I nostri limiti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/08/1925

I nostri limiti

«Corriere della Sera», 22 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 428-431

 

 

 

La conchiusione dell’accordo tra il Belgio e gli Stati uniti non può essere, a primo aspetto, considerata di buon augurio per gli altri due grandi debitori, i quali attendono di sistemare la propria situazione verso il tesoro americano. Non è compito nostro dare un giudizio sull’accordo che i belgi hanno creduto bene di concludere nel proprio interesse. Se hanno firmato, probabilmente ciò fecero perché ritennero di aver tratto il massimo beneficio possibile dalle vaghe promesse di condono fatte dal Wilson e di non essere troppo danneggiati dal confronto dei pagamenti dovuti agli Stati uniti con le riparazioni tedesche assicurate al loro paese dal piano Dawes. A noi interessa soltanto il rilievo insistente americano, secondo cui l’accordo belga è una peculiarità singolare, un vero prodigio di benevolenza e di larghezza, a cui il tesoro americano fu quasi costretto per fare onore ad una antica promessa del presidente Wilson; ma che siffatta larghezza non dovrà mai essere considerata come un precedente dagli altri paesi debitori. La illazione logica che si dovrebbe ricavare da queste dichiarazioni sarebbe che al massimo la Francia e l’Italia dovrebbero sperare condizioni uguali a quelle fatte al Belgio per la parte post-bellica del suo debito, quella cioè non legata a promesse wilsoniane. Su questa base, l’annualità di debito dell’Italia dovrebbe, fatta ragione alla diversità dei capitali dovuti, crescere da 26,5 milioni di dollari per il primo anno a 92 milioni per l’undicesimo anno e quivi rimanere ferma sino alla fine dei soliti 62 anni. Ma l’Italia, al par della Francia, si trova in una situazione ben diversa dal Belgio, perché noi siamo debitori altresì dell’Inghilterra; e questa ha già annunciato di pretendere dall’Italia e dalla Francia pagamenti non dissimili da quelli che questi due paesi si obbligheranno a fare agli Stati uniti. Un impegno nostro eventuale di pagare all’America una annualità crescente da 26,5 a 92 milioni di dollari implica dunque un uguale addizionale impegno di pagare altrettanto all’Inghilterra. Ma una annualità totale crescente da 53 a 184 milioni di dollari equivale, al cambio odierno di circa 27 lire per dollaro, ad un pagamento annuo crescente da 1.430 milioni di lire nel primo anno sino a 4.970 milioni dall’11esimo al 62esimo anno. Basta enunciare queste cifre per vederne l’assurdità manifesta.

 

 

Ragionando su cifre rotonde, la pressione tributaria italiana può essere calcolata, per lo stato, le province ed i comuni ed astrazion fatta dalle entrate demaniali, ferroviarie, postali, telegrafiche, telefoniche e in genere da tutte quelle provenienti da servizi pubblici, di circa 20 miliardi di lire su un reddito nazionale che il Mortara calcola da 90 a 100 miliardi di lire. La pressione tributaria può dunque ritenersi equivalente al 20-22,5% del reddito nazionale. Prima della guerra, calcolata con gli stessi criteri, la pressione tributaria italiana valutavasi al 12,50% del reddito nazionale. L’incremento, formidabile, è suscettivo di un ulteriore aumento sensibile per fronteggiare l’onere dei debiti interalleati? Possiamo noi permetterci il lusso di detrarre dal reddito nazionale un’altra frazione, dall’1 al 5%, in aggiunta a quella del 20-22,5% che già subiamo? Gli stessi nostri creditori, per i primi, rispondono di no; che gli Stati uniti proclamano, per conto loro, intollerabile una pressione che giunge appena all’11,5%; e i loro deputati e senatori vanno a gara promettendo agli elettori sgravi tributari, resi prossimamente possibili dai pagamenti europei; e non passa settimana che qualche deputato interpelli alla camera dei comuni il cancelliere dello scacchiere, per sapere quando i pagamenti francesi ed italiani consentiranno di ridurre la pressione tributaria britannica, che essi affermano uguale al 23% del reddito. E notisi che le pressioni anzidette si riferiscono a redditi medi notevolmente superiori al nostro. Supponendo uguale a 2.500 lire il reddito medio annuo degli italiani, tale reddito risulta inferiore a 25 lire sterline e a 100 dollari americani, ossia di gran lunga inferiore a quelle cifre di reddito che i legislatori di quei due paesi giudicano minime ed hanno dichiarato esenti da tributo. La verità si è che in Italia pagano durissime imposte dirette sul reddito masse di contribuenti che i legislatori inglesi ed americani non pensano neppure di colpire, e che resisterebbero ad oltranza ad una qualunque tassazione. È impossibile che questa verità capitale non faccia presa sui negoziatori americani ed inglesi. A noi non rincresce affatto che al Belgio, nonostante il suo reddito nazionale medio più che doppio del nostro, siano state fatte condizioni di favore, in ossequio al ricordo di una promessa del presidente Wilson. Basta affermare che a noi non per cagion di favore, ma di stretta giustizia, partendo dal principio della capacità di pagamento, debbono essere fatte condizioni ancora più favorevoli.

 

 

Su questa esigenza assoluta di giustizia tutti gli italiani, senza eccezione di partiti o di tendenze, sono concordi. Non bisogna del resto lasciarsi impaurire soverchiamente dai pericoli di una resistenza che potrebbe divenir necessaria. Dicemmo assai volte e di questi giorni dichiarò altresì qualche giornale di parte governativa, che gli Stati uniti hanno esaurito tutta la gamma delle possibili sanzioni contro di noi. Hanno ridotto a 4.000 la quota annua dell’ emigrazione italiana; ingiustamente, confondendo gli italiani con russi, levantini, israeliti, galiziani e polacchi, slavi del sud. Hanno oppresso e quasi proibito le nostre esportazioni, pur vendendoci le loro materie prime a prezzi esorbitanti. Se non vendessero a noi, sarebbero costretti a vendere altrove a prezzi più bassi e noi ci provvederemmo sui mercati lasciati liberi dai nuovi clienti. Vi è la questione dei prestiti che le banche americane potrebbero negare alle nostre industrie, ma per lo sviluppo di queste non sono stati finora indispensabili. I nostri negoziatori potranno bensì utilmente stipulare che quei modestissimi pagamenti, i quali noi potremo, per amore di tranquillità e di stare in pace con tutti, obbligarci a fare, siano reimpiegati in Italia, così come e nei limiti in cui si stipulò per la Germania a norma del piano Dawes. Siffatta stipulazione sarà necessaria per impedire che i qualunque pagamenti che dovremo fare nuocciano alla stabilità dei nostri cambi; ma è tutto quello che ci occorre. Forse la Francia ed il Belgio possono trovarsi indotti a condiscendenza per il bisogno, che essi possono ritenere di sentire, di nuovi prestiti nordamericani. Ma l’Italia non è disposta a consentire a condizioni jugulatorie solo per l’aspettativa di nuovi prestiti. Del resto il risanamento della nostra moneta dipende esclusivamente dall’opera nostra, dal freno che sapremo mettere alle emissioni cartacee, dalla riduzione graduale che sapremo operare dapprima verso il limite dei 20 miliardi e poi verso limiti ancor più bassi. Abbiamo spinto la nostra pressione tributaria a limiti insospettati ai creditori nostri, abbiamo sottoposto a duri tributi, come sopra si disse, contribuenti che in Inghilterra e negli Stati uniti sarebbero considerati al di sotto del limite dell’indigenza. La nostra forza, la nostra peculiarità è la nostra povertà comparativa, è lo sforzo sovrumano fatto per risollevarci e per mettere l’ordine nelle nostre finanze. Noi non vogliamo che i frutti dell’eroismo dei nostri contribuenti siano messi in pericolo da pretese eccessive dei nostri alleati nella guerra combattuta in comune. Siamo oramai rassegnati a vedere ingiustamente posti in non cale gli argomenti di verità e di moralità secondo i quali i debiti di guerra non eran debiti ma contributi a fondo perduto alla causa comune. La mancanza di una fronte comune di resistenza fra Italia, Belgio e Francia ci ha vietato di usare con efficacia di questi che pur sono potenti argomenti. Non siamo però affatto disposti a lasciar distruggere l’opera di ricostruzione compiuta; a vedere inabissarsi la lira, a sacrificare gli ultimi residui della fortuna delle classi medie, come sicuramente avverrebbe se pagamenti, esorbitanti mettessero in pericolo la solidità del bilancio e le fortune della lira. E poiché sul caposaldo economico della possibilità di pagare gli americani sono concordi, noi riteniamo che non si debba trascurare nessun mezzo il quale possa essere vantaggioso per chiarire quali in verità siano i limiti assai ristretti dei pagamenti che l’Italia potrà fare ai suoi alleati.

 

 

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