Tratto da:

La Stampa

I partiti in Italia

«La Stampa», 10 settembre 1900

 

 

 

I progressi del socialismo nelle ultime elezioni generali politiche avevano reso vivo il desiderio d’una ricerca intorno ai risultati politici delle ultime elezioni generali.

 

 

Le statistiche ufficiali, di cui a suo tempo rendemmo conto, erano mute su questo argomento, perché, non essendo i candidati obbligati per legge ad alcuna dichiarazione di fede, la Direzione di statistica non aveva i mezzi di fare tale ricerca.

 

 

Ora, ciò che la Direzione di statistica non ha fatto, è stato compiuto nell’ultimo fascicolo della Riforma Sociale da Augusto Torresin, sulla base delle conosciute, sebbene non ufficiali, professioni di fede dei candidati. Dall’indagine sono uscite fuori alcune constatazioni di fatto interessantissime. Le elezioni possono essere studiate da due punti di vista: riguardo al Ministero che le indisse e riguardo alle correnti più profonde di idee che pervadono il Paese.

 

 

Riguardo al Ministero Pelloux, che le indisse, in parte il risultato è già noto: 29 oppositori di più nella Camera nuova che nella vecchia. I deputati ministeriali diminuiti da 325 a 296, e quelli antiministeriali cresciuti da 183 a 212.

 

 

La penisola si distingue in due grandi zone: una comprendente l’Italia Settentrionale e Centrale, che elesse più oppositori che ministeriali (155 contro 152); l’altra, Italia Meridionale ed Insulare, che elesse più ministeriali che oppositori (144 contro 57). Mentre nella prima zona vi sono ben 8 province le quali non elessero alcun deputato ministeriale, 3 che ne mandarono alla Camera soltanto 1, 6 che ne fecero trionfare solo 2; nell’Italia Meridionale e Insulare invece nessuna provincia è priva di almeno 1 deputato ministeriale; solo una (Sassari) ne elesse 1, e soltanto 3 ne elessero 2. Le province che più delle altre cooperavano perché l’on. Pelloux avesse la maggioranza nella Camera nuova appartengono quasi tutte all’Italia Meridionale: Piacenza (3 deputati ministeriali su 4), Lucca (4 su 5), Ascoli Piceno (4 su 4), Aquila (6 su 7), Chieti (5 su 6), Campobasso (6 su 7), Avellino (7 su 7), Benevento (3 su 4), Foggia (5 su 6), Napoli (15 su 17), Caserta (12 su 13), Catanzaro (8 su 8), Reggio Calabria (7 su 7), Catania (9 su 10), Caltanissetta (4 su 5), Siracusa (6 su 6). Ricordando che nelle ultime elezioni il partito ministeriale corrispondeva alla Destra e l’antiministeriale alla Sinistra d’altri tempi, sorge spontaneo il desiderio di verificare come si comportavano le regioni parecchi anni sono e di confrontare i risultati d’alcune elezioni d’allora e di quelle d’adesso.

 

 

Ecco l’interessante risultato ottenuto:

 

 

REGIONI

1876

1880

1900

Sinistra (min.)

Destra (ant.)

Sinistra (min.)

Destra (ant.)

Sinistra (min.)

Destra (ant.)

Settentrionale

129

54

106

77

91

95

Centrale

91

31

61

61

63

57

Meridionale

140

4

120

24

32

105

Insulare

54

5

50

9

25

39

Totali

414

94

337

171

212

293

 

 

Il partito di Sinistra è andato in tutta Italia indebolendosi. Quando nel 1876 cadde il Ministero di Destra presieduto dal Minghetti, e la storica Sinistra afferrò le redini del potere, parve che di Destra non si sarebbe più udito parlare. La Sinistra coi fatti avrebbe saputo tenere strette attorno ad essa le forze liberali del Paese, impedendo così la resurrezione della Destra, Invece successe proprio il contrario. Dopo pochi anni di governo della Sinistra, questa aveva perduto già terreno; i deputati da 414 nel 1876 erano divenuti 337 nel 1880, oggi ammontano a soli 116. Questo fenomeno generale nell’Italia tutta, assume proporzioni eccezionali nell’Italia del Sud.

 

 

Qui i termini si sono quasi invertiti e tendono ad invertirsi completamente. Ventiquattro anni or sono il Mezzogiorno d’Italia mandava al Parlamento 194 deputati di Sinistra, oggi ne manda solo 57; allora ne eleggeva 9 di Destra, adesso ne elegge ben 144. Facendo il calcolo dei voti, si ha che ammontarono a 1,269,061 i voti validamente espressi che gli italiani deposero nelle urne lo scorso giugno, ripartiti in modo che i voti favorevoli al Ministero superarono per 57,775 gli sfavorevoli. In sette regioni il caduto Ministero fu quotato sotto la pari; in una (Veneto) quasi alla pari; nelle altre otto sopra. Le sette regioni sfavorevoli al generale Pelloux appartengono tutte, meno la Sardegna, all’Italia settentrionale e centrale; le otto favorevoli invece appartengono, meno la Liguria, al Mezzogiorno d’Italia e alla Sicilia.

 

 

Se si fa il conto della divisione dei partiti non più in ministeriali ed anti-ministeriali, ma a seconda della divisione d’idee in partiti conservatori da una parte (conservatori puri e liberali) ed in partiti estremi o popolari dall’altra (radicali, repubblicani e socialisti) si ha che, ragguagliando a 100 i 508 eletti, i varii partiti alla Camera sono rappresentati secondo le percentuali:

 

 

Conservatori

58.27 %

Liberali conservatori

22.83 %

Totale conservatori

81.10 %

Radicali

6.69 %

Repubblicani

5.71 %

Socialisti

6.50 %

Totale partiti estremi

18.90 %

 

 

Se invece si riduce a 100 il numero complessivo di eletti e di voti, regione per regione si ha:

 

 

 

Deputati eletti

Voti validamente espressi

 

Conservatori %

Partiti estremi %

Conservatori %

Partiti estremi %

Piemonte

87

13

76

24

Liguria

94

6

77

23

Lombardia

67

33

55

43

Veneto

82

13

74

26

Italia settentrionale

80

20

9

31

Emilia-Romagna

36

64

47

53

Marche

70

30

63

37

Umbria

80

20

65

36

Toscana

77

23

68

32

Lazio

87

13

81

19

Italia centrale

61

36

62

38

Abruzzo-Molise

96

4

94

6

Campania

96

4

92

8

Basilicata

100

83

17

Puglia

82

18

94

6

Calabria

100

96

4

Italia meridionale

94

6

91

9

Sicilia

90

10

90

10

Sardegna

83

17

89

11

Italia insulare

89

11

89

11

Regno

81

19

74

26

 

 

Le cifre si possono tradurre in modo perspicuo nel seguente cartogramma:

 

 

(omissis)

 

 

Le regioni segnate in bianco sono quelle in cui il numero dei conservatori è massimo (dal 90 al 100 per cento del totale, il resto appartenendo ai partiti estremi); in quelle segnate a piccoli quadretti i conservatori sono dall’ 80 al 90 per cento del totale; nelle regioni punteggiate i deputati eletti conservatori sono dal 70 all’80 per cento; nelle regioni a linee verticali i conservatori rappresentano dal 60 al 70 per cento del numero complessivo dei deputati, e finalmente nelle regioni a linee orizzontali i deputati conservatori sono meno del 60 per cento del totale, ed i deputati appartenenti ai partiti estremi sono perciò più del 40 per cento. La stessa spiegazione serve per il seguente cartogramma, il quale si riferisce però non più ai deputati conservatori od estremi, ma ai voti validamente espressi dati a candidati dei partiti conservatori od estremi:

 

 

(omissis)

 

 

Qualche differenza si rivela col primo cartogramma.

 

 

Ecco le osservazioni principali che si possono fare su di essi:

 

 

1)    n otto regioni tanto gli eletti come i voti validamente espressi sono rappresentati dall’identica percentuale. Ad esempio, nell’Emilia gli eletti conservatori non raggiungono il 60 per cento del numero totale degli eletti, così i voti da essi raccolti non raggiungono il 60 per cento del totale dei voti validamente espressi.

 

2)    In otto regioni (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Toscana, Marche, Umbria e Sicilia) invece la percentuale degli eletti non è uguale a quella dei voti assegnati. Così, ad esempio, mentre di 100 deputati eletti in Lombardia il 67 per cento sono conservatori, dei 100 voti validamente espressi, depositati nell’urna, i conservatori giungono ad avere solo il 55 per cento. Ciò è sintomatico, perché indica che se il numero degli eletti fosse proporzionale ai voti del loro partito, siccome in tutte sono in eccesso i voti dei partiti estremi che non riuscirono a diventare efficace, il numero dei deputati estremi sarebbe maggiore di quello che è.

 

3)    Tanto il numero degli eletti, come quello dei voti per i partiti estremi, raggiunge il maximum nell’Emilia-Romagna: e quasi che questa costituisce un centro d’irradiazione, attorno ad essa troviamo le regioni che più delle altre mostrano di simpatizzare con i partiti estremi, cioè: Lombardia, Toscana, Umbria e Marche.

 

4)    Le regioni più lontane dall’Emilia, meno la Liguria, sono quelle che danno il maggior contingente di eletti e di voti ai conservatori. Se dalle regioni passiamo ad analizzare le 69 province del Regno, troviamo risultati che debbono preoccupare. Vi sono nove province (Mantova, Sondrio, Rovigo, Ferrara, Forlì, Parma, Ravenna, Reggio Emilia, Pesaro e Urbino), stendentisi sopra una zona di circa 20 mila chilometri quadrati di superficie, i cui cittadini, chiamati nello scorso giugno a rispondere se desideravano avere un Parlamento formato da conservatori o da uomini appartenenti ai partiti estremi, risposero dando una rilevante maggioranza a questi ultimi (da 693 a 4988 voti; in tutto 27,798 voti di maggioranza). In tre altre province (Cremona, Milano e Modena) le forze dei partiti conservatori ed estremi quasi si bilanciano. Fra le grandi città italiane, in una (Milano) i partiti estremi prevalgono sui conservatori (per 11,368 voti); in altre due (Firenze e Torino) questi per poco prevalgono su quelli (per soli 535 e 771 voti). Roma, sede del Quirinale, del Parlamento, del Vaticano, dei Ministeri, della diplomazia, di tutto ciò insomma che di più conservatore esiste in Italia, con una popolazione costituita in massima parte di gente mantenuta dallo Stato e dove gli operai industriali difettano, ha dato 5567 voti ai conservatori e 4287 ai partiti estremi. È evidente, dunque, che anche molti impiegati dello Stato votano per i candidati dei partiti estremi; il che è grave sintomo.

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