I pazzi ed i savi nella creazione della terra italiana

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/06/1938

I pazzi ed i savi nella creazione della terra italiana

«Rivista di storia economica», giugno 1938, pp. 168-174

 

 

 

Federico Caproni. – Primi risultati di una bonifica in brughiera. Milano, Bertieri, 1938. Un vol. in quarto, pp. 284, s. i. p.

 

 

1. La memoria, letta dinanzi alla Accademia dei georgofili in Firenze l’11 aprile 1937, è qui ripubblicata con magnificenza di tipi, di carta e di illustrazioni. I fratelli Federico e Gianni Caproni, andando alla cerca di ampio terreno piano e adatto ad esperienze aviatorie ed alla creazione della grande impresa la quale da essi ha acquistato nome e fama, capitarono nel 1909 alla Malpensa presso Milano. Erano terreni di brughiera, dove, alla Malpensa, Giambattista Tosi, commerciante di Busto Arsizio, padre di quel dotto e pio Luigi Tosi che fu vescovo di Pavia ed amico di Alessandro Manzoni, aveva dato nel 1796 compimento ad una trasformazione agraria, che Pietro Verri aveva già potuto ammirare: il granoturco vi rendeva sino a dodici staia per pertica laddove nei terreni vicini, coltivati da tempo, dava al più otto staia; ma il Tosi traeva l’acqua da un pozzo profondo 70 metri.

 

 

Poi, nel 1832 e più nel 1886, la Malpensa fu destinata a campo di manovre militari ed a poco a poco ogni cultura venne meno. I Caproni acquistarono nel 1910 lì presso, in comune di Vizzola, i terreni di una «colonia agricola» fondata dalla «Società umanitaria» di Milano, ed il fondo di Vizzola, mettendo insieme circa 400 ettari, che prima e dopo la trasformazione agraria risultarono così distribuiti:

 

 

 

1919

Ettari

1937

Ettari

Campo d’aviazione ed officine

25

26.02.99

Boschi cedui

80

100 Boschi d’alto fusto

130.88.73

Pinete

20

Terreni coltivati:

Seminativi

159.55.08

asciutti

92,29

100

Prati irrigui:

irrigui

7,71

semplici

19.04.95

Brughiere

175

con meli

15.22.17

Culture specializzate:

frutteti

11.43.06

vigneti

7.84.00

35.92.48

gelseti

8.01.18

castagneti.

8.64.24

Recinti animali

10.20.00

Fabbricati con cortili.

4.38.75

 

400

401.25.15

 

 

Leggendo si ha l’impressione che la bonifica sia stata nel tempo stesso ostacolata ed aiutata dall’industria. L’alto milanese e specie il gallaratese dove la bonifica ebbe luogo è una zona industrializzata, dalla quale il contadino genuino, agricoltore senza aggettivi, scompare. Dalla colonia agricola, passata dall’Umanitaria ai fratelli Borletti, e destinata da questi alla educazione professionale agricola degli orfani dei contadini milanesi morti in guerra, non uscì neppure un agricoltore. I migliori sono attratti dall’industria, la quale paga salari più elevati. Il proprietario, il quale volesse coltivare in economia, fallirebbe certamente se dovesse pagare quei salari. Invece può affittare bene i proprii terreni in piccoli lotti agli operai dell’industria, i quali, figli della terra, vi impiegano le ore «subsecivae» ritraendo un prodotto complementare in natura, di gran sussidio alla famiglia.

 

 

«È – osserva Federico Caproni – che vi sono due modi di fare i conti. Il proprietario deve mettere fra le uscite le spese di mano d’opera, che in agricoltura sono alte, e in entrata i denari ottenuti vendendo i prodotti a prezzo di mercato; gli affittuari, se operai dell’industria, non contano le ore impiegate nei campi, mentre gli stabilimenti sono chiusi, e valutano i prodotti che ne ricavano e consumano nell’ambito famigliare, al prezzo al quale li avrebbero pagati comperandoli dall’ortolano o dal lattaio» (p. 22).

 

 

Non so se il Caproni abbia avuto tempo di meditare sulle pagine di Pantaleoni o di riflettere sulle manie dei dottrinari i quali vanno alla ricerca del reddito vero; egli qui fa certamente meditare sulle rivoluzioni economiche le quali seguono al contrasto fra due concetti di reddito contemporanei e contrastanti ma egualmente veri.

 

 

2. Il bonificatore, il quale deve forzatamente, durante il tempo della trasformazione, servirsi di salariati, lavora, in zone industrializzate, come quelle di brughiera, a costi più alti di quelli, già altissimi, delle bonifiche ordinarie in zone puramente agricole. Non solo i salarii sono alti, per la concorrenza dell’industria; ma gli elementi migliori gli sono portati via, rimanendo a lui solo gli scarti.

 

 

Quando ha inizio la conduzione del terreno oramai bonificato, sarebbe pazzia coltivare a quei salari: il bilancio si chiuderebbe in perdita permanente. La sola via d’uscita è la partecipazione sia pura, a forma di mezzadria, sia mista, Il Caproni illustra vividamente la complicazione del problema, facile solo per i cittadini, i quali della terra conoscono il verde dei prati, gli alberi fioriti, il lene fluire del ruscello, la festosità della trebbiatura, coi sacchi che si riempiono velocemente, le canzoni delle vendemmiatrici e gli scherzi dei giovinotti i quali vengono a ritirare i cesti colmi di uve.

 

 

«Nel programma avevo riservata ai mezzadri la conduzione della parte già coltivata. Dovevano compiere lavori di concimazione e di semina, e l’aratura precedente il rinnovo, che volevo profonda, coll’aiuto di macchine, in una specie di forma consorziata. Contavo su di essi per l’allevamento del bestiame, le sarchiature, le zappature e per un’orticoltura grossolana, nella parte irrigua, a base di fagioli e cavoli, vigna e i fruttiferi sarebbero stati dati più tardi, a quelli che avessero dimostrato la competenza necessaria, Persuaso ormai che non si diventa buoni mezzadri se non se ne ha la consuetudine, rinunziai all’idea di formarli sul posto.

 

 

Decisi di importare le nuove famiglie coloniche da una regione nella quale vigesse la mezzadria. In vista di questo programma, nella ricostruzione dei fabbricati tenni presente la necessità di avere gruppi di case che si prestassero agli appoderamenti più diversi seguendo le più svariate composizioni delle famiglie; le composizioni cioè, nelle quali si sarebbero trovate. La trasformazione della parte nuova doveva essere compiuta con salariati; ma, in quanto fosse stato compatibile con le esigenze colturali della parte a colonia, si sarebbero impiegati come salariati anche i coloni, Questo per dar modo ai volonterosi di formarsi una scorta liquida, ma sopratutto per non contrastare troppo il costume della plaga la quale, in gran parte, viene lavorata, fuori ora, da affittuari che, durante la giornata, sono salariati dall’industria. Così fu fatto.

 

 

Sapendo che le riforme sono meno osteggiate dai giovani ho cercato famiglie con molti ragazzi. Ho importato i nuovi coloni, in più riprese, da una diecina di paesi del bergamasco. Nel complesso un centinaio di unità lavorative suddivise in 30 – 40 famiglie, formanti, tra grandi e piccoli, un gruppo di 250 – 260 persone.

 

 

Tutti i mezzadri hanno prestato almeno 200 giornate all’anno come salariati. Il bestiame, le scorte, gli attrezzi li ho messi io, senza che i coloni pagassero un quattrino di interesse, Ho formato fra essi una cooperativa di consumo.

 

 

Sono andato anche più in là, Mi sono provato ad educare i nuovi collaboratori con la persuasione, a rinvigorire in essi il senso di dignità umana, seguendo i metodi che si usano nelle buone famiglie coi ragazzi. Ho aperto scuole e distribuii giornali, a chi sapeva leggere. La maggioranza era composta da analfabeti, Volevo aumentare nei miei mezzadri il senso di dignità personale perché sentissero come un dovere il lavoro che erano chiamati a compiere.

 

 

Confesso subito che tutti i tentativi di potenziare il loro lavoro coll’applicazione degli ultimi dettami del progresso scientifico furono male apprezzati dalla maggioranza degli interessati. I più di essi in luogo di avvicinarmisi si sono allontanati. Hanno di certo la grande attenuante che l’esperienza fu compiuta in periodo di prezzi decrescenti i quali tolsero ad essi la spinta fondamentale al lavoro: quella del guadagno.

 

 

Ma hanno influito all’insuccesso anche il carattere industriale della piaga in cui sono giunti, e, prima ancora, il modo in cui sono stati ingaggiati. Ho già detto del primo. Per la scelta mi sono affidato alle autorità dei posti di provenienza, autorità sindacali, civili e ecclesiastiche, che tutte han fatto del loro meglio per aiutarmi. Ma, forse, i contadini più pronti ad abbandonare il luogo ove son nati dimostrano per questo solo fatto di essere tendenzialmente portati a staccarsi anche dall’agricoltura. è fuori dubbio che nei posti d’origine degli emigranti si fanno sui migliori le maggiori pressioni per trattenerli. Nessuno dei mezzadri che han lasciato la mia azienda è tornato al paese di origine e nessuno più fece stabilmente l’agricoltore.

 

 

Per le società la moralità è più importante dell’intelligenza. Anche la produzione economica è determinata da molte cause di cui quelle tecniche non sono le più importanti. I fattori di origine morale sono fondamentali. Nella mezzadria il carattere si traduce in bene strumentale, Non c’è confronto tra lo spirito di iniziativa e di previdenza dei veri mezzadri e quello dei giornalieri che non rischiano nulla. La lotta contro le erbe infestanti è condotta dai mezzadri con ben altro successo dei giornalieri. Ma se i mezzadri pretendessero un compenso per il loro lavoro analogo a quello di certi salariati di mia conoscenza, la maggior parte dei proprietari dei fondi condotti a mezzadria fallirebbe».

 

 

La mezzadria, come qualunque istituzione umana, non può essere creata da una legge, né importata dal di fuori, né mutata da quel che in ogni zona agraria essa è, se non per lentissima secolare sovrapposizione di esperienze. «This damned constitution», scrisse quel tale parlando della costituzione britannica, «was never enacted; it simply did grow». Questa dannata costituzione non fu stabilita da nessuno; venne fuori, a poco a poco, dio sa come. Un altro tale in quaranta anni di tentativi cercò di trasformare il mezzadro di una regione collinare piemontese, tradizionalmente partecipante alla metà dei prodotti della vigna e dei campi ed affittuario dei prati, che utilizza quindi con suo bestiame a suo rischio e vantaggio esclusivo, in mezzadro pieno, alla moda toscana. Era convinto ne avrebbero avuto vantaggio, per migliori pratiche di allevamento, proprietario e mezzadro.

 

 

Non vi riuscì neppure quando, discendendo rovinosamente i prezzi, il mezzadro avrebbe avuto il vantaggio di sottostare a perdita dimezzata invece che intiera. I prezzi rovinavano in tutto il mondo; ma il mezzadro era convinto che, se il bestiame fosse stato tutto suo, egli, invece di perdere denari, ne avrebbe guadagnato. Sebbene non sia scritto in nessun trattato di economia pura, è certo che il mezzadro toscano ed il mezzadro di quella tale regione collinare piemontese calcolano profitti e perdite del bestiame in maniere differentissime e vano sarebbe ogni tentativo di far combaciare i due calcoli.

 

 

3. È verità sacrosanta che «per la società la moralità è più importante dell’intelligenza». Il giorno nel quale gli imprenditori saranno costretti ad assumere impiegati operai mezzadri affittuari fattori e consulenti secondo l’ordine di precedenza scritto in un libro imparzialissimamente tenuto dall’ufficio di collocamento, la società presente progressiva sarà finita. Purtroppo non avremo neppure la stabilità caratteristica delle società tradizionali, contente della prosperità conseguita.

 

 

Se in una società non esiste un minimo di scelta libera, da parte dei clienti e dei direttori d’intrapresa, sulla base di imponderabili morali, non riducibili a nessuna formula di punti di merito, di atti esteriori, di esami, di iscrizioni a chiese partiti scuole organizzazioni, la decadenza di quella società è assai avanzata. Quando Caproni narra il suo insuccesso nella scelta del materiale umano atto all’agricoltura attraverso l’opera, pur disinteressata e zelante, delle autorità civili ed ecclesiastiche, espone una verità di valore universale. L’autorità è capace di scegliere certi uomini per certi fini; non li può scegliere tutti per tutti i fini. Gli uomini vanno al loro luogo migliore attraverso metodi svariati, di cui i più efficaci non sono riducibili a regola.

 

 

Quelle che Caproni definisce «pressioni» per trattenere i «migliori» tra gli emigranti nei loro Paesi d’origine vogliono dire relazioni di famiglia e di amicizia, autorità degli anziani, interesse dei datori di lavoro a conservare i migliori lavoratori ed orgogliosa istintiva consapevolezza di questi che, ad essere apprezzati da chi li conobbe da giovani e li vide venir su sotto l’occhio di padre e madre anche essi stimati per buoni, c’è da guadagnare più di quel che è sperabile dal correre la ventura del mondo. Invano si spera di creare mezzadria, affittanze e partecipazioni nei luoghi di immigrazione se prima non si ricreano, coll’aiuto del tempo e della selezione delle generazioni, quelle relazioni di famiglia di amicizia di patronato e di orgoglio le quali avevano serbato salda la compagine sociale dei luoghi d’origine per lungo tempo dopo che avevano cominciato ad isterilirsi le fonti della vita economica.

 

 

4. Il successo tecnico alla lunga ha coronato gli sforzi dei fratelli Caproni. Convinti che «nel bestiame stava il perno della trasformazione agraria, perché senza letame non si viene a capo di nulla introdussero razze elette di bovini, di razza bruna alpina e frisona, portando il carico del bestiame nel fondo da 200 quintali nel 1927 a 1.200 nel 1935; e da un quintale di carne viva per ettaro di seminativo nel 1927 a 2,70 nel 1930 ed a 6,10 nel 1935; crescendo la popolazione di maiali e di polli, con una schiusa di oltre 16.000 pulcini nel triennio 1934 – 936. Il bestiame è mantenuto quasi per intero dal fondo e la produzione granaria cresce. Le selezioni procedono ordinate. In ogni sezione del campo zootecnico abbiamo dei soggetti promettenti. I diversi reparti dell’impresa industrializzata funzionano bene, con poca gente e con spese che sono venute via via riducendosi.

 

 

Le macchine sostituiscono convenientemente il lavoro manuale venuto a mancare. Coloro che le maneggiano si sono disinselvatichiti. Mi sento circondato da un nucleo di persone, che mi sono affezionate e credono, come me, riservata ai nuovi italiani una agricoltura meno faticosa» (p. 109).

 

 

Se la meta, del lato tecnico, non è lontana, il successo economico sinora sta nel «diminuire tutti gli anni le perdite». Federico Caproni se ne contenta, e rincalza affermando: «le improvvisazioni sono decantate di solito più di quanto meritino».

 

 

Auguro che egli possa, tra qualche anno, chiudere il bilancio in pareggio. In quel momento egli vorrà scrivere un altro libro, tratto dalla sua contabilità; e dire in esso quali siano state le sue spese per l’acquisto dei terreni e per la loro trasformazione. A leggere le sue misurate parole ed a guardare le fotografie, ho l’impressione che, pure escludendo dal conto agricolo tutti gli investimenti i quali possano essere considerati attinenti all’industria, i capitali investiti nella trasformazione siano un multiplo assai alto del prezzo originario del terreno. Faccio astrazione delle variazioni monetarie, materia controversa, intorno alla quale il bonificatore ci illuminerà nel miglior modo possibile, offrendoci i dati nelle lire di anno in anno spese ed incassate, senza alcuna arbitraria manipolazione statistica.

 

 

5. Quando egli ricorda che le terre italiane «rappresentano l’accumulo di un immenso sforzo di sistemazione, il cui costo non ha nulla a che fare coi prezzi attuali di esse», e che «i terreni appoderati della parte agricola più progredita vengono pagati appena una piccolissima parte di quanto si dovrebbe spendere se si dovessero ripetere le opere di trasformazione a cui furono sottoposti» (p. 16), Federico Caproni coll’esperienza propria ribadisce la verità fondamentale della storia agricola italiana. Se in Italia non fossero sempre vissuti uomini sragionati, la terra italiana non sarebbe quella che è.

 

 

Ragionavano forse i mercanti fiorentini, senesi, pisani, lucchesi, i quali dal 1200 in poi seguitarono ad investire nella terra i guadagni tratti dai fondaci, costruendo ville, livellando terreni, piantando olivi, coronando le vette di cipressi ed ingentilendo con piante da frutta e da ornamento i poderi? Ragionavano i mercanti milanesi quando, tra il duecento ed il cinquecento e poi di nuovo nel settecento, spianavano terreni, colmavano bassifondi, derivavano canali e roggie, datavano di caseggiati monumentali acquitrini e brughere?

 

 

Certo sragionavano, poiché investivano i risparmi all’uno e forse meno per cento, quando ad essi si offrivano investimenti, ritenuti allora ugualmente sicuri, al 4 od al 5 per cento. Alla stessa stregua sragionano oggi i Caproni e sragionano i tanti altri pazzi economici i quali vanno migliorando costruendo e bonificando dappertutto a saggi di frutto i quali, quando la meta sia toccata, si aggirano forse fra lo zero ed il due per cento dei capitali investiti.

 

 

Se però non esistessero i pazzi economici:

 

 

  • la terra non sarebbe creata ed i milioni di formiche lavoratrici non potrebbero poi trarre da quella terra, che essi pagherebbero ad un prezzo uguale ad una piccola frazione del suo costo di produzione, frutto bastevole a remunerare capitali e lavoro;

 

  • le formiche lavoratrici seguiterebbero a faticare osservando le regole antiche, senza essere in grado di salire, imitando i pazzi, a livelli più alti di benessere materiale e di elevazione intellettuale e morale;

 

  • i figli dei pazzi si troverebbero possessori di ricchezze mobiliari e di depositi monetari soggetti a ridursi a quantità ancor più invisibili di quanto non siano i valori correnti delle terre rispetto ai costi di investimento (cfr., nel quaderno del marzo 1937 di questa rivista, il tema da me proposto: quale fu il saggio di frutto degli investimenti di capitale?).

 

 

Talché non oserei sottoscrivere al detto di coloro i quali dopo aver sapientemente affermato i progressi dell’agricoltura italiana essere dovuti al superfluo dell’industria e del commercio, aggiungono che l’agricoltura deve tutto o molto all’arricchimento cittadino e quasi reputano la campagna parassita della città.

 

 

La loro tesi è inversa a quella degli agricoltori, persuasi di essere i soli produttori ed alimentatori della società. Ambe le tesi sono antieconomiche ed antistoriche. Forseché industriali e commercianti lavorano per disperdere i frutti del loro lavoro? E come conserverebbero se non investissero nella terra? Alla lunga, oltre un certo limite, si conoscono forse investimenti atti a resistere alle guerre, alle rivoluzioni, alle variazioni monetarie meglio degli investimenti terrieri? Resistono male tutti; ma quale resiste meglio? L’oro, le gemme, i quadri d’autore, i libri preziosi, i sopramobili rari per il piccolo spazio tenuto e la facile invisibilità resisterebbero egregiamente; ma il possesso di oro e di gemme diventa, a tratti di secoli, reati punibili con tratti di corda arbitraria e con rosolamento di carni a lento fuoco su graticole antisemite; ma le quadrerie, le biblioteche ed i ricordi di famiglia si disperdono per noncuranza ed ignoranza.

 

 

Se la terra, pur aperta alle grandini ed agli uccelli da preda, è dunque fornita di un grado di resistenza maggiore del valore mobiliare, dei depositi bancari, degli impianti industriali e dei fondi di commercio, non forse dobbiamo abituarci a considerare l’1 per cento terriero uguale al 5 per cento mobiliare; ed invece di guardare alla terra come alla parassita della città, non dobbiamo reputarla lo scopo per il quale tanta gente conduce nelle città una vita la quale sarebbe altrimenti senza meta e senza contenuto? L’istinto terriero che fa preferire lo zero o l’uno per cento è forse un inconsapevole ragionamento ricevuto in eredità dalle generazioni passate, il quale tiene conto degli imponderabili ignorati dalla logica ordinaria? Chi sono i pazzi e chi i savi nelle cose economiche?

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