I problemi economici della pace

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/05/1916

I problemi economici della pace

«La Riforma Sociale», maggio-luglio 1916, pp. 329-332

 

 

 

Nell’opinione pubblica italiana hanno avuto corso, dall’inizio della guerra, molte idee erronee e non dimostrate intorno a quella che fu detta l’«altra guerra», ossia la guerra economica, la quale dovrebbe tessere iniziata contro il blocco austro – tedesco appena posto fine, colla firma del trattato di pace, alla guerra veramente guerreggiata. Le parole d’ordine di questa futura guerra si sono a volta a volta cambiate: “impadroniamoci del commercio tedesco” (capturing the german trade)! – “trattati doganali con tariffe preferenziali tra gli alleati” – “boicottaggio della Germania” – “acclimatazione delle industrie indispensabili per la guerra od industrie chiavi” – “l’Inghilterra e stata rovinata dal libero scambio, mentre la Germania è stata salvata dal protezionismo” – “la bancarotta delle dottrine economiche in conseguenza della guerra europea”.

 

 

Queste ed altrettante frasi pongono dei problemi, i quali devono essere seriamente discussi; ed alla cui corretta ed utile soluzione nulla è più dannoso che l’inondazione di discorse impulsive verificatesi su giornali, riviste e libri da parte di improvvisati economisti, di dilettanti intromettenti, di gente desiderosa di far dimenticare il proprio germanofilismo, di cosidetti “pratici” a cui nessuna persona sensata vorrebbe affidare un soldo del proprio patrimonio, di richiamisti pronti ognora ad assumere atteggiamenti gladiatorii quando appaiano graditi alle passioni momentanee della folla.

 

 

È parso perciò utile a me di pubblicare alcuni documenti genuinamente inglesi, nei quali viene esposto il punto di vista della più seria, tradizionale, realmente pratica parte pensante ed operante dell’opinione pubblica inglese. Al nostro paese non giova e non può giovare che la sua condotta futura sia determinata in base a ragionamenti erronei, parziali, non conformi ai fatti ed alle opinioni riflessive di coloro che realmente hanno un peso nel determinare la politica economica estera.

 

 

Il primo documento da noi pubblicato è il rapporto del dimissionario consiglio della camera di commercio di Manchester. Non è la prima volta nella sua storia che i pochi i quali sanno ragionare colla loro testa sono, anche a Manchester, messi in minoranza dai molti, i quali ragionano colla testa dei giornalisti quotidiani imperversanti sui Times, sui Daily Mail, sulle Morning Post ed altrettali autorità in fatto di scienza e di pratica; ma è augurabile che, anche stavolta, alla fine i pochi ragionanti ritornino a farsi ascoltare. Frattanto è utile che il pubblico italiano conosca in base a quali argomenti serii e solidi il consiglio della camera di commercio di Manchester opinasse che i tedeschi si combattono col diventare economicamente più abili, pia istruiti, meglio organizzati, ossia col migliorare sé stessi e non con il mezzo artificioso dei dazi doganali.

 

 

Il secondo documento è un opuscolo pubblicato dal Cobden Club di Londra e scritto dal signor J. M. Robertson, che oggi è membro della Camera dei Comuni e fu dal 1911 al 1915 “parliamentary secretary of the Board of Trade”, ossia sottosegretario di Stato al Ministero del commercio. Il Robertson con logica serrata ed ironia fine vuol dimostrare: 1) che il boicottaggio economico contro la Germania sarebbe sovratutto dannoso all’Inghilterra; 2) che esso renderebbe impossibile o difficilissimo ottenere dalla Germania il pagamento di una indennità al Belgio; 3) che una politica di dazi preferenziali a favore delle colonie e degli alleati metterebbe l’Inghilterra in gravi imbarazzi verso i neutri, e seminerebbe zizzania fra la madrepatria e le colonie e fra i varii paesi alleati tra di loro. Sicché il Robertson, il quale è tutt’altro che tenero della Germania e vorrebbe, potendo, infliggerle il maggiore danno politico ed economico, conclude essere il boicottaggio ed i dazi differenziali uno strumento disadatto a raggiungere il fine e tale forse da condurre alla meta opposta.

 

 

Il terzo saggio è un mirabile breve discorso tenuto dal decano degli industriali del ferro e dell’acciaio dell’Impero inglese, Sir Hugh Bell, dinanzi al Political Economy Club di Londra. Egli dimostra, con la pazienza di chi da più di mezzo secolo è in concorrenza con i tedeschi, non essere né desiderabile, né possibile togliere alla Germania i mercati che essa si è conquistati con la sua abilità tecnica e commerciale. Anch’egli dice: miglioriamo, educhiamo noi stessi e così, e solo così, senza vincere ed annichilire la Germania economica, il che sarebbe privo di scopo e di senso comune, manterremo e miglioreremo la nostra situazione economica.

 

 

Noi siamo sicuri che i nostri lettori ci sapranno grado di aver dato loro modo di conoscere questi scritti inglesi. I quali non provengono, fa d’uopo notarlo, da professori di economia, ma da uomini vissuti nell’industria, nei commerci e nella politica. Fa purtroppo d’uopo fare questo rilievo non rispetto all’Inghilterra, dove gli economisti godono di grande considerazione nel mondo commerciale ed industriale, ma rispetto all’Italia, dove essi sono considerati, un po’ per colpa loro ed un po’ per la diffamazione dei teorici andati a male e dei pratici falliti, come della gente che vive in un mondo fittizio di astrazioni creato dalla pura intelligenza noncurante dei fatti. Trattasi di un giudizio falso e diffamatorio; ma poiché esso purtroppo ha corso, così agli uomini politici, agli industriali ed ai commercianti italiani, abbiamo preferito di presentare il pensiero, invece ché di nostri colleghi accademici, di loro colleghi politici, industriali e commercianti. Il consenso concorde e ragionato con cui i migliori “pratici” accolgono e sviluppano i concetti degli economisti teorici prova non soltanto che, nonostante il pessimismo di taluni insigni studiosi, la cultura economica in Inghilterra è tuttora diffusa ed apprezzata; ma che la scienza economica non è e non può essere altro che la sistemazione dei fatti compiuti dai pratici e dei ragionamenti che i pratici intessono intorno ai fatti da loro vissuti. Non vi è e non vi può essere dissidio fra teoria e pratica, finché i teorici sanno ragionare sul serio ed i pratici sono capaci di guardarsi attorno a sé, di astrarre dal lucro immediato individuale e badare alle vere ragioni per cui le loro industrie falliscono o prosperano. Non mi è mai accaduto di discorrere con un operaio, un industriale, un banchiere, un commerciante serio, laborioso e fortunato, senza imparare molto da lui e senza provare un vero godimento intellettuale, nel vedere come il suo modo di ragionare, di pensare, di giudicare intorno ai fatti ed ai metodi economici coincidesse con i ragionamenti ed i giudizi degli economisti. Anche quando uno di essi esprime idee non accettabili intorno alla protezione all’industria da lui esercitata, è facile comprendere che ciò è un accidente della sua condotta, un qualche cosa che si chiede per abitudine, perché tutti lo chiedono, per ignoranza delle conseguenze della cosa chiesta; ma, subito dopo, il giudizio contrario per lo più dato dalla stessa persona intorno alle protezioni che la danneggiano o non la interessano, è materiato di osservazioni giuste ed incisive. E sempre si rimane persuasi che la fortuna dei migliori non è in rapporto con i favori del governo (dazi doganali, premi, ecc.), ma con la loro intelligenza, abilità, perizia tecnica, audacia commerciale o speculativa.

 

 

Disgraziatamente gli industriali ed i banchieri italiani, che hanno realmente del fosforo in testa, e che sono stati realmente benemeriti del progresso economico dell’Italia, non sanno o non vogliono scrivere ed hanno delegato la funzione del pensare e del discutere per conto loro ad una banda di industriali falliti, di grandi uomini che godono i frutti del lavoro di generazioni passate; di scribi fabbricatori di teorie protezionistiche, di avvocati e uomini politici, i quali si procacciano voti difendendo interessi particolari contro ad interessi generali. è falso, falsissimo che i protezionisti siano i pratici ed i liberisti i teorici; ed è vero il contrario. Ogni volta che mi è accaduto di discorrere con un industriale propagandista della assoluta necessità della politica dei premi e della protezione doganale, mi son fatta la convinzione che, se avessi dovuto pormi il problema dell’affidare o non a costui una sola lire dei miei risparmi, avrei dovuto rispondere di no. Un piccolo risparmiatore, a somiglianza di un paese ancora povero, non può prendersi il lusso di farsi mangiare i proprii risparmi da gente che va chiedendo l’elemosina dallo Stato.

 

 

Io sono sicuro che in Italia vivono a centinaia ed a migliaia gli industriali che usualmente ragionano come Sir Hugh Bell e non come i membri della sezione analfabeta del protezionismo, a cui essi hanno, per imperdonabile inerzia mentale, affidate le loro rappresentanze. In questo stesso fascicolo Giuseppe Prato discorre nuovamente di un libro, che già fu presentato su queste colonne da Alberto Geisser: L’Italie au travail, del signor Bonnefon-Craponne, un industriale francese, diventato italiano d’elezione ed onore dell’industria e dell’organizzazione padronale italiana.

 

 

Anche il signor Bonnefor-Craponne scrive e ragiona come Sir Hugh Bell e come gli economisti che i pratici falliti o mendicanti favori dai contribuenti si divertono a chiamare “teorici”. Auguro all’Italia che la sua politica doganale del “dopo guerra” sia fatta non dai soliti esibizionisti politicanti, maneggioni di associazioni e fabbricatori di teorie protezioniste; ma da agricoltori, industriali, commercianti ed operai capaci di pensare colla propria testa e di riflettere ai loro interessi permanenti e fondamentali. Sarebbe questa la miglior garanzia di vittoria del buon senso.

 

 

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