I prezzi: 2. Il sofisma del costo

Tratto da:

La Libertà

Data di pubblicazione: 08/02/1946

I prezzi: 2. Il sofisma del costo

«La Libertà», 8 febbraio 1946

«Il Giornale», 10 febbraio 1946

 

 

 

La vendita a sottocosto e al costo delle merci fornite dallo Stato, quando il costo sia inferiore al prezzo di mercato è dunque di difficile, talvolta difficilissima applicazione: calmieri, contingenti, razionamenti, tesseramenti, tutti i parafernalia di una economia ingombrante, che gli italiani hanno imparato a non osservare.

 

 

Quella politica di prezzi è almeno razionale; è almeno vantaggiosa? Il contrario è vero. È vero che, se essa fosse applicata generalmente, condurrebbe al disastro. Che cosa vuol dire infatti la pretesa di vendere le merci, non dico in perdita, ma semplicemente al costo, invece che al prezzo di mercato? Purtroppo l’idea che sia «giusto» vendere le merci al «costo» è tanto universalmente diffusa, che riesce, più che difficile, impertinente e offensivo dire perché essa sia sbagliata. Ma bisogna rassegnarsi a scrivere l’impertinenza, vendere al costo significa vendere al prezzo dei fannulloni e degli stupidi. Che cosa è il costo se non la spesa, la fatica sopportate dal produttore? Ma c’è il produttore il quale sa il suo mestiere e sa organizzare bene la sua impresa e ha un costo di 5; e c’è il mediocre, l’incapace, il poltrone il quale sopporta il costo di 20. Dire che la merce, che ogni merce deve essere venduta al costo non ci dice nulla intorno al prezzo di vendita. Quale dei tanti costi sceglieremo? Il costo 5 del produttore abile o il costo 20 del produttore incapace? Nel momento della decisione, chi si fa avanti a spiattellare i propri guai, a dire che la sua impresa rovinerebbe se non gli permettesse di vendere a tanto e tanto? Non il produttore bravo, il cui costo è 5; il quale è troppo contento di mandar avanti coloro che producono a 10, a 15, a 20; e costoro presentano libri, conti precisi e veri dai quali risulta lampantemente, alla luce del sole, che essi andrebbero in malora se vendessero a meno di 10, di 15 o di 20. Non sono forse costi anche questi? Non sono anch’essi produttori? Non danno lavoro a migliaia di operai?

 

 

Così è; la teoria del costo è una teoria la quale consacra la mediocrità, l’incapacità, l’infingardaggine. Tutti e quattro i costi di 5, di 10, di 15 e di 20 sono costi; e i costi non sono quattro, ma sono tanti quanti sono i produttori. L’idea medesima che possa esistere un «costo» di produzione del frumento, del vino, dell’olio, dell’abito, delle scarpe è assurda. Non esiste «il» costo; esistono innumerevoli costi: Quale scegliere?

 

 

Se non vogliamo imbrigliare l’umanità in perpetuo nella camicia di Nesso dei controlli, calmieri, tessere, contingenti che nessuno, salvo la buona gente, osserva, il solo giudice è il mercato. Il mercato dice, ad esempio, che al prezzo 10 la quantità offerta è uguale a quella domandata; e perciò gli inetti, i quali producono a più di 10, vanno in malora e falliscono, e quelli che producono a 10 o a meno di 10 vivono e prosperano. Perché i consumatori dovrebbero pagare le merci a 11 o più, quando vi sono produttori i quali sono disposti a produrre e a mettere sul mercato al prezzo di 10 tanta merce quanta è quella che al prezzo medesimo di 10 viene richiesta? È vantaggioso, è morale pretendere che i consumatori paghino 11 o più quella merce che altri offre a 10 o a meno di 10? No. Anzi è immorale, perché premia la infingardaggine; è dannoso, perché incoraggia l’incapacità. Nel mondo vi sono tanti mestieri da fare, fuor di quello dell’imprenditore, del fabbricante; vi sono tanti ideali da raggiungere fuor di quello di vendere a prezzi più alti di quello di mercato, col pretesto che il proprio costo è più alto del prezzo di mercato.

 

 

Ne è un ideale quello di vendere al disotto del prezzo di mercato. Se il prezzo di mercato – ossia, ripetiamolo, il prezzo al quale sul mercato si domanda precisamente tutta e non meno della quantità di merce offerta -, se il prezzo di mercato è 10, ciò vuol dire che a quel prezzo viene portata sul mercato merce che ai produttori è costata non più di 10 e che è bastevole a contentare i consumatori. A taluni la merce può essere costata meno; e i produttori abili guadagnano qualcosa. Il produttore «marginale» il quale produce precisamente al costo 10, uguale al prezzo di mercato, né guadagnerà né perderà. Il sistema del prezzo di mercato fa si che i fabbricanti, che gli agricoltori debbano ingegnarsi, debbano stillarsi il cervello a produrre a un costo non superiore a 10. Perché i consumatori dovrebbero fare ai produttori l’elemosina di pagare qualcosa di più di 10?

 

 

Perché, d’altro canto, pagare meno di 10, ad esempio 6? Una delle due: o i produttori i quali producevano a costi superiori a 6, fino a 10, non produrranno più; e quei consumatori i quali sarebbero stati disposti a pagare più di 6, fino a 10, rimarranno a bocca asciutta, che è un risultato bellissimo a vedere, ma poco piacevole e rissoso per i consumatori, i quali cominceranno a litigar tra di loro per sapere a chi deve andare la poca merce prodotta: calmieri, tessere, contingenti e il diavolo a quattro.

 

 

Ovvero, i produttori, i quali producono a costi fra 6 e 10 devono essere indotti a produrre; e poiché essi non possono produrre in perdita, qualcuno dovrà pagar la differenza. Il qualcuno sarà il solito signor Pantalon dei contribuenti, il quale non di rado è un signore più miserabile del signor consumatore che si pretende di beneficare; e sempre è un signore il quale deve far fronte a tante altre spese che l’aggiunta della differenza sul prezzo politico del carbone, del pane, del ferro, dell’acciaio, del panno lo farà stramazzare. Stramazzamento che ha comunemente nome di svalutazione o annullamento della moneta.

 

 

Questi i bei risultati del vendere al disotto del prezzo di mercato. È davvero necessario per lo Stato vendere a sotto costo o al cosidetto costo le merci, è necessario davvero venderle a prezzo inferiore a quello di mercato per far ribassare i prezzi? No. Vendendo le merci sue a prezzo di mercato, lo Stato non fa aumentare i prezzi; anzi, automaticamente, li fa ribassare. Il fatto solo che lo Stato «vende» carbone o lana o cotone o residuati di guerra (trattori, automobili, autocarri, ecc.) fa si che il prezzo di mercato non sia più quello di prima. C’è più merce offerta e il prezzo deve ribassare. È questo il «solo» mezzo efficace per giungere a un ribasso graduale di prezzo. Senza perdite, anzi, temporaneamente, con lucro dell’erario e senza arricchire intermediari. Non si può offrire merce in quantità maggiore di prima senza far ribassare i prezzi; e produrre e offrire merci in maggior copia è la condizione unica e sufficiente per far ribassare i prezzi.

 

 

Le leggi economiche non si violano impunemente. Vendete a sotto costo o al costo e provocherete perdite per l’erario, arricchimenti per mezzani e faccendieri, disordini, confusione e malcontento. Vendete al prezzo di mercato, ribassando quanto occorre per vendere la merce così offerta in maggior copia, e otterrete il risultato desiderato del ribasso effettivo dei prezzi, con vantaggio dell’erario e nel tempo stesso dei consumatori. Vendere a sottocosto o al costo è sinonimo di demagogia, di favoritismo politico, di accaparramento di clientele elettorali. Vendere ai prezzi di mercato ribassando in funzione delle quantità offerte è sinonimo di tutela dell’interesse generale, di tutela dell’erario e del pubblico.

 

 

Occorre dire ben chiara la verità cruda: quei produttori, quegli agricoltori i quali pretendono che lo Stato venda i residuati di guerra ceduti dagli Alleati, il carbone, i minerali, il cotone, la lana, i concimi chimici a prezzi detti, chissà perché, di costo, a prezzi inferiori a quelli a cui il mercato può assorbire la quantità offerta, fanno il vantaggio proprio e il danno pubblico. Essi possono, si, chiedere che soltanto certi consumatori possano comprare taluni prodotti. A cagion d’esempio, si possono escludere dal novero dei consumatori taluni gruppi, come i consumatori a scopo di riscaldamento privato. Ma gli altri acquistino il carbone al prezzo migliore per lo Stato. Solo così potremo far andare il carbone a favore di quelle industrie che lo utilizzeranno meglio.

 

 

Può essere vantaggioso che lo Stato o altri enti pubblici producano e vendano certi beni: istruzione, da quella elementare all’universitaria; cure mediche, in ospedali sanatori ambulatori; case, giardini pubblici, ecc., ecc., anche a prezzo zero. Dico che lo Stato dovrà sempre più vendere taluni beni, sempre più numerosi beni, a prezzo zero, impostandone il costo nel suo bilancio a carico dei contribuenti. Caso per caso discuteremo questa politica dei beni pubblici gratuiti o semigratuiti. Ma deve essere una politica chiara e consapevole. Non deve mascherarsi sotto le sembianze di una spropositata teoria del prezzo uguale al costo. Beni gratuiti o semi gratuiti si; per ora pochi, e dichiaratamente tali, destinati a crescere in avvenire, sempre ben ragionati e informati a criteri chiari e imperiosi di pubblico interesse. Oggi, ricostruire il mercato e attenersi ai suoi dettami è la necessità prima dell’ora economica presente, se non si vogliono perpetuare gli imbrogli, la confusione, il parassitismo, la borsa nera, i sopraprofitti di camorra che furono caratteristici del regime passato.

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