Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

I pieni poteri tributari

«Corriere della Sera», 11 novembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 946-949

 

 

 

Ha fatto bene il governo a decidere di non contrarre alcun prestito all’estero. In generale, meno prestiti si fanno e meglio è: la disponibilità di somme cospicue essendo una gran tentazione a spendere, ed essendo difficile sottrarvisi anche per uomini deliberati alle più dure economie. Il prestito all’estero è più pericoloso di quelli interni; perché si spende più volentieri ciò che si spera di restituire con poca fatica. Cento milioni di dollari frutterebbero oggi 2 miliardi ed un terzo di lire. Se il cambio ribassasse a 10 lire per dollaro, basterebbe 1 miliardo per il rimborso. È vero che si tratta, in gran parte, di differenze nominali e che tanta fatica costerà, a procurarselo, il miliardo di domani, quanto i 2 miliardi e un terzo di oggi. Ma anche le apparenze contano e possono indurre a non guardar tanto per il sottile nello spendere. Si aggiunga che un prestito all’estero potrebbe anche essere adoperato per far ribassare i cambi; che sarebbe uno sciaguratissimo modo di sprecarne senza costrutto di ricavo. Così accadde per i 644 milioni di lire oro del prestito Magliani per l’abolizione del corso forzoso; e così fu per non si sa quante centinaia di milioni o miliardi all’epoca del cambio fisso a 37 lire prima e dopo l’armistizio. Se il cambio ha da andar giù, ciò accadrà solo per il buon governo della finanza italiana; ed in tal caso sarà un ribasso naturale e durevole. Ma un ribasso ottenuto con mezzi artificiali non durerebbe e darebbe luogo ad una ripresa violenta.

 

 

Anche ha fatto bene il governo a dichiarare che, se non li vuole fare esso, non si opporrà a che i privati facciano per loro conto dei prestiti all’estero. Ognuno deve essere libero di agire come crede; ed è probabile che l’importatore di capitali dall’estero abbia fatto i suoi conti e ritenga di ricavare buon frutto dall’operazione. Di ciò sia giudice egli stesso, senza nessuna intromissione di funzionari.

 

 

Ma gioverà all’importazione di capitali dall’estero l’altra notizia contenuta nel comunicato governativo, che cioè il ministero chiede i pieni poteri per la riforma tributaria? Gioverà, sovratutto, a quella formazione di risparmio nuovo da parte degli italiani e sua libera uscita alla luce del sole, che meglio di qualunque più abbondante introduzione di capitali stranieri favorirebbe il rifiorimento dell’economia paesana? I pieni poteri inspirano fiducia per quanto concerne la riforma burocratica. A questo riguardo il pubblico chiede soltanto che i ministri sappiano essi provvedere, con energia, sotto la loro responsabilità. Ma in materia di riforma tributaria sono in giuoco gli interessi più gelosi di tutti i cittadini. Dare i pieni poteri al governo, perché questo riformi il sistema tributario è fare un gran salto nel buio. Fino a che non si conoscano i nuovi provvedimenti, il risparmio si rintanerà o continuerà a non formarsi, preferendo tutti disperdere piuttostoché vedersi portati via i risparmi dal fisco. Senza una qualche preventiva pubblica discussione, è sempre grave, nonostante il valore e la competenza dell’attuale ministro delle finanze, il pericolo delle improvvisazioni. Quando si sente dire che il 15% di trattenuta sui dividendi dei titoli privati viene conservato non già per il vecchio scopo di spingere i titoli al portatore a trasformarsi al nome, ma per stabilire una specie di compensazione tra il Nord il quale pagherebbe quel tributo, perché possessore di titoli privati ed il Sud, il quale non lo pagherebbe, perché possiede poche azioni di società, c’è da rimanere preoccupati. In verità non esiste un contrapposto tra il Nord e il Sud sotto questo punto di vista. Un’imposta non è giusta al Nord ed ingiusta al Sud. Essa deve avere scopi di equa ripartizione tra individui e non tra regioni. L’imposta del 15%, ridotta, come è, ad un miserevole troncone di un albero distrutto, ha per effetto di ostacolare l’afflusso dei capitali alle industrie; ed è evidente che l’ostacolo sarà maggiore nelle regioni arretrate, come il Mezzogiorno, dove l’ostilità verso i titoli nominativi è massima e dove i titoli mobiliari devono presentarsi nella forma più attraente possibile, che non nelle regioni settentrionali, più educate economicamente. Quindi l’imposta danneggerà più il Sud che il Nord.

 

 

Se i pieni poteri dovranno essere usati con successo, la riforma tributaria non dovrà riferirsi solo a quella Meda, che oggi non si sa più quale sia, tante furono le sue edizioni; ma dovrà comprendere anche le imposte successorie, patrimoniali, sui trasferimenti, che in realtà formano un tutto organico, che soffre grandemente appunto della mancanza di concordanza tra le sue diverse parti. Nel riformare converrà decidersi tra punti di vista fondamentalmente contrastanti. Da una parte la semplicità e la certezza; dall’altra le imposizioni, i controlli, l’abolizione del segreto bancario, e simili. Non c’è dubbio che la terra, ad esempio, se paga troppo a molti enti locali, paga poco allo stato; e se i proprietari sono sovratassati come tali, le altre categorie di interessati nell’agricoltura sono sottotassate. Ma qual metodo seguire per introdurre maggiore equità nel sistema e giovare alla pubblica finanza? Io sono persuaso che l’imposta di stato potrebbe essere anche triplicata – tenuto conto non solo di quella fondiaria, ma di quella patrimoniale e sul reddito – se fossero conservati gli antichi metodi catastali, rapidamente aggiornati; perché il catasto significa certezza e stabilità, che sono le due condizioni che trasformarono l’agricoltura di tutte le regioni dove all’arbitrio delle valutazioni fiscali si sostituirono i metodi oggettivi fiscali. Perché gli agricoltori non dovrebbero far sentire la loro voce contro il pericolo che alla terra vengano estesi i metodi di accertamento proprii, per impossibilità di far diversamente, dei redditi mobiliari? L’industria ed il commercio dal canto loro, i quali speravano nella introduzione del principio di tassazione dei dividendi ed utili effettivamente ripartiti, debbono correre il rischio che rimanga il metodo vessatorio attuale dell’accertamento di una ipotetica cifra di reddito prodotto? Pagare bisogna; ma i contribuenti preferiscono pagare 10 invece di 5 o di 7, pur di non aver noie. Di ciò è persuaso per il primo, ne sono certo, l’on. De Stefani; ma i pieni poteri vanno oltre la vita ministeriale ed offrono il pericolo di dare gli averi e la vita economica di tutti i cittadini in mano ad un gruppo di funzionari. Il che, in un paese libero, è intollerabile.

 

 

D’altro canto, è chiaro che il parlamento non è in grado di discutere una ampia e compiuta riforma tributaria, estesa anche alle imposte sui consumi. Trattasi di materia tecnica; e da una discussione a cui partecipassero centinaia di persone uscirebbe un mostro. Altra via di uscita non si vede fuorché l’approvazione di un disegno di principii da parte del parlamento e la delegazione al governo di preparare lo schema particolareggiato della riforma da emanarsi, sentito l’avviso di una commissione di pochi parlamentari designati dai due rami del parlamento. Se l’avviso non fosse dato entro tre mesi, esso si dovrebbe intendere favorevole. Se per taluni punti fosse contrario, provveda il governo ad una applicazione provvisoria, salvo sottoporre il conflitto al parlamento. Lo schema di riforma dovrebbe essere reso pubblico, affinché tutti gli interessati possano far pervenire le loro osservazioni al governo ed alla commissione. Spesso errori gravissimi furono riparati in seguito ad osservazioni di gente modesta; vissuta addentro a quel ramo di affari o di amministrazione che una proposta di legge intendeva regolare.

 

 

Il suggerimento sopra indicato può non essere il più adatto; ma un mezzo deve essere trovato per conciliare la rapidità indispensabile con la necessità del pubblico controllo.

 

 

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