Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

I postelegrafici e le riforme

«Corriere della Sera», 30 gennaio 1908

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 573-577

 

 

Le lagnanze dei postelegrafici e le richieste da essi messe innanzi a proposito del disegno di legge sugli impiegati erano state generalmente riconosciute giuste, specie per quanto riguarda l’elevamento degli stipendi minimi da 900, 1.200 e 1.500 a 1.100, 1.600 e 2.000 lire, come fissato per gli altri impiegati dello stato e alla approvazione era seguito il consiglio alla federazione a studiare nuovi metodi di remunerazione ai postelegrafici, basati sulla cointeressenza, i quali valessero ad aumentare il rendimento del lavoro ed a crescere lo zelo di ogni impiegato. La federazione ha raccolto l’invito ed in un memoriale inviato alla commissione parlamentare, che esamina il progetto sugli impiegati, espone, insieme alle domande relative ai miglioramenti di carriera, tutto un piano di cointeressenza del personale ai risultati dell’azienda postale-telegrafica.

 

 

Sulle domande, che in questo memoriale si leggono, noi non ci tratterremo, poiché è quistione delicata decidere se i milioni chiesti dalla federazione debbano essere dati per ragioni di giustizia e il concederli non contrasti colle esigenze del bilancio. Amiamo invece fermarci sul punto della cointeressenza, poiché qui veramente pare che il memoriale contenga una nota elevata e presenti proposte a parer nostro feconde di risultati.

 

 

Che molti difetti vi siano nell’organamento interno del servizio postale-telegrafico è impossibile negare. Chiunque si trovi in frequenti rapporti colla posta è testimone di lentezze, disguidi, complicazioni inutili e costose che riescono di impaccio gravissimo alla speditezza del servizio. Nel memoriale la federazione afferma che nel solo ufficio telegrafico di Milano vi sono circa 60 impiegati addetti a pratiche inutili, ma consacrate da disposizioni regolamentari; e questi impiegati costano allo stato circa centomila lire!

 

 

Se le nostre pubbliche amministrazioni somigliano alle lumache, se il nostro stato possiamo paragonarlo ad una mastodontica macchina che consuma enorme quantità di combustibile e si muove pesantemente e cigolando, gli è appunto perché da noi tutto si deve emarginare ripetute volte, ogni pratica deve portare un dato numero di visti e di bolli; e nessuno può mettere penna sulla carta senza prima consultare centinaia di articoli di regolamenti e montagne di bollettini e di circolari.

 

 

La federazione suggerisce molteplici migliorie nell’organismo tecnico del servizio a rimuovere gli ingombri: abolizione della registrazione del telegramma, ricevuta gratuita attaccata al modulo del telegramma e riempita dal mittente, ecc.

 

 

E prende in esame ad uno ad uno i diversi servizi – posta lettere, pacchi, raccomandate, vaglia, contabilità, ispezioni e missioni, reclutamento del personale, alte cariche direttive – per suggerire per ognuno di essi qualche miglioramento e qualche semplificazione, che se anche non fossero in tutto accettabili, dimostrano nei capi del movimento un lodevole desiderio di meritare quegli aumenti di stipendio che i postelegrafici richiedono. In confronto a tante altre schiere di funzionari, anche elevati e di cultura superiore, i quali di null’altro si sono preoccupati fuori dell’aumento dei loro stipendi ed hanno deliberatamente postergato le riforme organiche dei loro servizi alla riforma economica degli stipendi, di fronte a questo spettacolo talvolta repugnante, l’esempio della federazione postelegrafica meritava di essere segnalato a titolo di lode.

 

 

Poiché non si dicesse che tutta questa era un’abile manovra per fare accettare la merce avariata di una eccessiva richiesta di aumento degli stipendi – ed in verità i milioni richiesti ci sembrano troppi nel momento presente – la federazione dice nel suo memoriale: noi chiediamo, insieme all’aumento di stipendio, l’abolizione del lavoro straordinario che ci abbrutisce e snerva che oggi è necessario per completare le nostre paghe troppo misere, ma è mal visto dall’amministrazione, la quale ci sospetta di rallentare il lavoro durante le ore normali per far nascere il bisogno artificioso di ore supplementari; e chiediamo di essere cointeressati al lavoro nostro, in guisa che l’interesse individuale ci spinga tutti a raddoppiare di zelo nel servizio del pubblico e dello stato.

 

 

Ecco un esempio calzante dei benefici che la cointeressenza potrebbe arrecare nel solo ufficio telegrafico di Milano. Ivi a ricevere i 17.000 telegrammi giornalieri sono normalmente occupati nel maneggio degli apparati 219 impiegati, esclusi quelli addetti ai servizi interni. Tenendo conto del mese di congedo e della media di 12 libertà festive, vi sono 4 impiegati che durante i 323 giorni di lavoro rendono 188 telegrammi in media ciascuno, 9 che ne rendono 170, mentre 7 impiegati rendono 157 telegrammi, 12 solo 132, 35 appena 110, 77 scendono a 79 telegrammi l’uno e 75 si abbassano a 55 telegrammi. L’esistenza di pochi impiegati che rendono più di 150 telegrammi e di molti che ne rendono meno di 80 significa che nei nostri uffici vi sono parecchi i quali sanno poco e lavorano meno, riuscendo a caricare il lavoro su una minoranza di conoscitori di tutti i servizi e di tutti gli apparati celeri. È chiaro come la sperequazione, in uffici pubblici dove si va innanzi sovratutto per anzianità, produce malcontento e rilassatezza anche nei buoni, i quali guadagnano lo stesso o poco più degli infingardi. Si aggiunga che l’eccesso di impiegati produce confusione, dirigenza distratta e meno energica e arenamento nel servizio.

 

 

Istituendo la cointeressenza di 1 centesimo per tutti i telegrammi Morse e di 1 centesimo e mezzo per gli apparati celeri, sarebbe facile, dice la federazione, spingere ogni impiegato ad una produzione media di 108 telegrammi, media inferiore di gran lunga alle medie dell’Austria, della Germania, del Belgio, dell’Inghilterra, degli Stati uniti, ecc. In una giornata 200 soli impiegati darebbero un rendimento di 21.600 telegrammi ed in un anno, detratto sempre il mese di congedo e le 12 libertà festive, ne darebbero 6.976.800, ossia circa un milione in più sul lavoro annuo che oggi si compie nell’ufficio di Milano con 219 impiegati.

 

 

Gli impiegati avrebbero un guadagno complessivo giornaliero di 294 lire, che divise fra 200, darebbero una media giornaliera di lire 1,40 a testa: media che potrà elevarsi a 2 lire per i più abili e scendere a lire 0,80 per i mediocri. Ma, ed è quel che più monta, anche gli impiegati oggi cattivi, i quali danno un rendimento di appena 55 telegrammi in media, sarebbero spinti dal proprio interesse a diventare almeno mediocri, ad istruirsi, a perfezionarsi allo scopo di poter ottenere una maggiore cointeressenza. Migliorata la media degli impiegati, creato nel personale il «senso di responsabilità», sarà possibile supplire gli apparati Morse, che costano lire 250, con gli apparati Sunder, che costano appena 42 lire; e così si avrà non solo la semplificazione dell’apparato e quindi minor spesa d’impianto (10.400 lire nel solo ufficio di Milano), ma anche la abolizione dei rotoli di zona, con un risparmio per 50 Sunder a Milano di 10 kg di rotoli, ossia di lire 12,50 al giorno. Il cresciuto rendimento del lavoro degli impiegati e il minor costo d’impianto e di manutenzione degli apparati consentirà all’amministrazione di affrontare, con maggior coraggio di adesso, la grande riforma, che oramai s’impone, della riduzione della tariffa telegrafica, riforma che oggi rappresenta un’incognita paurosa sia per il costo degli impianti nuovi necessari per il cresciuto servizio, sia, ed ancor più, per il deterioramento della macchina umana addetta al lavoro postale-telegrafico.

 

 

Tutto questo non diciamo noi; dice la federazione postale-telegrafica. Potranno discutersi ed essere ritenute eccessive le sue domande di milioni all’erario pubblico; ma è certo che la intensa aspirazione ad elevare la macchina umana, a trovare i mezzi pratici per spingere l’impiegato, l’immobile vecchio lento travet, a meritare un guiderdone più alto, ci trasporta in più spirabili aere e fa concepire un desiderio: che a non lungo andare memoriali simili a quello che ci sta sotto gli occhi siano scritti da altre federazioni di pubblici impiegati. Vi è un servizio, di natura industriale quanto e forse più del servizio postelegrafico, a cui il concetto della cointeressenza e della iniziativa individuale per il maggiore rendimento potrebbe essere di larghissima e feconda applicazione: ed è il servizio ferroviario. È certo anzi che di un più diretto interessamento del personale l’azienda ferroviaria ha urgente bisogno. Son cose di ieri la relazione Bianchi sull’esercizio 1906-907, e gli sforzi penosi per far comparire un utile netto maggiore del reale o meglio, poiché di utile è vano parlare, una perdita minore di quella vera. Almeno l’azienda postelegrafica è realmente attiva, sebbene di poco. Perché i ferrovieri non imitano i loro colleghi postelegrafici nell’aspirazione ad ottenere il vantaggio proprio mercé il vantaggio dello stato e della collettività? Perché, messisi al seguito di una banda di ventura sindacalista, minacciano scioperi ad ogni momento ed intendono presentare richieste di miglioramenti per decine di milioni, che nessuno per fermo può reputare giustificate dalle loro maggiori prestazioni di lavoro? Orsù, si scuotano i ferrovieri di dosso coloro che si sono impadroniti delle loro organizzazioni, seguano gente, sia pur di loro fiducia e di lor parte, ma seria e lungiveggente; e l’opinione pubblica comincerà a guardarli con quella simpatia con cui oggi guarda agli sforzi dei postelegrafici per rendersi meritevoli di più liete sorti.

 

 

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