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La Stampa

I partiti politici e lo scrutinio di lista

«La Stampa», 3 marzo 1901

 

 

 

Abbiamo ieri l’altro esposto i vantaggi del sistema elettorale basato sullo scrutinio di lista: minor somma di corruzione, maggiore indipendenza dei deputati di fronte agli elettori, più alto livello intellettuale e politico nei rappresentanti della nazione.

 

 

Oggi, sulla scorta di alcune sommarie ricerche da noi eseguite sui dati ufficiali delle ultime statistiche elettorali (1900), crediamo opportuno di esporre quali sarebbero gli effetti dello scrutinio di lista sulla divisione della rappresentanza nazionale in partiti politici. Questa ricerca noi l’abbiamo fatta soltanto per le province del Piemonte, della Lombardia, dell’Emilia e della Liguria, le quali ci interessano maggiormente dal punto di vista elettorale e dove le lotte elettorali si fondano più nettamente – per quanto non nella proporzione desiderabile – sulla opposizione delle idee politiche.

 

 

Come punto di partenza alle nostre indagini abbiamo diviso i deputati eletti in due soli partiti: costituzionali ed estremi. È vero che le graduazioni di opinione nel partito costituzionale sono molte. Ma da un lato noi non potevamo distinguerli in ministeriali, ossia favorevoli al Ministero Pelloux, ed antiministeriali, perché la distinzione sarebbe oramai oziosa e non avevamo nessun altro criterio positivo di distinzione. Si aggiunga che lo scrutinio di lista avrebbe per effetto di obbligare i costituzionali a coalizzarsi insieme per opporsi alle forze dei partiti extralegali. Sarebbe troppo lungo esporre particolareggiatamente quali sarebbero i risultati, in ognuna delle 22 province esaminate, dell’applicazione dello scrutinio di lista. Basterà quindi dare qualche esempio tratto dalle province piemontesi, salvo ad esporre in seguito i risultati generali conseguiti.

 

 

In provincia di Alessandria gli eletti costituzionali furono 11, e 2 furono gli estremi. I voti si divisero in 53,239 dati ai costituzionali e 16, 125 dati agli estremi (tutti socialisti). Supponendo uno scrutinio di lista a maggioranza semplice (ossia senza rappresentanza delle minoranze), l’Estrema Sinistra avrebbe perso due seggi.

 

 

In provincia di Cuneo furono eletti 12 costituzionali con 29,811 voti e nessun estremo, malgrado che i socialisti raggranellassero 1617 voti. Collo scrutinio di lista non vi sarebbe nulla di mutato. In provincia di Novara furono eletti 9 costituzionali con 37,689 voti e 3 estremi con 15,100 voti circa. Con lo scrutinio di lista, a maggioranza semplice, l’Estrema Sinistra perderebbe 3 seggi. In provincia di Torino i 17 costituzionali eletti raccolsero 37,800 voti circa ed i 2 estremi 10,600 circa. Perdita eventuale per l’Estrema 2 seggi. S’intende che nei voti raccolti dai due partiti calcoliamo anche quelli dati a candidati del medesimo partito rimasti soccombenti. Per non fare una enumerazione troppo lunga, ecco quali sarebbero stati nel giugno decorso i risultati complessivi per il Piemonte, Lombardia, Emilia e Liguria, dello scrutinio di lista a maggioranza semplice.

 

 

In sette province (Cuneo, Sondrio, Brescia, Forlì, Ravenna, Parma, Porto Maurizio) non vi sarebbe stato alcun cambiamento nel colore politico della deputazione. Sarebbero ancora stati eletti 23 costituzionali e 15 estremi.

 

 

Vi è un secondo gruppo di due province (Mantova e Reggio Emilia), dove furono eletti 2 costituzionali e 8 estremi. In queste i costituzionali perderebbero tutti i seggi e l’Estrema Sinistra sarebbe portata a 10. In un terzo gruppo si possono mettere otto province (Alessandria, Novara, Torino, Bergamo, Como, Pavia, Bologna, Genova), dove l’Estrema Sinistra sarebbe stata sicura di rimanere in minoranza. Attualmente la deputazione di quelle province si divide in 71 costituzionali e 15 estremi. A scrutinio di lista, a maggioranza semplice e supposto immutata la distribuzione ed il numero dei votanti, la deputazione sarebbe composta di 86 tutti costituzionali, con una perdita di 15 seggi per l’Estrema.

 

 

Viene finalmente un quarto gruppo di province (Milano, Cremona, Modena, Ferrara, Piacenza), dove a maggioranza semplice e supposto immutato il numero e la distribuzione dei votanti, l’Estrema Sinistra avrebbe perso altri 14 seggi. Ma è così scarsa la differenza di voti fra i due partiti, così probabile forse una diversa orientazione della battaglia elettorale, che appare ragionevole lasciare queste province in dubbio. Infatti, a Milano furono eletti 13 costituzionali con 34,751 voti e 7 estremi con 29,328 voti.

 

 

La differenza è di 5 mila voti. Uno spostamento di 2600-2700 voti avrebbe potuto dare la vittoria più agli estremi che ai costituzionali. Ed in momenti di vivissima eccitazione elettorale è difficile sempre pronosticare i risultati dell’urna in condizioni diverse da quelle che effettivamente esistettero.

 

 

Così pure incerta appare la cosa per Cremona, dove 3 costituzionali riuscirono eletti con 10,982 voti e 2 estremi con 10,932 voti; per Modena, dove a 2 costituzionali eletti con 5458 voti, si contrappongono 3 estremi con 5365 voti; per Ferrara, dove i 2 costituzionali eletti raccolsero 4665 voti contro 4040 dati ai 2 estremi parimenti eletti e per Piacenza, in cui riuscì eletto un solo estremo, benché i voti di Estrema Sinistra nei varii Collegi sommassero a 4447, mentre 4930 voti costituzionali bastarono a far eleggere 3 deputati dello stesso partito.

 

 

In complesso in queste cinque province dubbie furono eletti, a Collegio uninominale, 23 costituzionali e 15 di Estrema Sinistra. A scrutinio di lista, a maggioranza semplice, potrebbero essere eletti 38 deputati tutti costituzionali o tutti estremi, od un numero intermedio, a seconda delle divisioni dei partiti nelle varie province. Quando fossero eletti tutti costituzionali sarebbe quasi aumentata la rappresentanza dell’Estrema Sinistra nelle regioni studiate, od almeno ridotta ai 10 di Mantova e Reggio Emilia; se invece fossero eletti tutti socialisti, l’Estrema verrebbe rinforzata di parecchi seggi.

 

 

Fin qui noi abbiamo ragionato sulla base dello scrutinio di lista per provincia a maggioranza semplice. Ma è chiaro che la legge elettorale nuova potrebbe provvedere ad una rappresentanza delle minoranze, come accade ora per le elezioni dei Consigli comunali e come accadeva nell’antico scrutinio di lista per circondario.

 

 

È difficile calcolare quali sarebbero in questo caso le conseguenze politiche dell’applicazione del nuovo sistema. Poiché sarebbe d’uopo conoscere il sistema che si vorrebbe adottare, oppure fare dei calcoli sottili intorno alle diverse conseguenze dei varii sistemi immaginabili. è certo che la rappresentanza delle minoranze avrebbe per effetto di impedire che vadano alla Camera soltanto dei deputati di un partito in ogni provincia e che si tolga ogni rappresentanza a minoranze fortissime e di poco inferiori alle maggioranze. Ed è a presumersi che la composizione della Camera verrebbe col sistema delle minoranze di poco variata. In tutto il regno i voti dati a candidati di Estrema Sinistra furono il 26% dei voti totali, mentre i deputati di Estrema Sinistra eletti furono il 19% del totale degli eletti.

 

 

Lo spostamento, con un perfetto sistema di rappresentanza delle minoranze sarebbe stato soltanto di 25-30 deputati. E forse nemmeno questo spostamento si sarebbe avuto, perché molti voti di Estrema Sinistra sarebbero rimasti senza effetto, per essere nelle singole province il loro numero insufficiente a raggiungere il minimo necessario per dare il diritto alla nomina di un deputato.

 

 

Cosicché si può conchiudere che se il sistema dello scrutinio di lista per provincia potrebbe produrre dei forti spostamenti nella composizione politica della Camera se fosse applicata la votazione a maggioranza semplice, gli spostamenti sarebbero molto minori e forse anche insensibili se si applicasse un qualche metodo di votazione a base di rappresentanza delle minoranze.

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