Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

I nuovi principii politici dell’intesa ed i futuri rapporti economici internazionali

«Corriere della Sera», 2 ottobre 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1959, pp. 720-724

 

 

Forse non é ancora abbastanza avvertito in Italia che i nuovi principii – società delle nazioni e politica delle nazionalità a cui, dal giorno dell’entrata in guerra degli Stati uniti, si inspira sempre più l’azione dell’intesa non sono destinati a rimanere soltanto nel campo politico. Sarebbe assurdo che la concezione diversa dei rapporti futuri tra le diverse nazioni alleate o riscattate dalla oppressione straniera non dovesse esercitare anche una influenza marcatissima sui loro rapporti economici. Se, dopo la pace, dovessero per ipotesi elevarsi alte barriere daziarie fra gli stati che oggi sono alleati e che domani dovrebbero costituire la nuova società delle nazioni, quali probabilità di durata, quale consistenza reale avrebbe quella cosidetta società ? Non sarebbero le inimicizie e le esclusioni economiche più potenti dei principii di colleganza politica professati a fior di labbra? e da queste rivalità non potrebbero agevolmente trarre partito la Germania ed i suoi satelliti per rompere l’unione nostra e distruggere in parte il lavoro faticosamente compiuto?

 

 

Queste considerazioni erano presenti nell’estate del 1917 alla mente del signor Wilson, quando, rispondendo alla nota del papa, dichiarava:

 

 

Il popolo americano crede che la pace dovrebbe fondarsi non sui diritti dei governi, ma sui diritti dei popoli, grandi o piccoli, deboli o potenti, sul loro uguale diritto alla libertà, alla sicurezza ed alla autonomia e ad una partecipazione a condizioni eque alla concorrenza economica del mondo, compreso naturalmente il popolo tedesco se accetterà l’uguaglianza e non cercherà il predominio … Creazioni di leghe economiche egoistiche ed esclusive sono considerate da noi inopportune ed in ultima analisi peggio che inutili, non essendo base adatta per una pace di qualsiasi specie e meno di tutto per una pace duratura.

 

 

Ed alcuni giorni fa, il presidente Wilson ribadiva siffatti suoi concetti, riaffermando, nell’occasione dell’apertura del quarto prestito della libertà, il principio che non vi possano essere leghe o alleanze o accordi o intese speciali in seno alla grande famiglia costituita dalla lega delle nazioni, e più specificatamente, che non vi possano essere speciali egoistiche combinazioni economiche dentro questa lega, e nessun uso di qualsiasi forma di boicottaggio o di esclusività economica, eccetto che come facoltà di penalità di cui sia esclusivamente investita la lega delle nazioni stesse come mezzo di disciplina e di controllo.

 

 

Ed a ragione il presidente americano fondava il principio da lui enunciato sulla circostanza di fatto che

 

 

le alleanze speciali e le rivalità e le ostilità economiche sono state appunto nel mondo moderno la sorgente inesauribile di progetti e di passioni che provocarono la guerra. Sarebbe una pace non sincera quella che non escludesse definitivamente questo pericolo.

 

 

Il Wilson ha il dono rarissimo di vedere in fondo ai grandiosi problemi che sono posti dalla guerra. Anche gli uomini di stato europei finiscono a poco a poco di essere attratti dalla semplicità e dalla forza che si sprigiona dalle sue parole. Anche quelli che, nell’orgasmo della lotta, avevano fatto talvolta concessioni verbali ad idee opposte.

 

 

È di ieri la dichiarazione, fatta dal signor Bonar Law alla Camera dei comuni, che il gabinetto inglese aveva deciso di applicare nel dopo guerra il principio della preferenza doganale a favore dei domini e delle colonie; ma è di ieri altresì un’altra dichiarazione fatta dal primo ministro Lloyd George ad una deputazione di industriali, nel senso che l’applicazione del principio della preferenza entro l’impero britannico non è oggi faccenda così semplice come sarebbe stato alcuni anni fa:

 

 

Fino ad oggi, – il signor Lloyd George disse testualmente, – l’America non ha manifestato la sua opinione intorno alle risoluzioni di Parigi (quelle del 1916, che ponevano alcune regole restrittive del commercio con le potenze nemiche nel dopo guerra), ed è assolutamente necessario che la politica degli Stati uniti e la politica del nostro paese siano in compiuto accordo intorno ai problemi economici… Prima di dichiarare quale sarà la nostra politica noi dobbiamo metterci in stretto contatto coi nostri alleati e guardarci dall’accogliere qualsiasi principio che possa in minima parte scemare la concordia e la buona volontà fra noi e gli alleati.

 

 

Se si medita un istante su questa dichiarazione, espressa senza dubbio con la maggiore ponderatezza e riflessione, si vede chiaramente che nel pensiero del primo ministro inglese la politica doganale, e non solo questa, che forse non è, fra tutte, la più importante, ma la politica dei trasporti, quella degli investimenti dei capitali all’estero, quella dell’emigrazione ed, in genere, i rapporti economici debbono formare oggetto di trattative comuni fra gli alleati. Ed è espressamente riconosciuta la somma difficoltà di adottare in questo argomento criteri differenti da quelli che sono accolti dagli Stati uniti e che si inspirano, almeno nel pensiero dell’attuale presidente, all’idea della società delle nazioni.

 

 

Nessun indizio, neppure lontanissimo, vi è che gli uomini attuali di governo in Italia abbiano veduto l’importanza straordinaria di queste nuove tendenze e di queste significative dimostrazioni dei capi di governo alleati. Quanto alla politica doganale – che è la sola di cui si discorre, sebbene, ripetasi, non abbiano importanza minore la politica dei trasporti, degli investimenti di capitali esteri e dell’emigrazione – si ha l’impressione che i nostri uomini di governo se ne lavino le mani, rimettendosi al responso della commissione reale per i trattati di commercio, la quale deve avere prese le sue conclusioni. Quali esse siano, è ignoto, essendo quelle conclusioni, salvo alcune vaghe dichiarazioni generiche, rimaste segrete. Si sa soltanto, poiché fu dichiarato da autorevoli membri di quella commissione, che essa propone un sistema di doppia tariffa, con dazi massimi e minimi e che in genere la misura di quei dazi non eccede quella della vigente tariffa francese. Bastano queste notizie per permettere di concludere che i lavori di quella commissione sono stati compiuti in un clima storico che non è quello odierno e che le sue conclusioni debbono essere assoggettate ad una revisione molto accurata e probabilmente radicale. Basti ricordare, per chi non lo sapesse, che la tariffa francese è forse la più elevata che si conosca, dopo quella russa, addirittura proibitiva, assai più elevata persino di quelle tedesche ed austro – ungariche, accusate di aver favorito le tendenze aggressive di quei paesi contro la nostra indipendenza economica. L’adozione, nel dopo guerra, di una tariffa simile a quella francese, vorrebbe dire il trionfo della tendenza verso l’isolamento economico, la guerra doganale non solo contro i nemici, che sarebbe poco, ma anche contro gli attuali alleati.

 

 

Che gli uomini di governo italiani non abbiano veduto la gravità estrema di questa tendenza dimostra come stentino le idee nuove e più le nuove situazioni storiche ad imporsi e ad esercitare una influenza decisiva sulle azioni degli uomini. È possibile che tutti gli omaggi resi in solenni discorsi alla solidarietà attuale tra gli alleati, ed alla futura società delle nazioni concludano praticamente ad accogliere, appena firmata la pace, il dogma dell’isolamento economico e della guerra doganale contro i medesimi nostri alleati. È possibile che coloro, i quali hanno accolto la politica delle nazionalità ed hanno al congresso di Roma dichiarato che la costituzione delle libere nazioni dei czechi e dei jugoslavi è un interesse fondamentale italiano, si rassegnino a vedere frustrati in gran parte gli effetti della nuova politica con un sistema di dazi, che escluda boemi e slavi meridionali dai nostri mercati e li gitti perciò, mani legate, nuovamente in braccio dei tedeschi? Se noi vogliamo sostituire alla penetrazione verticale odierna, dal nord al sud, con cui Germania ed Austria cercano di impadronirsi del mercato slavo meridionale, una penetrazione orizzontale, occorre che l’Italia e la futura Jugoslavia si accordino non solo politicamente, ma anche economicamente. Occorrono ferrovie trasversali, tariffe portuali e ferroviarie bene congegnate; ed occorrono merci e viaggiatori attraverso quei porti e quelle ferrovie. Ma tutto ciò non si potrà avere se non si rivedono i principii della nostra politica doganale nel senso di facilitare e non di ostacolare i traffici internazionali.

 

 

Non dico che senz’altro si debbano abolire i dazi e adottare una politica di piena libertà di scambi da un momento all’altro. In tutti i mutamenti, occorre un periodo di transizione. Occorre formulare però un programma graduale, guardando all’avvenire; e non inspirandosi a criteri dell’epoca della pietra, come nel segreto dei suoi lavori pare abbia fatto la commissione reale sui trattati di commercio.

 

 

Importa che il governo assuma le sue responsabilità e indichi quale sia la via da percorrere. Se non crede il momento maturo, deve far in modo che la pubblica opinione sia illuminata e messa in grado di discutere a fondo la grave questione, dalla cui buona o cattiva soluzione può dipendere per decenni l’avvenire d’Italia. Il segreto che gelosamente si mantiene intorno ai lavori ed alle conclusioni specifiche della commissione reale è davvero intollerabile in un paese libero. Esso fomenta sospetti di sopraffazione di certi interessi particolari a danno di altri interessi e di quelli generali. Nel mezzogiorno d’Italia è nata fra gli agricoltori una agitazione viva, di cui si è fatta eco la Camera di commercio di Bari, per protestare contro le conclusioni della commissione reale. Se non ci si pone riparo, quella agitazione, che oggi è puramente economica, potrebbe assumere un aspetto politico e fomentare antagonismi, in realtà inesistenti, fra nord e sud. Contro questi sospetti e pericoli c’è un rimedio: la pubblicazione immediata ed integrale delle relazioni e dei voti della commissione reale. Il paese deve poter sapere e discutere, poiché esso solo è l’arbitro dei suoi destini. Illuminato dalle discussioni pubbliche e forte del consenso di tutti gli interessati il gabinetto potrà assai meglio scegliere la sua via e far trionfare le sue idee, qualunque esse siano, nel consesso degli alleati e nel congresso della pace, assai più forte di quanto non sarebbe, poggiato soltanto sulle conclusioni segrete di una commissione scelta a suo talento da un solo ministro, anni or sono, quando il problema doganale presentavasi sotto aspetti assai di differenti da quelli odierni.

 

 

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