Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

I problemi della conversione in Italia

«Corriere della Sera», 25 agosto 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 165-169

 

 

Le discussioni sulla conversione del prestito per Roma, hanno fatto ritornare d’attualità l’argomento della grande conversione. Gli ostacoli che si sono dovuti sormontare per un piccolo prestito di 150 milioni, hanno aperti gli occhi a coloro i quali si illudevano che la conversione degli otto miliardi di rendita nostra fosse un’intrapresa facile, che si era rimandata solo per ragioni di opportunità momentanea. I fatti dimostrano invece che una conversione è sempre irta di difficoltà tecniche.

 

 

Un libro utile, piano, istruttivo di educazione del pubblico allo studio delle difficoltà delle conversioni è quello recentemente pubblicato dal De Johannis[1], su cui vale la pena di fermarsi, perché illumina assai bene il problema.

 

 

L’ostacolo principale alla conversione, è in Italia l’enorme somma di consolidato 5% lordo esistente: otto miliardi di capitale non sono piccola cosa da maneggiare. Nessuno stato mai – anche di quelli più forti di noi – ha dovuto sottoporre a conversione una massa simile di consolidato. A parecchi è quindi venuta l’idea di fare la conversione a riprese successive, in guisa da scemarne i pericoli, ed anche il De Johannis accetta quest’idea, resa attuabile dal fatto che gli 8 miliardi di consolidato si distinguono in due parti quasi uguali 3.952.300.000 di rendita nominativa ed il resto di rendita al portatore. Si potrebbe cominciare la conversione dalla rendita nominativa, di cui circa 1 miliardo è posseduto dallo stato medesimo, dalla Cassa depositi e prestiti e dalla Banca d’Italia. Siccome questi enti accetterebbero senz’altro la conversione, questa si rivolgerebbe solo a 3 miliardi posseduti da privati. Se l’operazione così diventa più facile, non è da credere possa farsi senza concedere qualche agevolezza o premio ai possessori dei titoli. Questa dei premi è certo una materia delicata, in cui le diffidenze, specialmente di quelli che sospettano sempre maneggi e illeciti lucri dell’alta banca, sono vivissime. Ma se si pensa che il Rouvier in Francia, per fare la conversione del 3,5 in 3% ha dovuto concedere agli accettanti un premio di franchi 1,62 ½ % di capitale, sembra impossibile che l’Italia per una conversione più grossa riesca a pagare meno dell’1,25%, ossia meno di 100 milioni. Se alcune recenti conversioni italiane non riuscirono affatto, come quella delle obbligazioni ferroviarie, o riuscirono non del tutto bene, come la conversione del prestito di Roma, ciò si deve in parte notevole alla meschinità dei premi offerti ai creditori, premi che spesso si ridussero a pochi centesimi. Se si vogliono fare buoni affari, bisogna sapere arrischiare qualche cosa; e 100 milioni nel caso presente non sono troppi. I 100 milioni bisognerà aggiungerli al capitale del debito, a meno che si voglia per tre anni circa rinunciare ai benefici della conversione, destinando i 35-40 milioni di risparmio di interesse ad ammortizzare il premio dei 100 milioni. Sarebbe un metodo pericoloso perché nel triennio si acuirebbero talmente gli appetiti degli aspiranti a godersi i 35 milioni di risparmio, che il governo non troverebbe poi la forza di servirsene per diminuire le imposte e dovrebbe lasciare divorare tutto il risparmio dagli aumenti di spesa. Mentreché se il risparmio andasse subito a beneficio del bilancio, si potrebbe trovar modo di iniziare qualche grande riforma tributaria.

 

 

Stabilito di dare un premio, come concederlo? Il De Johannis per la rendita nominativa, che sarebbe la prima ad essere convertita, propende ad accordare vantaggi di diversa natura. Il primo sarebbe quello che il nuovo 3,5% nominativo si pagasse non più a semestri, ma a trimestri. I possessori di titoli avrebbero così tre mesi prima meta dell’interesse, con un lucro non spregevole. Chi ricevesse 25 lire ogni trimestre invece di 50 lire ogni semestre, avrebbe un guadagno all’interesse del solo 3% – di lire 0,345 all’anno. Lo stato che anche adesso comincia ad accumulare somme molto prima delle scadenze di gennaio e luglio, ci rimetterebbe poco. Inoltre si potrebbero concedere 87 centesimi e mezzo di premio per ogni cento lire di capitale a coloro che accettassero la conversione. E finalmente si potrebbe dare ai portatori del nuovo 3,5% trimestrale nominativo la assicurazione che i loro titoli non saranno convertiti per un periodo di quattro o cinque anni maggiore del periodo che si garantirà ai possessori del nuovo 3,5 al portatore. Così si raggiungerebbe uno scopo importantissimo: frazionare il consolidato in due masse diverse: 3,5 trimestrale nominativo convertibile più tardi ad un saggio inferiore; e 3,5 semestrale al portatore convertibile più presto. Il futuro ministro del tesoro non dovrà più convertire otto miliardi d’un colpo; ma avrà la conversione naturalmente frazionata in due tempi.

 

 

Supponendo che i 4 miliardi di rendita nominativa siano convertiti, rimangono ancora circa 4.050 milioni di rendita al portatore di cui 600-650 all’estero ed il resto in Italia. Del consolidato esistente all’estero sembra che almeno 400 milioni siano in mano di banche e banchieri e di quello esistente in Italia si puoi dire lo stesso per oltre 540 milioni. È possibile approfittare di questo stato di cose per tentare un nuovo metodo di conversione? Il De Johannis dice di sì. Gli istituti bancari, o di assicurazione, o di risparmio, che in Italia ed all’estero posseggono quasi 1 miliardo di rendita al portatore, potrebbero essere invitati a far parte di un consorzio per la conversione della rendita. A quelli che presentassero alla conversione almeno 25 milioni di capitale nominale, il tesoro potrebbe dare un premio variabile di 1 lira, 1,20 e anche più, per cento, in ragione crescente, a seconda del capitale presentato. Se si fissasse un periodo di 10 giorni per questa conversione facoltativa aperta ai più grossi portatori, banche e casse andrebbero a gara nell’accaparrare titoli anche appartenenti ai privati, allo scopo di godere del premio. Finito il periodo di conversione libera, il governo vedrebbe quanta parte del consolidato al portatore rimarrebbe a convertire; e fisserebbe una data in cui i possessori dovrebbero dichiarare se accettano la conversione o preferiscono il rimborso. L’ultimo periodo di conversione non contemplerebbe che il consolidato rimasto inconvertito e riferendosi ad una cifra probabilmente inferiore ai 3 miliardi, sarebbe meno rischioso.

 

 

Quanto costerebbe e quanto frutterebbe una conversione fatta in tal guisa? Il capitale nominale del consolidato 5% ammontava al 30 giugno 1903 a lire 7.997.887.182, fruttante un interesse netto di lire 319.915.487,28.

 

 

La conversione porterebbe un’economia del mezzo per cento sulla rendita netta, ossia di lire 39.989.435,91. Questa è l’economia lorda. Supponendo la necessità di un premio dell’1,20% sul capitale, e pur sottraendo dai 7,997 milioni lire 491.968.092 di consolidato di proprietà dello stato a cui si potrebbe fare a meno di dare il premio, rimarrebbero sempre lire 7.505.901.090 da premiarsi. Sono circa 90 milioni di spesa; a cui aggiungendo 3 milioni di spese varie di conversione, si avrebbero 93 milioni di maggiore spesa.

 

 

Arrotondando la cifra in 100 milioni per far fronte ad ogni eventualità, bisogna sottrarre dall’economia lorda 3 milioni e mezzo di lire di interesse sul consolidato 3,5%, che si emetterebbe per procurare al tesoro i 100 milioni. L’economia della conversione si residua al netto a lire 36.489.435,91. È pur sempre un bel risparmio, che, massimamente se ottenuto d’un tratto, potrebbe essere adoperato per raggiungere qualche fine notabile di riforma tributaria.

 

 

Queste le proposte del De Johannis. Le abbiamo volute riassumere perché la stessa loro ingegnosità e complicazione provano che la conversione della rendita è tutt’altro che un problema facile. Altri opporrà certamente al piano del De Johannis molteplici obbiezioni: la ingiustizia di convertire prima i creditori nominativi, che pure hanno dimostrato maggior fiducia nello stato; la sconvenienza di affidarsi troppo all’alta banca. Obbiezioni importanti, sulle quali si potrà tornare quando la conversione entri nel campo concreto dei fatti. Per ora importava soltanto di illuminare il pubblico.

 

 



[1] Jean De Johannis, La conversione della rendita, Barbera, Firenze.

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