I primi risultati dell’imposta sui sovraprofitti e la soluzione del problema finanziario della guerra

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/04/1918

I primi risultati dell’imposta sui sovraprofitti e la soluzione del problema finanziario della guerra

«Corriere della Sera», 5 aprile 1918

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 648-654

 

 

Quella cifra dei 338,5 milioni di provento dell’imposta di sovraprofitti, invece dei 50 preventivati, che ho già avuto occasione di commentare, merita di essere ulteriormente meditata, non tanto in sé, quanto per le conseguenze che se ne possono ricavare rispetto all’esatto accertamento dei redditi. Come arnese di vero rendimento fiscale, non sono mai stato entusiasta dell’imposta sui sovraprofitti di guerra. Se i prezzi furono aumentati dai fornitori dello stato in ragione appunto di questa imposta, quale valore effettivo ha essa per il tesoro? Il suo vero valore sta altrove: nella possibilità che si è data, per la prima volta, ai funzionari delle imposte di frugare nei registri delle società e dei privati e di far saltare fuori il vero. La facoltà di vedere i libri esisteva già prima, per le società anonime; ma non dappertutto se ne faceva uso, per mancanza di tempo e di personale. L’intensificazione odierna permise di ottenere risultati notevolissimi. Ecco un quadro significativo che ho compilato sui dati ufficiali contenuti nelle relazioni della direzione generale delle imposte dirette ed in comunicati del ministero delle finanze:

 

 

1. Regioni 2. Redditi netti accertati nel 1913 a carico dell’ industria e del commercio (milioni di lire) 3. Proventi dell’imposta e sovrimposta di guerra sui sovraprofitti per il periodo dal 1° agosto 1914 al 31 dicembre 1915 (milioni di lire ) 4. Proporzione percentuale del tributo di guerra (col. 3) al reddito accertato nel 1913  (col. 4)  
Liguria

80,5

70,8

97

Piemonte

159,6

86,1

63

Campania e Molise

47,9

17,9

50

Lombardia

819,2

28,6

29

Veneto

87,4

22,6

25

Sicilia

28,0

7,2

25

Emilia

54,1

7,9

23

Puglie

23,6

3,4

22

Romagna

53,8

5,8

16

Toscana

72,5

12,1

16

Abruzzi

6,2

1,0

16

Marche

12,5

1,7

13

Umbria

19,0

1,3

13

Sardegna

8,0

0,5

6

Lazio

93,0

5,3

6

Basilicata

3,0

0,1

4

Calabria

6,5

0,2

4

Totale

1007,0

338,5

34

 

 

Affinché le cifre sovra riportate non siano soggette ad erronee interpretazioni, come accade frequentemente per le statistiche tributarie, fa d’ uopo tenere presenti parecchie circostanze:

 

 

  • Le cifre della colonna 2 sono quelle dei redditi netti (non imponibili) accertati nel 1913, ossia dai redditi quali erano conosciuti dal fisco prima della guerra; e si riferiscono ai soli industriali e commercianti, sia privati, come società anonime od altri enti collettivi (categoria B dell’imposta di ricchezza mobile).
  • Le cifre della colonna 3 si riferiscono invece all’imposta di guerra pagata da quei soli commercianti ed industriali che nel primo periodo di guerra, 1914-15, ebbero un sovraprofitto, ossia un aumento di reddito in confronto agli ultimi anni di pace. Le cifre non sono esattamente comparabili, perché si riferiscono a gruppi di persone parzialmente diverse. Si aggiunga, a scemare la comparabilità, che tra i contribuenti all’imposta di guerra (colonna 3) sono compresi anche gli intermediari; che invece non compaiono tra gli industriali e commercianti della colonna 2, appartenendo essi ad un’altra categoria (C) dell’imposta di ricchezza mobile.
  • I proventi dell’imposta sui sovraprofitti (colonna 3) si riferiscono ai ruoli delle prime tre serie e dovranno perciò essere ancora integrati con gli ultimi ruoli relativi alle partite tuttora in contestazione. L’integrazione potrà dar luogo a risultati differenti da regione a regione e compensare in parte le variazioni che tra l’una e

l’altra oggi si riscontrano.

 

 

  • 4) Malgrado queste imperfezioni, il paragone istituito mi sembra il solo praticamente possibile. Ogni altro paragone avrebbe cagionato errori ancora maggiori; né quelli contenuti nel paragone da me fatto sembrano tali da infirmare le conclusioni che cercherò di trarne con la maggiore prudenza possibile.

 

 

Che cosa ci dice il rapporto percentuale tra l’imposta di guerra pagata per il 1914-15 ed il reddito netto accertato per il 1913 (colonna 4)? Esso è un semplice indice. Se gli accertamenti dei redditi ordinari (1913) e dei sovraprofitti di guerra (1914-15) fossero stati fatti in tutte le regioni italiane con uguale esattezza, quel rapporto sarebbe l’indice approssimativo della misura rispettiva in cui l’industria ed il commercio delle varie regioni hanno ricevuto vantaggio dalla guerra. Poiché il Lazio e la Sardegna pagarono amendue a titolo di imposta sui sovraprofitti il 6% del reddito che avevano nel 1913, ciò vorrebbe dire, se gli accertamenti fossero stati in amendue le regioni compiuti ugualmente bene od ugualmente male, che i profitti di guerra ammontarono all’identica proporzione dei redditi che esistevano in pace. Naturalmente il Lazio, essendo più ricco fin da prima, ottenne una massa totale di profitti di guerra maggiore della Sardegna; ma la proporzione dei profitti di guerra ai redditi preesistenti sarebbe stata suppergiù la stessa.

 

 

La conclusione non sarebbe però giustificata per parecchi motivi:

 

 

  • È probabile che nelle regioni in cui più forte è la percentuale del tributo di guerra al reddito di pace, il tributo di guerra abbia colpito anche riserve accumulate nel tempo di pace e non mai state prima scoperte. Sono contrario, per ragioni altra volta qui spiegate e nell’interesse della finanza, alla tassazione delle riserve; ma, finché la legge vigente le tassa, conviene farla applicare per tutti i contribuenti.
  • È probabile che, almeno nelle regioni dell’alta Italia, la diversità di rendimento percentuale si spieghi col fatto che non dappertutto i redditi ordinari erano in pace accertati con uguale precisione. Se due contribuenti avevano ugual reddito nel 1913 di 10.000 lire, ma l’uno era stato accertato per 6.000 lire e l’altro per 4.000; e poi si scopre che nel 1914-15 il reddito fu di 15.000 lire, il profitto di guerra, pur essendo uguale per amendue a 5.000 lire, apparirà per il primo in 9.000 lire e per il secondo in 11.000 lire, e l’imposta di guerra, supponiamo del 50%, sarà di 4.500 lire per il primo (75% del reddito di pace) e di 5.500 lire per il secondo (137,50%, del reddito di pace). E cioè la pressione dell’imposta di guerra, in confronto coi redditi di pace, sembrerà maggiore per il secondo contribuente solo perché costui era stato più dolcemente, ossia ingiustamente, trattato in pace e non già perché abbia lucrato di più.
  • È tuttavia probabile che, in parte almeno, il diverso rendimento proporzionale derivi dalla circostanza che l’applicazione dell’imposta sui sovraprofitti fu in talune regioni più rigida che in altre. La minore percentuale della Lombardia in confronto al Piemonte ed alla Liguria si spiega probabilmente in notevole parte con la circostanza che, già in tempo di pace, il contribuente lombardo, per impressione diffusa nei funzionari delle imposte, era il meno litigioso ed il più corrivo fra i contribuenti nostrani. Essendo quindi in pace i redditi suoi già più approssimati al vero è ragionevole che l’imposta di guerra non costituisca una percentuale sul reddito di pace così alta come quella che si vede in Liguria e Piemonte. Con la quale osservazione non si vuole escludere che in Liguria e in Piemonte gli espertissimi funzionari incaricati di scoprire i sovraprofitti di guerra abbiano ficcato il viso più in fondo ed abbiano scoperto profitti bellici e riserve antiche in quantità maggiori che altrove. Una certa minore severità pare non si possa escludere per qualche regione. È possibile invero che nel Lazio, ossia nella regione dove sta la capitale del regno, dove su 93 milioni di redditi accertati nel 1913, ben 61 milioni spettavano ad enti collettivi, ossia a società anonime, dove vive e prospera una folla di intermediari di forniture e di contratti con lo stato, si siano davvero prodotti appena tanti sovraprofitti di guerra quanti in proporzione si ebbero nella povera Sardegna, poco più della Basilicata e della Calabria, meno della metà dell’Umbria e delle Marche, quasi un terzo solo degli Abruzzi, ossia assai meno di regioni prevalentemente agricole? Vien voglia di chiedere: si e guardato dentro ai bilanci delle società anonime, si sono rovistati, come altrove si fece nei libri inventari, nei mastri, nei copialettere delle società e dei privati? Pongo le domande e non mi attento a rispondere.

 

 

Dopo tutto, le sperequazioni, che forse si possono riscontrare nell’applicazione dell’imposta sui sovraprofitti, danno bene a sperare. Quel che si fece in talune regioni da un piccolo numero di esperti funzionari per accertare i redditi veri, sia in tempo di pace, sia nella presente circostanza straordinaria, prova che, volendo, si può dappertutto giungere a risultati stupendi. Le discrepanze che lo specchio mette in luce provano che:

 

 

  • quando i redditi normali saranno dappertutto tassati con la medesima severità;
  • quando gli uffici avranno i mezzi, l’autorità ed il personale per snidare redditi, scoprire falsi ammortamenti, dividendi ripartiti e non denunciati, riserve occulte;
  • quando i contribuenti non saranno più organizzati, attraverso alle inframmettenze e compiacenze elettorali, per frodare la finanza; quando i meridionali non vivranno più sotto l’impressione – in complesso erronea, come lo specchietto dimostra all’evidenza – che i settentrionali sfuggano alle imposte sui lucri di guerra e d’altro canto i settentrionali non sentiranno più raccontare giocondamente dai funzionari delle imposte le astuzie a cui taluni proprietari di case nel mezzogiorno ricorrono per frodare la finanza, conniventi talvolta persino gli inquilini pubblici funzionari fiscali; quando la parità di trattamento esisterà fra tutti, in quel giorno il tesoro, senza inasprire le aliquote, incasserà centinaia di milioni. E gran parte del problema finanziario della guerra sarà risoluto.

 

 

Frattanto, ad accelerare l’avvento di quel giorno, l’on. Meda, il quale si è dimostrato parecchie volte capace di ritornare sulla legislazione sua o dei suoi predecessori con notevoli miglioramenti – e di ciò fa testimonianza, fra l’altro, l’abolizione opportunissima del diritto del 5% sugli affitti e la sua sostituzione con un inasprimento dell’imposta sui fabbricati – potrebbe decidersi ad una innovazione feconda: dar facoltà ai contribuenti di dimostrare che il loro reddito ordinario era nel 1913-14 superiore a quello concordato ed accertato nei ruoli di quegli anni. Naturalmente la dimostrazione dovrebbe essere seria e controllata dalle agenzie delle imposte. I vantaggi sarebbero due:

 

 

  • I contribuenti non risentirebbero più l’ingiustizia di pagare l’imposta sui sovraprofitti su un reddito che ottenevano già in pace e che oggi figura come profitto di guerra solo per la tenuità antica degli accertamenti, dovuta, come osservai, a colpa comune dei contribuenti, della finanza e delle commissioni amministrative. Per evitare una perdita di proventi già acquisiti per la finanza, si potrebbe stabilire che il nuovo reddito ordinario dovrebbe servire di base agli accertamenti dei sovraredditi di guerra solo a partire dal primo gennaio 1918. Per gli esercizi dal primo agosto 1914 al 31 dicembre 1917 quel che è stato è stato. I contribuenti avranno pagato su un sovraprofitto di guerra maggiore del vero; ma sia questa considerata come una non immeritata multa per la parte che essi ebbero in passato nel determinare cifre di reddito inferiori al vero. Il principio dominante in questa materia deve essere: amnistia per il passato e rigidità per l’avvenire.
  • La finanza potrebbe fare assegnamento per l’avvenire e per la tassazione con l’imposta normale di ricchezza mobile su un reddito ordinario maggiore di quello finora accertato. L’imposta sui sovraprofitti passa e dà un provento in gran parte illusorio. Quella che veramente conta è l’imposta di ricchezza mobile che resterà e continuerà a dare redditi cospicui in avvenire. Importa facilitare ai contribuenti il passaggio dai vecchi sistemi ante-bellici, in cui si tassava per concordati, senza esame dei libri, su cifre medie ed inferiori al vero, al nuovo sistema post-bellico, in cui si dovrà tassare su cifre vere, con esame dei libri, senza concordati. Poiché il punto critico di ogni riforma tributaria è sempre stato – in Italia ed all’estero – il passaggio dal vecchio al nuovo, l’on Meda si renderebbe veramente benemerito del paese se pigliasse questa occasione, che non ritornerà forse più, per interessare i contribuenti a cooperare volontieri colla finanza all’accertamento del vero.

 

 

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