I prezzi e le vecchie rimanenze

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/08/1925

I prezzi e le vecchie rimanenze

«Corriere della Sera», 15 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 417-421

 

 

 

Le discussioni promosse dal ristabilimento del dazio sul frumento si sono imperniate sul punto: è giusto, è bene che l’aumento inevitabile del prezzo si sia esteso anche alle partite che il dazio non hanno pagato? Il problema è interessante, perché non è peculiare al caso odierno di un aumento prodotto dalla introduzione di un dazio, ma è generalissimo, toccando tutti i casi nei quali una causa qualunque, talvolta improvvisa, fa aumentare o diminuire il prezzo di una qualunque merce. Si domanda: l’aumento o la diminuzione del prezzo si deve applicare solo alle partite nuove (nuova produzione o nuova importazione) o deve estendersi anche alle partite vecchie (produzione già avvenuta, importazioni già sdaziate)? Distinguiamo nettamente il fatto, le conseguenze del fatto ed il giudizio su di esso.

 

 

Il fatto. Se il governo od i comuni non intervengono con decreti o provvedimenti limitativi il fatto è che gli aumenti o le diminuzioni di prezzo tendono ad estendersi a tutta la merce disponibile sul mercato, alle partite vecchie come alle nuove.

 

 

Prima del dazio, il frumento mercantile fino si aggirava sulle lire. Introdotto il dazio di 7,50 lire-oro, ossia di circa 40 lire-carta, il prezzo è salito verso le 200 lire, anche per le rimanenze vecchie già in mano del commercio o dei mugnai, per cui non si era pagato alcun dazio, se importate dall’estero, o che erano state acquistate dalla proprietà quando, non esistendo ancora il dazio, il prezzo era ancora relativamente basso.

 

 

Ciò accade in virtù di una legge che nella scienza economica è conosciuta sotto il nome di legge di indifferenza od anche di Jevons, dal nome dell’economista che l’ha più largamente illustrata: «su uno stesso mercato, per la medesima merce e nello stesso momento non possono darsi due prezzi diversi». Il quintale di frumento, della stessa qualità, nello stesso giorno od istante e nello stesso luogo, non può vendersi ora a 160 lire ed ora a 200 lire. I due prezzi sono assurdi, perché chi vorrebbe comprare il frumento a 200 lire, quando ce n’è disponibile a 160 lire? Tutti correrebbero a comprare il frumento a 160 lire, lasciando in asso il venditore a 200 lire. I venditori a 160, vedendo siffatta insolita affluenza di compratori, aumenterebbero i prezzi; ma l’affluenza continuerebbe sino a che il prezzo fosse giunto dappertutto a 200 lire. Viceversa, se per una causa qualunque il prezzo del frumento nuovo o nuovamente importato ricadesse da 200 a 160 lire, anche i detentori delle vecchie partite acquistate a 200 lire dovrebbero venderle a 160 lire. Chi comprerebbe invero a 200, quando esistesse un’offerta a 160?

 

 

Il fatto non sempre si verifica d’un colpo e completamente. Esistono attriti, ostacoli molteplici, i quali essenzialmente dipendono da ciò che non sempre si tratta dello stesso mercato o tempo, che occorrono spese e giorni per far venire le nuove partite, che non sempre gli uomini, anche commercianti, agiscono economicamente ecc. ecc. È un fatto il quale, tuttavia, tende a verificarsi con la stessa regolarità e sicurezza con cui si verificano le leggi fisiche, con cui i gravi cadono all’ingiù, l’acqua corre verso il mare, la notte succede al giorno. Poggiata sull’interesse del compratore di comprare la merce a più buon mercato e su quello del venditore di scegliere, potendo, il prezzo più alto, la legge dell’uguaglianza dei prezzi non può non attuarsi. Le interferenze amministrative poco possono ostacolarla, con gravi fastidi del pubblico e scarso costrutto. Per mantenere due prezzi diversi per il frumento vecchio (e derivati in farine, paste alimentari e pane) e il frumento nuovo, occorrerebbero requisizioni, calmieri, tesseramenti e simili: un macchinario che a metterlo in piedi e farlo agire sul serio occorrono più tempo e danaro di quanto valga il dubbio guadagno che può derivare al pubblico. Siccome le rimanenze vecchie a prezzo calmierato basso sono limitate bisogna «regolare» l’afflusso del pubblico. Sotto l’influenza del pubblico, il quale in tutti i tempi e paesi ha visto di cattivo occhio la legge di indifferenza, non di rado escono alla luce grida spagnole le quali vorrebbero vietare quella che dicesi speculazione e non è altro se non l’attuazione della ora ricordata legge economica; ma sono vane grida, le quali lasciano il tempo che trovano.

 

 

Le conseguenze del fatto. Perché l’opinione pubblica ordinariamente si irrita nel vedere verificarsi la legge economica? Perché ritiene «ingiusto» che colui, il quale ha comprato quando il prezzo corrente era 160 ed aveva già fatto calcolo di guadagnare onestamente sfarinando il frumento o cuocendo il pane, guadagni ulteriormente 40 lire, piovutegli dal cielo in virtù di un provvedimento imprevisto, come il dazio sul frumento. Che riscuota 200 lire l’importatore, il quale ha dovuto pagare le 40 lire di dazio, si reputa «giusto»; che se le faccia pagare l’agricoltore, passi, perché il dazio è stato creato a suo beneficio. Ma che se le faccia pagare l’intermediario, il mugnaio, il fornaio, il quale ha la merce in magazzino a 160, no. Qual diritto ha egli alle 40 lire?

 

 

Purtroppo, nelle faccende economiche è spesso troppo costoso parlare di «diritto», attuare quella che è reputata la giustizia assoluta. Per impedire all’intermediario, il quale ha comprato a 160, di vendere a 200, sarebbe necessario mettere in azione quel tale complicato e costosissimo macchinario di requisizioni, calmieri e tesseramenti – i calmieri soli non bastano ed occorre il resto – che già esperimentammo durante la guerra; che tollerammo allora per ragioni di salute pubblica ma non pare si sia da nessuno propensi a reintrodurre temporaneamente ad ogni stormir del vento dei prezzi. Il macchinario, oltreché costoso e fastidioso, sarebbe un precedente pericolosissimo. Oggi dovrebbe servire a tenere un prezzo basso per quindici giorni od un mese, sino ad esaurimento delle rimanenze vecchie. Domani, se i prezzi ribassassero da 200 a 160, gli intermediarii potrebbero, ragionando con ugual rigore, pretendere dal governo o dai comuni un indennizzo per le rimanenze vecchie, acquistate a 200, che essi fossero costretti a vendere a 160. Ammesso il principio, bisogna riconoscere che esso lavora nei due sensi; e bisogna riconoscere altresì che se il macchinario è incapace per lo più a frenare l’ascesa, gli intermediarii sarebbero abilissimi a moltiplicare le pretese di indennizzo nel caso di ribasso. Economicamente, non si discute dunque sulla giustizia; si osserva soltanto che tra due mali, il male minore è rassegnarsi alla tendenza dei prezzi ad uguagliarsi per le partite vecchie e per le partite nuove.

 

 

Il giudizio sul fatto. V’ha di più. faccio astrazione dal caso presente, rispetto a cui ho già esposto la mia opinione recisamente contraria al dazio sul frumento. Quello presente è un caso di un genere assai più ampio. La legge di indifferenza od uguaglianza dei prezzi è una delle leggi economiche che più sono vantaggiose al progresso materiale, all’incremento del benessere generale, ed allo spirito d’iniziativa. Guai se quella legge non funzionasse!

 

 

In sostanza, a ridurre le cose alla loro espressione più semplice e facendo astrazione, come sempre si deve fare in un articolo, da circostanze perturbatrici o secondarie, che cosa significa il fatto che il prezzo di una stessa merce, sullo stesso mercato e nello stesso istante è uguale? Significa che non si bada ai costi di produzione singoli dei varii produttori. Quella merce costa a produrre, compreso l’interesse corrente sul capitale e il corrente guadagno industriale, a Tizio 120 lire al quintale, a Caio 160, a Sempronio 200, a Mevio 250 lire. Il prezzo sul mercato, per una infinità di circostanze, che qui non monta di rintracciare, è 200 lire. Tutti vendono a 200 lire. Tizio guadagna 80 lire, Caio 40 lire, Sempronio zero, Mevio perde 50 lire. È bene che sia così; e sarebbe male, malissimo, pericolosissimo che ognuno vendesse la merce al suo costo di produzione. Se i prezzi variassero in modo da rimborsare ad ognuno il suo costo: a Tizio 120 lire, a Caio 160, a Sempronio 200, a Mevio 250 lire, innanzi tutto il mercato sarebbe disorganizzato. Per ogni partita di merce, uguale alle altre, bisognerebbe avere dei cartellini di accompagnamento, guardie, controlli, ecc. ecc. Un pasticcio da non si dire; risse continue; litigi; mangiapani a tradimento che ci vivrebbero su ecc. ecc.

 

 

Questo tuttavia sarebbe ancora il minore dei mali. Il guaio grosso sarebbe che Tizio e Caio non avrebbero più alcuna ragione di produrre al costo di 1.20 o 160 lire. Perché faticare e studiare a raggiungere bassi costi, quando Sempronio, che sta tranquillo e produce la roba a 200, riesce a vendere a 200; o quando Mevio, il quale si lascia rubare un po’ da tutti ed è incapace a produrre al disotto del costo di 250 lire, vende a 250? Se i prezzi fossero differenziati in ragione del costo, i produttori non avrebbero interesse a ridurre i costi. Ossia mancherebbe lo stimolo più potente che oggi esista a produrre molto, a produrre bene, ad inventare, a rischiare. Sarebbe un regresso spaventoso per l’umanità.

 

 

Oltreché essere, nelle sue conseguenze ultime, una magnifica guarentigia di progresso economico, la legge di uguaglianza opera altresì in modo benefico nei passaggi da un livello ad un altro di prezzi. Quando i prezzi salgono da 160 a 200 o diminuiscono da 200 a 160, è utile che tutta la merce, vecchia e nuova, si venda al nuovo prezzo. Cosa vuol dire che i prezzi sono saliti a 200 lire? Che la merce è più rara di prima. Dunque, è utile che il consumo automaticamente diminuisca subito, per far durare sino alla fine la poca merce esistente. Se, artificiosamente, noi costringiamo il prezzo delle vecchie partite a restare a 160, il consumo continuerà ad essere largo, troppo largo in relazione al nuovo raccolto. Esaurite le vecchie rimanenze più in fretta di quanto sarebbe accaduto se il prezzo fosse subito salito a 200 lire; ecco che le nuove partite sono insufficienti a coprire il consumo che si fa a 200. Occorre che il prezzo salga più in su, a 210, a 220, a 230 se si vuole che la merce duri sino alla fine. Alessandro Manzoni ha descritto stupendamente nei Promessi Sposi i dolorosi effetti della temporanea abbondanza provocata dal saccheggio dei forni e dalle grida di Ferrer, perché occorra ripetere la definitiva sua dimostrazione. Inversamente, se il prezzo ribassa da 200 a 160, a che pro tenere il prezzo delle vecchie rimanenze a 200? Ciò restringe il consumo, quando invece importerebbe allargarlo. Finite adagio adagio le rimanenze vecchie, il nuovo raccolto premerà su un mercato il quale avrà, per consumare il nuovo raccolto, un mese o quindici giorni di tempo di meno di quanto avrebbe avuto, se il prezzo fosse subito diminuito. E il prezzo della nuova merce dovrà ribassare da 160 a 150 o 140, con danno dei produttori. La collettività dunque è massimamente avvantaggiata quando alla legge di uguaglianza dei prezzi è lasciata la massima libertà di esplicarsi rapidamente, senza alcun artificioso ostacolo.

 

 

Torna su