I popolari e l’agricoltura

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/03/1922

I popolari e l’agricoltura

«Corriere della Sera», 3 marzo 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 586-587

 

 

 

I popolari non vogliono, neppure per un giorno, sospendere la continuità della politica contraria all’agricoltura, di cui si sono fatti antesignani. Dopo l’on. Mauri, l’on. Bertini non ha voluto perdere tempo; e nel primo consiglio dei ministri, in mezzo alla contesa per la scelta dei sottosegretari, ha fatto approvare un decreto legge per prorogare di un altro mese i contratti agrari che verrebbero a scadere all’1 marzo. Questi popolari stanno diventando un vero flagello di Dio per le campagne. Se costoro non imperversassero con decreti legge, tutta la materia dei contratti agrari sarebbe da tempo pacificamente assestata. I contadini buoni non hanno nessun timore di essere licenziati, se non nei casi nei quali, per la divisione delle proprietà, per l’ingrossare o il diminuire del numero dei membri della famiglia colonica, il licenziamento è necessario alla produzione ed in sostanza giova ai contadini medesimi. In tutti gli altri casi, un contadino anche mediocremente laborioso è tanto prezioso, che i proprietari fanno qualunque sacrificio pur di non lasciarlo andar via. Coloro i quali fanno la campagna a favore della proroga, sono i contadini indolenti, frequentatori di osterie, elettori, grossi o piccoli, dei deputati popolari. Il contadino operoso sta a casa sua e non disturba i deputati; i quali, forse senza saperlo, prendono le parti degli uomini più scadenti che infestano le campagne.

 

 

Una proroga di un mese nella presente stagione vuol dire la perdita di un altr’anno. Ci sono certe consuetudini impossibili a cambiare; e tra esse è quella per cui le denuncie si fanno in primavera per l’autunno. A farle un mese dopo non si è più in tempo, perché tutto il movimento si ingrana su quella data. Immobilizzato un fondo, se ne immobilizzano dieci o venti. Immediatamente, e trascurando le ripercussioni ulteriori, ci sono due fondi rovinati per ogni proroga: quello dove sta per forza di legge il contadino escomiato, il quale lavora male per deficienza di braccia o perché, sapendo di essere tollerato, si industria a rubare alla terra tutto quanto può senza dar nulla in cambio; ed il fondo da cui dovrebbe provenire il contadino chiamato in vece del primo. Anche questi è svogliato, perché spera di andarsene e coltiva male.

 

 

Né valgono i pretesti addotti per il decreto legge: l’uno che i contadini escomiati non trovano casa, e l’altro che è imminente la discussione del disegno di legge sul latifondo. Quanto al primo, è noto che un contadino escomiato non troverà mai casa, finché la legge gli consenta di stare dove è, non foss’altro che per far dispetto o per ricattare il suo proprietario; mentre, là dove le proroghe non furono concesse, tutti i contadini trovarono casa, sebbene prima i loro organizzatori dimostrassero con lusso di statistiche, a deputati ed a prefetti, che case non esistevano. Quanto al secondo, trattasi di un monumentale disegno di riforme, complicato e farraginoso, che il parlamento non può con decenza discutere in poche sedute. Ci vorranno mesi: ed anche quando sarà approvato, ci vorranno anni prima di iniziarne l’attuazione e decenni prima di vederne apprezzabili risultati.

 

 

Si direbbe che i ministri popolari dell’agricoltura si proponessero di mantenere artificiosamente le campagne in agitazione e di scemare la produzione, affinché il malcontento perduri. Vorremmo ingannarci; ma i primi atti dell’on. Bertini non ci sembrano tali da tranquillizzare per l’avvenire.

 

 

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