo stato, col suo intervento, ha diminuito i guadagni che dalla libertà di commercio i produttori interni avrebbero potuto ricavare; e l’ha fatto con sacrificio gravissimo dei contribuenti o accendendo debiti onerosi. Tutto ciò è roba del passato, su cui occorre mettere una grossa pietra. Con l’approvazione della legge sul pane, siamo usciti dal periodo delle perdite erariali. Non si dovrebbe più sentir parlare di simili cose dolorose.

 

 

Invece no. Ecco saltar su gli zuccherieri, industriali ed operai, agricoltori e contadini, i quali dicono: «Mai più. Colla libertà del commercio noi andremmo in malora. Lo zucchero estero (e forse si continua a dire “nemico” per parlare di quello austriaco o boemo) potrebbe essere importato a così vil prezzo che noi non troveremmo più il nostro tornaconto a produrlo, gli operai cadrebbero disoccupati, e gli agricoltori, dovendo vendere le bietole a 10 lire o meno, smetterebbero di coltivare la barbabietola, con minor lavoro per i contadini, i carrettieri ecc. ecc.». E si vedono le organizzazioni rosse contadine ed operaie, i cui rappresentanti hanno sempre al sommo della bocca la lotta contro il caro-vita e contro il protezionismo, premere sul governo perché continui a vietare l’importazione dall’estero dello zucchero e fissi prezzi altissimi per le bietole e quindi per lo zucchero. Domani pare si apprestino a dire la stessa cosa i risaiuoli. E se il prezzo del frumento estero, ribassando eventualmente il cambio, scendesse a 100 lire, i produttori interni, a cui lo stato oggi ha promesso in media 150 lire al quintale, si agiterebbero per ottenere un dazio protettore di 50 lire.

 

 

Finché siamo in tempo, importa enunciare alcune verità elementari.

 

 

In primo luogo, le perdite, se pur ci furono, sofferte in passato per non avere potuto approfittare dei prezzi alti che si sarebbero forse ottenuti colla libertà del commercio, non danno diritto ad alcun indennizzo per l’avvenire. Per lo più si tratta non di vere perdite, ma di minori guadagni. Gli industriali si videro capitare addosso l’imposta sui sopraprofitti e l’avocazione che loro porterà via forse 8 miliardi di lire, che è quanto dire la più grossa fetta degli utili ottenuti. Gli agricoltori ebbero in parte l’imposta ed in parte subirono i prezzi di calmiere. Fa d’uopo che si rassegnino, riflettendo che, dopotutto, se non ci fosse stata la guerra non avrebbero avuto imposte e vincoli; ma non avrebbero certo lucrato di più di quel che abbiano fatto.

 

 

In secondo luogo, bisogna rassegnarsi a ritornare alla grande e libera aria dei prezzi di mercato. Ci saranno anni di perdita ed anni di guadagno; ma finiranno agricoltori ed industriali per trovare la via giusta. Non è possibile, non è onesto conservare la serra calda dei prezzi d’imperio solo perché così fa comodo ai produttori. Pagare le bietole 14 lire al quintale, mentre la libertà del commercio le ridurrebbe a 10 lire, significa né più né meno che far pagare ai consumatori di zucchero un’imposta a favore dei produttori – industriali, agricoltori, operai e contadini – di zucchero. È la stessa precisa imposta che operai ed industriali siderurgici hanno ottenuto di poter mettere sui viaggiatori e speditori di merci sulle ferrovie italiane, grazie alle ordinazioni di rotaie all’industria nazionale a prezzi assai superiori a quelli esteri. Domani pagheremo il riso o il frumento nazionali a prezzo più caro di quelli liberi, perché così piacerà e gioverà alle classi interessate.

 

 

Quale è il significato di siffatta politica? Che ai 18 miliardi circa di imposte, le quali dovremo pagare permanentemente nell’avvenire allo stato, perché questi provveda ai servizi pubblici, ed ai 3 o 4 miliardi da pagarsi per lo stesso motivo ai comuni ed alle provincie, noi andremo aggiungendo a spizzico qualche altro miliarduccio da pagare, qua e là, a quelle tra le organizzazioni industriali ed operaie che sapranno premere di più sul governo e sul parlamento. Con questo di diverso: che almeno le imposte si discutono, o, se non si discutono, si votano pubblicamente; ed i colpiti hanno la soddisfazione di aver potuto gridare in precedenza. Invece, chi ha sentito parlare in precedenza dell’imposta che zuccherieri e agricoltori, operai e contadini, organizzazioni bianche e rosse sono riusciti a far capitare addosso ai consumatori di zucchero? Nessuno. Se ne sa qualcosa appena ora, grazie ad un’intervista del commissario agli approvvigionamenti.

 

 

Non è chiedere troppo, affermando che siderurgici, zuccherieri, risaiuoli e cerealicultori, se intendono mettere imposte sui consumatori dei loro prodotti, se intendono aggiungere qualche altro miliardo, probabilmente non pochi miliardi, all’onere del contribuente italiano, devono almeno usare a questo disgraziato contribuente la finezza di avvertirlo un po’ di tempo prima, pubblicamente, affinché anche egli possa far sentire le sue modeste ragioni. È probabile che gli assalitori dell’erario statale affermino che nulla fu mai tanto lungi dal loro pensiero, come la pretesa di mettere nuove imposte; che essi vogliono semplicemente cooperare all’incremento della produzione, evitare la disoccupazione. L’argomento può far presa su uomini politici, i quali hanno il terrore continuo della gente che scende in piazza a far baccano. Ha un valore assai minore su coloro che sono abituati a ragionare e non capiscono perché ci si debba ostinare a produrre le merci che costano care, invece di quelle che si potrebbero produrre a miglior mercato. Ad ogni modo, è un argomento che merita di essere discusso. Non deve essere lecito di trarne partito, come se fosse una verità di fede invece che un errore evidente, per gravare per centinaia di milioni e per miliardi sui consumatori italiani. Così, alla chetichella, come se fosse la cosa più naturale del mondo.



[1] Con il titolo Chi è oggi il vero nemico della libertà di commercio? [ndr].

[2] Con il titolo Chi è oggi il vero nemico della libertà di commercio? [ndr].

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