I protezionisti ed il trattato di commercio con la Francia

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 09/01/1899

I protezionisti ed il trattato di commercio con la Francia

«La Stampa», 9 e 22[1] gennaio 1899

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 106-110

 

 

I

 

I trattati di commercio possono essere conchiusi in due modi principali: con trattative segrete o pubbliche. Il primo metodo è quello che è stato seguito recentemente per il trattato italo – francese, ed è indubbiamente il migliore.

 

 

I negoziatori hanno molti mezzi a loro disposizione per conoscere lo stato vero delle industrie e per proporzionare a quello le riduzioni di dazi concessi all’altra nazione contraente.

 

 

Il negoziatore italiano dell’ultimo trattato poteva ricorrere alle statistiche di importazione e di esportazione, alle relazioni della commissione permanente per la fissazione annua dei valori doganali, alle risultanze genuine ed oggettive della mostra torinese di quest’anno per ottenere degli indici abbastanza precisi ed esatti della potenzialità dell’industria nazionale. Basato su questo materiale, il negoziatore poteva benissimo calcolare i danni ed i vantaggi che dalle riduzioni di dazi sarebbero derivati alle industrie italiane e cercare insieme di contemperare i varii interessi individuali, che sono sempre contrastanti. È quanto ha fatto l’on. Luzzatti, e la sua opera è stata in generale considerata come accorta e sagace. Sarebbe stato strano però che gli interessi, offesi dalle riduzioni di dazi concesse alla Francia, non fossero sorti a lamentarsi della poca considerazione in cui essi erano stati tenuti, e della trascuranza del governo, il quale non avea creduto opportuno di interpellarli prima di conchiudere il trattato.

 

 

I difensori del sistema delle trattative pubbliche, che erano rimasti in silenzio nei giorni immediatamente successivi all’annunzio del trattato, giorni di universale compiacimento determinato da ragioni più politiche che economiche, cominciano ora a fare sentire la propria voce. Su giornali reputati si leggono articoli intesi a dimostrare che l’Italia è andata troppo innanzi nelle concessioni, che essa ha ribassato i dazi in misura ben maggiore di quanto non li abbia scemato la Francia applicando a noi la tariffa minima, che è, si dice, pur sempre una tariffa fortemente protettiva.

 

 

I lagni sparsi sono ora stati sintetizzati in un opuscolo denso di cifre, pubblicato dall’editore Robecchi, di Milano. L’autore, che si firma Sebino, deplora che il governo badi poco al paese e che ad atti importanti, come un trattato di commercio, non si prepari affiatandosi, a scanso anche di eccessive responsabilità, con persone che sieno bene addentro nel nostro andamento industriale ed agricolo.

 

 

Noi crediamo che gli affiatamenti preventivi del governo cogli interessati siano, prima di conchiudere il trattato, molto pericolosi.

 

 

Si sa da tutti che nelle inchieste doganali gli industriali si presentano a reclamare in coro un aumento di dazi sui prodotti che vendono ed una diminuzione sulle materie prime che comprano; si sa per esperienza antica che le domande dei varii industriali contrastano spessissimo fra di loro, inquantoché, ad esempio, il produttore di lane chiede un dazio sulle lane straniere, il filatore vuole esenti le lane e gravati i filati, mentre il tessitore pretende di ottenere in franchigia i filati e di essere protetto nella vendita dei tessuti. Tutte queste sono cose note, come è noto del pari che i produttori unanimi, dal giorno in cui sono nate le tariffe, hanno sempre giustificato la necessità delle tariffe doganali, col caro della mano d’opera, del trasporto, delle materie prime, colla gravezza delle imposte, colla concorrenza delle industrie straniere ad impianti già ammortizzati, colla relativa gioventù delle industrie nazionali lottanti ad armi diseguali colle industrie estere provette, ecc. ecc.

 

 

Il negoziatore conosce benissimo le ragioni degli industriali e dei consumatori, senza sentire il bisogno di farsele ripetere ancora una volta, col pericolo di dare ansa a campagne giornalistiche o parlamentari da parte di quelli che si pretendono lesi dai trattati e col rischio di mandare a monte le trattative, dandovi una eccessiva pubblicità. Ma se è bene che le trattative siano condotte in segreto, è opportuno che i trattati vengano largamente discussi dopo la loro conchiusione e prima dell’approvazione da parte del parlamento. La discussione allora può svolgersi più calma e tranquilla; di fronte al pericolo di annientare i risultati di trattative faticose e lunghe, tacciono gli interessi particolari dei produttori lesi dalle riduzioni di dazi; ed il giudizio deve essere complessivo e corrispondente all’opinione che la maggioranza (protezionista o libero – scambista, a seconda dei casi) ha relativamente all’interesse generale dell’intiera nazione.

 

 

Ora, quali sono i rimproveri che si muovono al trattato di commercio colla Francia? Li riassumiamo dalle pagine di Sebino, che è, a giudicarne così all’ingrosso, il portavoce dell’industria grande e piccola la quale si accentra a preferenza nell’Alta Italia.

 

 

Il trattato è benefico non tanto per l’Italia quanto per la Francia. La Francia, dopo la adozione del protezionismo, ha visto diminuire le sue esportazioni di manufatti; i tedeschi le muovono una concorrenza accanita e vittoriosa in tutte le parti del mondo. Essa, impressionata dalle risultanze della mostra di Torino, ha voluto mettersi in grado di soffocare negli inizi la crescente industria italiana ed ha perciò ottenuto riduzioni particolari su 118 voci, oltre alle facilitazioni, già godute da altri stati convenzionati con l’Italia, su 194 voci.

 

 

D’altro canto, collo sviluppo che hanno preso in Francia certe produzioni meno curate per l’addietro, dessa ci poteva concedere ora impunemente la sua tariffa minima, che rappresenta quel tanto di protezione di cui le industrie francesi hanno bisogno per lottare ad armi pari colla concorrenza straniera. La tariffa minima sussiste del resto solo per poche voci e lascia in vigore la tariffa generale per molte voci, che sovratutto interessano l’esportazione italiana, come il bestiame e le sete.

 

 

Si aggiunga che il governo francese può fare cessare gli effetti della tariffa minima, notificando la sua intenzione dodici mesi prima, e si vedrà quanto poco la Francia abbia concesso all’Italia. La riduzione di cui si fece più grande scalpore fu quella sui vini; quasi si sperava che ritornassero i bei tempi nei quali l’Italia provvedeva il vino da taglio alla nazione sorella. Ora i tempi sono tuttavia mutati; la Francia ha ricostituito i suoi vigneti, ed è a temersi che colla sua enorme produzione a basso prezzo venga a fare concorrenza ai vini italiani sul nostro mercato. I viticultori francesi hanno saputo farsi pagare caro il favore concesso all’Italia, elevando la tariffa base da 7 a 12 franchi. Non un milione, come si affermò subito, ma a mala pena 100 mila ettolitri di vino italiano troveranno forse la via della Francia.

 

 

Il vantaggio è troppo meschino e quasi irrisorio di fronte ai sacrifici consentiti dall’Italia. Noi abbiamo saputo nel periodo eroico che volse dal 1887 al 1898 liberarci dalla servitù straniera, costituire una forte industria paesana, compensare ad usura con nuovi sbocchi le mancate correnti di esportazione verso la Francia. Ora che l’Italia si è messa sul piede di nazione industriale, non si deve mettere a rischio di distruggere l’opera gigantesca del passato, facilitando di nuovo l’entrata di prodotti manifatturati francesi non necessari, cui supplisce o la importazione di altre nazioni od il nostro lavoro. Vi sono nel trattato riduzioni di tariffe che toccano qualche grande industria ed altre ancora, e numerose, che, quantunque non tocchino le cosidette grandi industrie, disturberanno molte altre minori che vennero sviluppandosi e che sono assai popolari ed utili in Italia. Di queste speciali concessioni fatte dall’Italia alla Francia godranno anche le altre nazioni convenzionate coll’Italia ed ammesse alla clausola della nazione più favorita, senza che da parte di queste nazioni venga all’Italia alcun compenso. Avrà soltanto il danno della più facile entrata di talune merci da varie provenienze e quello della diminuzione di introiti per le sue finanze.

 

 

L’Italia, nazione agricola per eccellenza, ma oramai anche nazione industriale, si trova in migliori condizioni delle altre nazioni, e può rifiutarsi a sacrificare l’agricoltura e l’industria allo scopo unicamente di aumentare gli scambi coll’estero. Del resto le esportazioni italiane si sostennero mirabilmente ed anzi progredirono, malgrado il tracollo avuto colla Francia. Esse hanno preso altre vie, poco calcolando sulla Francia. È un gran bene perché, anche nonostante il trattato, sarà difficile che la Francia possa ridiventare per noi uno sfogo importante. Ci prenderà delle materie prime o qualche specialità nostra, di cui non può fare a meno, ma non mostra alcuna idea di voler avviare, se ciò fosse possibile, i rapporti antichi, perché sopra molti prodotti agricoli, di cui le eravamo fornitori, i suoi dazi elevati sono mantenuti o di ben poco ridotti.

 

 

Queste le ragioni degli avversari del trattato.

 

 

II

 

Gli effetti del trattato commerciale fra la Francia e l’Italia possono essere studiati sotto due rispetti: del pericolo che può derivare alle industrie nazionali dalle facilitazioni doganali concesse alle industrie forestiere e dell’impulso che alle industrie nostre può offrire l’allargato mercato francese. Sembra opportuno studiare anzitutto il contraccolpo che le riduzioni di dazio possono esercitare sulle industrie paesane. Anche qui il trattato commerciale può essere considerato da un duplice punto di vista. In quanto esso estende alle provenienze francesi le medesime riduzioni di dazi in confronto alla tariffa generale che erano già concesse convenzionalmente alle altre provenienze estere è quasi superfluo trattarne, perché la condizione dell’industria nostra può mutare solo di poco per il motivo che si possono introdurre merci ad un dazio determinato da undici paesi invece che da dieci. Quelle che importano sovratutto sono le riduzioni di dazi concesse in modo speciale alla Francia; esse infatti si riferiscono ad industrie nelle quali eccelle specialmente la nostra vicina, e per cui può riescire pei nostri produttori più temibile la concorrenza francese.

 

 

Giudicare dell’effetto di una tariffa doganale è sempre impresa ardua e difficilissima, anche quando si tratta di una tariffa la quale ha già potuto sviluppare i suoi effetti per una lunga serie di anni: tanto sono complicati i fenomeni economici che è di solito improbo tentativo il voler rintracciare la causa che ha dato origine nella realtà ad un determinato fenomeno. L’impresa diventa più ardua ancora quando si vuol giudicare sui probabili effetti di una tariffa la quale non è peranco entrata in vigore. Cercheremo perciò di rispondere in modo approssimativo ad una sola domanda: quale contraccolpo risentiranno le industrie nostre

dalle riduzioni speciali di dazio consentite alla Francia? Per basarci su elementi sicuri e non sulle lagnanze degli industriali minacciati abbiamo calcolato per le principali voci, ove è stato possibile, il rapporto del dazio antico e del dazio nuovo al prezzo della merce protetta, prezzo accertato nell’ultima sessione della commissione pei valori doganali.

 

 

È chiaro, ad esempio, che se una merce vale 100 lire per unità e se il dazio protettivo viene ribassato da 40 a 20 lire per unità, il rapporto della protezione al prezzo viene ribassato dal 40 al 20 per cento. Si ha così un indice grossolano ma sicuro per conoscere se veramente le riduzioni di dazio lascino i nostri industriali alla mercé della concorrenza estera.

 

 

In un primo gruppo vengono quelle voci in cui il rapporto del dazio antico al prezzo era superiore al 50 %.

 

 

 Voci   Rapporto percentuale al prezzo del dazio

antico

nuovo

Confetture e conserve con zucchero

80

64

Cartucce vuote con capsule

53

25

Cartucce cariche

80

60

Tessuti di juta vellutata

106

70

Cornici e liste di legno per cornici semplici

100

84

Cornici e liste verniciate o dorate

63

54

Utensili comuni, fini e bruniti in ghisa, ferro ed acciaio per arti o mestieri

160-60

50-20

 

Non si può disconoscere che il grado di protezione tuttora goduto dai nostri produttori sia in questo gruppo abbastanza alto.

 

 

Nel secondo gruppo sono comprese le merci in cui il rapporto, che diremo protettivo antico, stava fra il 20 ed il 50%:

 

 

 

Voci

 

Dazio

 

antico

nuovo

Cognac in fusti litro

25

17

Cognac in bottiglie di più di 1/2 litro

22

15

Cognac in bottiglie meno di 1/2 litro

30

20

Essenze di rose

36

18

Medicamenti composti

25

12

Matite

24

5

Refe da calzolaio

27

20

Velluti comuni e felpe greggi

30

27

Velluti comuni imbianchiti

28

26

Velluti comuni tinti

26

24

Velluti comuni stampati

31

30

Velluti fini greggi

26

23

Velluti fini imbianchiti

24

23

Velluti fini tinti

25

24

Velluti stampati

29

27

Pizzi di cotone greggi

33

24

Passamani di cotone

30-25

14-12

Bottoni di cotone

30

25

Tessuti di lana pettinata fino a 200 grammi

25

22

Galloni e nastri di cotone

25

21

Tessuti di lana fino a 500 grammi

25

22

Tulli di lana

20

17

Galloni e bottoni di lana guerniti

21

19

Mobili fini di legno

30

25

Carta colorata e da parati

28

25

Carta da giuoco

40

30

Lavori di carta e cartone

24

22

Selle

25

20

Oggetti di nichel lavorato

40-28

30-21

Cementi e calci idrauliche

28

11

Aranci e limoni

28

14

Frutta e legumi sott’olio, aceto e sale

20

12

Sardine ed acciughe

37

18

Mercerie comuni

20-17

16-13

Ventagli comuni

30

27

Cappelli da signora guerniti

33

26

Ombrelli diversi non di seta

40

30

 

 

In moltissimi casi la diminuzione del rapporto protettivo è lievissima; nella grande maggioranza non si discende al disotto del 20 per cento. Le eccezioni più cospicue sono i cognac, i medicamenti, le matite, i cementi e calci idrauliche e le mercerie comuni. Si può notare, però, che un rapporto protettivo superiore (eccetto che per i lapis) all’11% non è da tenersi in poco conto e ad industriali accorti può porgere il mezzo di fortificarsi abbastanza fino al giorno in cui le barriere doganali vengano tolte.

 

 

Nel gruppo seguente il rapporto protettivo antico variava dal 10 al 20%:

 

 

 

Voci

Dazio

antico

nuovo

Vini in bottiglie

17

6

Saponi comuni

16

14

Saponi profumati

11

10

Profumerie non alcolizzate

16

8

Estratti per concia

11

0

Galloni e nastri di lino e canape

14

12

Bottoni in tessuto di canapa e lino

16

14

Vetture

10-13

5-7

Carta asciugante

18

15

Utensili in ghisa, ferro ed acciaio verniciati e zincati

17

16

Datteri

10

1-7

Piume lavorate

11

8

Corna e ossa lavorate, eccetto i pettini e le spille

15

11

Mercerie fini

16-4

12-3

Ombrelli di seta

14

12

 

 

Anche qui, come nel gruppo precedente, la Francia ha voluto delle riduzioni sulle merci fine, i così detti articoli di Parigi; ma anche qui la diminuzione del rapporto protettivo non è tale da seriamente impensierire i nostri produttori. Le diminuzioni più notevoli (anzi le sole veramente notevoli) sono quelle del vino in bottiglie (vino di lusso, spesso non concorrente col nostro) degli estratti per concia e dei datteri, dei quali ultimi non si può dire siavi in Italia una produzione commerciabile.

 

 

Nel quarto ed ultimo vengono le merci in cui il rapporto protettivo, secondo il dazio antico, era inferiore al 10 %.

 

 

Voci

Dazio

antico

nuovo

Senape

9

6,6

Libri legati stampati in lingua francese

5-4

3-2,5

Oggetti di nichel dorati ed argentati

5

4

Colla forte

6,6

3,3

Colla di pesce

7

5

Avorio lavorato, eccetto i pettini e le spille

3

2

Ambra e suoi lavori

2,5

1,6

Ventagli fini

6,6

5

Corregge per articoli di moda

6,6

3,3

 

 

Era tenue il rapporto protettivo prima ed offriva uno schermo poco valido contro la concorrenza estera; il nuovo rapporto permetterà una difesa più debole ancora; ma si tratta di industrie le quali, appunto per il grande pregio dei loro prodotti, non possono far calcolo sulla protezione se non spingendola a tassi assoluti assurdi per la loro elevatezza, industrie le quali per conseguenza debbono di buona o mala grazia fare sovratutto a fidanza sull’abilità e sul senso artistico dei cooperatori della produzione nostrana.

 

 

Non sembra quindi temerario l’affermare che a torto gli industriali italiani si allarmerebbero per le riduzioni speciali di dazi concesse alla Francia.

 

 



[1] Con il titolo Le riduzioni speciali di dazi concesse dall’Italia alla Francia.

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