I problemi economici

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/04/1922

I problemi economici

«Corriere della Sera», 8 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 655-659

 

 

 

Questo giornale ha già messo in luce il vero significato, che è sovratutto morale e politico, della conferenza di Genova. È necessario, perché sia ricostituita l’unità spirituale dell’Europa, che le nazioni vincitrici e vinte vengano a contatto e, attraverso solennità esteriori e formalità protocollari, riprendano i rapporti che un tempo rendevano l’Europa un paese spiritualmente ed economicamente unificato, sebbene frazionato in unità politiche indipendenti.

 

 

Questo vantaggio rimarrà anche se sia difficilissimo e forse impossibile giungere a conclusioni concrete finanziarie ed economiche atte per se stesse a dare sollievo a breve scadenza ai mali di cui soffre oggi l’Europa. Dall’agenda della conferenza di Genova sono esclusi precisamente quei problemi i quali soli possono formare oggetto di accordi interstatali. La conferenza di Washington ha avuto successo perché si è occupata di problemi, come il disarmo navale e la Cina, che sono di competenza specifica degli stati sovrani, come tali. Chi, se non lo stato, deve decidere quante navi si possono costruire? e chi se non un consesso di stati sovrani può stipulare accordi, i quali vincolino la libertà illimitata degli stati sovrani di costruire navi? E lo stesso dicasi di sgombri od occupazioni di territori, di zone d’influenza, di uguaglianza di trattamento nella Cina.

 

 

V’erano taluni problemi che avrebbero potuto essere discussi a Genova con la speranza di giungere a conclusioni vincolative per gli stati aderenti. Come a Washington si parlò di disarmo navale, così potevasi a Genova trattare degli armamenti terrestri. Stati uniti ed Inghilterra si propongono, con la richiesta del rimborso dei debiti alleati, di esercitare una pressione sulla Francia, sull’Italia e sugli altri paesi europei per indurli a ridurre gli eserciti ed a rimettere i loro bilanci in ordine. Vana speranza: ché i due paesi creditori ben sanno che i debitori non possono pagare e non pagheranno neppure un centesimo; e ben sanno ancora di non avere a loro disposizione nessuna arma efficace per farsi pagare. La richiesta non ha altro effetto se non deprimente sull’animo dei debitori; e può essere una causa di accrescimento di quel disordine finanziario a cui si voleva porre rimedio. Laddove soltanto un accordo, liberamente discusso, fra stati sovrani potrà, in un avvenire più o meno prossimo, porre un freno alla gara di armamenti, la quale accenna a ridestarsi, e consentire quel riassestamento delle finanze statali da cui dipende la soluzione di molti altri problemi economici.

 

 

Riparazioni tedesche e debiti interalleati: ecco due altri argomenti adattatissimi a convenzioni fra stati. Sinché i bilanci pubblici della Francia, dell’Italia e della Germania non siano liberati dall’ossessione di pagamenti a cui le loro forze contributive sono impari, non vi potrà essere vero risanamento dei bilanci degli stati. Francia e Italia devono vedere cancellata questa partita ingombrante dai loro preventivi di spesa. La Germania deve veder fissata la cifra delle riparazioni e la sua periodicità in maniera tale che appaia possibile un’azione energica ed efficace e duratura per far fronte ai pagamenti, a cui essa si è obbligata. Esiste un progetto Blackett-Giannini, d’iniziativa anglo-italiana, proveniente cioè nel tempo stesso da un paese creditore e da un paese debitore, con cui il problema delle riparazioni e dei debiti alleati veniva risoluto in maniera indipendente dagli Stati uniti, oppure tale da esercitare una efficace pressione morale sugli Stati uniti medesimi. L’Inghilterra, la Francia e l’Italia rinuncerebbero ad una parte delle riparazioni, a cui esse hanno diritto dalla Germania, corrispondente ai debiti che esse hanno rispettivamente verso gli Stati uniti e l’Inghilterra; ma vi rinuncerebbero condizionatamente e cioè soltanto fino a quando gli Stati uniti non esigano di fatto il rimborso dei loro crediti. Il patto a tre parrebbe valido nei rapporti interni anche senza il consenso degli Stati uniti; questi sarebbero avvertiti soltanto che la loro pretesa di essere pagati porterebbe alla riviviscenza dei crediti alleati verso la Germania; ossia significherebbe la ricaduta dell’Europa centrale nel caos economico e finanziario. Ma a Genova non si può parlare né di questa né di altre proposte di assestamento del massimo problema internazionale del momento presente; ossia non si può parlare di quella che è la condizione prima ed essenziale dell’assestamento dei bilanci degli stati.

 

 

Argomenti da trattare, in verità, non difettano; ed a frotte sono convenuti da ogni parte del mondo gli «esperti» per discuterli a fondo. Ripresa del commercio internazionale, risorgimento economico della Russia, stabilizzazione dei cambi: ecco probabilmente i tre più importanti tra i molti che saranno esaminati dalla conferenza. Dico subito che il massimo pericolo a cui l’Europa va incontro nel momento presente sarebbe che la conferenza arrivasse su questi tre temi a conclusioni precise obbligatorie, salvo ratifica, per gli stati aderenti. Ad una conclusione sensata il mondo non è ancora preparato, dovendosi ancora fare la necessaria educazione dell’opinione pubblica. Epperciò la conferenza di Genova si renderà grandemente benemerita della pacificazione europea e della risurrezione economica del mondo, soltanto se si limiterà a porre il problema ed a illuminare il mondo sul reale contenuto, sul significato, sulle difficoltà e sugli effetti delle varie soluzioni proposte. Può sembrare scoraggiante dir ciò; ma sarebbe pericoloso pretendere di far di più.

 

 

Prendiamo, ad esempio, il problema della stabilizzazione dei cambi. Paesi a valuta alta ed a valuta bassa, paesi a valuta deprezzata, ma risanabile, come la Francia e l’Italia, paesi a valuta irrimediabilmente rovinata, come la Germania, l’Austria e la Russia, paesi neutri rovinati dalla valuta alta, come la Svizzera, tutti anelano ad una soluzione del problema dei cambi. Ed in tutti questi paesi è diffusissima, disgraziatamente troppo diffusa, l’idea che basti un accordo fra stati per ottenere l’effetto desiderato; e l’effetto desiderato sarebbe – qui sta l’assurdo, il pericolo grave – di vedere il franco, la lira, Il marco ritornati alla pari coll’oro. Nulla di più dannoso che la pretesa di acchiappar la luna. Nessuna conferenza, nessun accordo di stati anche potentissimi, nessuna camera di compensazione internazionale, nessun consorzio di banche può aver la virtù di risolvere un problema, come quello monetario, che è essenzialmente un problema interno, nazionale e che ha qualche riflesso internazionale, sia pure decisivo, solo in quanto un paese sia incapace a mettere ordine nel suo bilancio a causa di opprimenti ed insopportabili debiti verso stati esteri. La cancellazione dei debiti interalleati può, sì, avere una influenza sul livello del franco o della lira; ma, finché la situazione dei debiti interalleati e delle riparazioni sia quella che è, gli accordi internazionali sono un perditempo, quando non siano un danno. Abbiamo avuto, ricordiamolo, un periodo tra la guerra e l’armistizio, in cui, per accordo interalleato, la lira sterlina fu fermata sulle 37 lire italiane. Ci sono gravi motivi per ritenere che quel basso prezzo della sterlina sia stata una sciagura; perché probabilmente fummo da esso indotti ad acquistare più del necessario dall’estero ed a vendere assai meno del possibile all’estero. Se oggi, con qualche invenzione geniale, si fissasse miracolosamente il rapporto tra la lira italiana e la sterlina a 25 od a 40, il problema sarebbe risoluto? Mai no; perché fino a quando la circolazione italiana batta sui 20 miliardi, finché il bilancio soffra un disavanzo di 3 miliardi, finché permanga l’ombra di Banco dei debiti anglo-americani, quel corso, anche fissato da un solenne voto di conferenza, sarebbe cervellotico, pernicioso. Darebbe a noi l’impressione di essere arrivati alla riva, incoraggerebbe le importazioni, scoraggerebbe le esportazioni, e preparerebbe a breve scadenza ore buie per l’economia nazionale.

 

 

Dura ed è benefico solo ciò che è conforme alla realtà. Perciò, siccome non c’è nessuno il quale possa presumere di conoscere la realtà del domani, che sola ci interessa, è dubbio che possa realizzarsi un progetto simile a quello Keynes, affine a sua volta a quello Cassell. Il Keynes a ragione nota che né la Francia né l’Italia hanno, dal punto di vista degli scambi, alcun interesse a rivalutare subito la loro moneta sino a farla ritornare alla pari, essendo perfettamente indifferente comprare e vendere merci sulla base di 70 lire per una sterlina ovvero sulla base di 25 lire. È pacifico che un paese non è danneggiato dall’alto cambio, ma dal cambio oscillante: essendo l’incertezza quella la quale perturba tutti i calcoli e rende difficile il commercio internazionale. Tuttavia, oggi sarebbe prematuro fissarsi piuttosto sul corso di 70, che su quello di 50 o di 80. Troppe sono le incognite del problema; circolazione, sbilancio, debiti esteri, ecc. ecc. perché si possa prevedere quale sarà il punto di equilibrio a cui si fisserà il corso della lira italiana. Se si adottasse il corso di 70 lire, addotto a cagion d’esempio dal Keynes, potrebbe ben darsi che si commettesse un errore grossolano e che l’accordo internazionale non potesse durare, perché fondato su dati artificiosi ed erronei.

 

 

La conferenza di Genova avrebbe già ottenuto molto in materia di stabilizzazione dei cambi quando illuminasse l’opinione pubblica sulle condizioni dalle quali dipende la stabilizzazione: alcune poche esterne, come le riparazioni ed i debiti, e molte interne, come le economie di bilancio, la politica dei buoni del tesoro, le spese eccessive, militari e sociali, la tendenza allo spreco, la politica fiscale persecutrice. Sarà poi grandioso il risultato ottenuto, quando essa riesca a persuadere il pubblico e gli uomini di governo che è vano proporsi risultati formali ed irraggiungibili, come il dollaro a 5 lire e la sterlina a 25 lire, quasiché non si possa vivere benissimo sotto un qualsiasi altro rapporto e quasiché il ritorno al rapporto di 1 a 5 o di 1 a 25 non sia eventualmente possibile solo a condizione che esso sia lentissimo, quasi inavvertito; mentre un ritorno rapido sarebbe fonte di sciagure forse maggiori di quelle le quali derivarono dalla rapida svalutazione della moneta. Preparare la via ad una futura soluzione benefica: ecco il compito della conferenza di Genova in tema di cambi. La soluzione benefica potrà venire da accordi internazionali riflettenti sovratutto materie sottratte al giudizio di Genova e da una condotta politica e finanziaria interna, la quale potrà essere modificata da Genova solo nei limiti molto ristretti in cui sugli uomini agisce la predicazione della verità.

 

 

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