I provvedimenti finanziari erano democratici?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/07/1914

I provvedimenti finanziari erano democratici?

«Corriere della Sera», 12 luglio 1914

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 7-13

 

 

Il dibattito che si accese intorno ai provvedimenti finanziari proposti dal ministero Giolitti e modificati dal ministero Salandra poggiava tutto sull’accusa di antidemocraticità mossa dai socialisti, ammessa in parte anche da radicali e liberali, negata, con poca vigoria, dai propugnatori dei provvedimenti, i quali ne sminuivano il valore dichiarando solennemente trattarsi di spedienti temporanei a cui in novembre si sarebbe posto rimedio con la presentazione di un progetto di grande riforma tributaria, inspirato al concetto dell’imposta progressiva sui redditi.

 

 

Confesso che a me riesce alquanto difficile intervenire in un dibattito di questo genere, per una ragione d’indole quasi pregiudiziale: ed è che non conosco il significato della parola «democratico» applicata ad un sistema tributario o ad un complesso di provvedimenti finanziari. Lodare un’imposta perché è democratica o biasimarla perché è antidemocratica è usare un linguaggio vago, indefinito, forse adatto alle assemblee politiche od ai comizi popolari, dove conviene non discutere idee, ma risvegliare sentimenti, procacciarsi popolarità, eccitare odio o disprezzo contro altri. In un discorso sensato, in una discussione ragionata quelle parole vanno bandite perché sono prive di qualsiasi senso; e confesso che, se la scienza delle finanze è ancora una «cosidetta» scienza, ciò è dovuto in parte al fatto che i suoi cultori stentano assai a liberarsi dal fardello del vocabolario comune, in cui tengono così gran posto i tributi a «democratici», a giusti ed altrettali amenità, di cui la scienza economica, a cagion d’esempio, si è da tempo liberata, con incommensurabile suo vantaggio.

 

 

Purtroppo, però, agli studiosi non è lecito mutare il linguaggio volgare, anche se questo fa loro nausea; e conviene quindi acconciarsi alle imposte «democratiche» e «giuste»; cercando solo di definire, il meno peggio possibile, ciò che si vuole in realtà intendere per democrazia e giustizia nelle imposte. Se si tenta delineare il contenuto che l’opinione pubblica dominante – badisi bene che io dico l’opinione pubblica dominante, con che voglio far astrazione da quelle che possono essere le idee particolari di chi capita a scrivere – versa nella forma verbale «democrazia» e «giustizia» tributaria, direi che esso si concreta nelle seguenti principali proposizioni:

 

 

  • a) le imposte non devono essere congegnate in modo tale da ostacolare lo sviluppo dell’industria, la creazione di nuove imprese e quindi la domanda di lavoro. Se un’imposta, cioè, per ottenere un prodotto 10, impedisce la produzione di una ricchezza nuova 15, che andrebbe distribuita fra capitale e lavoro, quella è imposta dannosa;
  • b) le imposte non devono essere congegnate in maniera tale da trattare diversamente persone che si trovano in uguali condizioni di fortuna. Sarebbe, cioè, da tutti considerato biasimevole un metodo il quale tassasse due persone aventi l’uguale reddito con 2.000 lire annue, l’una con 100 e l’altra con 200 lire d’imposta. S’intende che deve trattarsi di redditi sostanzialmente e non solo apparentemente uguali;
  • c) devono preferirsi, come oggetto di tassazione le porzioni del reddito annuo dei contribuenti che sono destinate a consumi che l’opinione pubblica considera secondari od inutili a preferenza di quei consumi che l’opinione pubblica considera come necessari alla vita fisica od al perfezionamento materiale o morale di essa e sovratutto al progresso delle nuove generazioni;
  • d) devono tassarsi a preferenza i redditi alti piuttostoché quelli bassi, non perché gli uni siano alti e gli altri siano bassi, ma perché si ritiene che i primi offrano più ampio margine dei secondi ai consumi o godimenti di ordine superiore e non indispensabili alle necessità dell’esistenza fisica od al perfezionamento dell’individuo e della specie;
  • e) deve porsi mente che le condizioni ora elencate devono soddisfarsi subordinatamente all’esigenza di istituire delle imposte serie, atte, cioè, a procacciare un’entrata al fisco, e non puramente nominali, ossia scritte sulla carta ed infeconde per il fisco.

 

 

Se noi facciamo la convenzione che siano democratiche e giuste le imposte le quali soddisfano ai requisiti sovra enunciati, ed antidemocratiche ed ingiuste le imposte, le quali vi contraddicono, avremo sgombrato il campo per un giudizio sui provvedimenti finanziari proposti dal governo.

 

 

L’ultima condizione e) spiega perché sia stato impossibile al gabinetto Salandra presentare ora un disegno di legge imperniato sulla imposta globale progressiva sui redditi. Sulla carta un progetto simile si può allestire in un batter d’occhio. Sono tante le leggi ed i progetti francesi, tedeschi, svizzeri, americani ed italiani che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Un uomo di stato non crea però meccanismi lavoranti nel vuoto. Ed in Italia, oggi, l’imposta sul reddito globale lavorerebbe sul vuoto, perché non si conoscono i redditi, o le cifre note sono false e sono tanto più false quanto più si tratta di redditi appartenenti alla classe professionistica, in confronto ai redditi dei proprietari di terreni e fabbricati, o degli industriali aventi impianti visibili, delle società commerciali con bilanci pubblici, che già oggi pagano tutti aliquote più alte delle massime a cui si arriva in Inghilterra ed in Germania e negli Stati uniti e si arriverà in Francia con le vigenti o proposte globali sul reddito. Finora il solo uomo di stato italiano, il quale abbia proposto una via efficace per uscire fuori da questo terribile vicolo cieco in cui ci troviamo, fu l’on. Sonnino, il quale proponeva di fondare l’imposta globale non sui redditi ignoti o malnoti e che rimarrebbero malnoti, anche se prevalessero i sistemi inquisitori, di cui pare si voglia rendere propugnatore l’on. Alessio, bensì su indizi certi della ricchezza. Il Sonnino proponeva il valore locativo dell’alloggio abitato dal contribuente; e qui era il suo difetto massimo, perché il valore locativo per sé solo è insufficiente. Diverrebbe sufficiente, se lo si integrasse col tener conto del numero delle persone componenti la famiglia, del numero e qualità dei domestici, dei cavalli, vetture, ville ecc. ecc.

 

 

Se è spiegabilissimo che, volendo far opera sinceramente democratica, il gabinetto Salandra non abbia proposto subito la globale, riservandosi di studiare una forma seria – e speriamo vi giunga – come deve essere giudicata la sua opera positiva, ossia i provvedimenti suoi o fatti suoi?

 

 

Nessuna imposta deve comprimere od impedire la produzione (condizione a). Rileggendo i testi successivi dei provvedimenti, le uniche proposte le quali mi paiono soggette a questa critica sono quelle relative alle tasse sulle cambiali, sui libri copialettere, sulle acque minerali ed al diritto di statistica. La riduzione votata alla fine del 1907 del bollo sulle cambiali era stata dettata da imperiose necessità economiche; ed aveva prodotto ottimi frutti, contribuendo al risanamento di parecchie industrie e massimamente di quella bancaria; con vantaggio non lieve del fisco. Inspiegabile e dannoso è perciò il proposto aumento, a cui si può accompagnare la tassa sui copialettere, per i suoi effetti, sulla morale e la regolarità delle scritturazioni commerciali. Per lo stesso motivo una tassa su una industria nascente, come quella delle acque minerali, non pare provvida. Né mi dilungo a spiegare perché l’inasprimento e la generalizzazione del diritto di statistica si converta in un disturbo per il commercio ben più rilevante del vantaggio per il fisco e in un aggravamento di quella protezione doganale, che, almeno, dovrebbe mantenersi invariata sino a che non sia risoluta la controversia accesa su questo grande problema della vita nazionale.

 

 

Trattasi però di poche proposte, le quali paiono condannabili, perché dannose alla produzione; e potevano essere abbandonate per via, come già aveva fatto il governo per le acque minerali.

 

 

Nessuna proposta vi era la quale contravvenisse alla seconda condizione b) di un sistema tributario democratico: l’uguaglianza di trattamento tra contribuenti aventi lo stesso reddito. O meglio una proposta vi era, la quale gravemente feriva questo principio ed era l’imposta sul morto. Ma il ministero Salandra aveva già abbandonato giustamente questo mostro tributario ed a nulla erano valse le obiurgazioni di coloro che, non sapendo come lodarlo, avevano detto che l’imposta sul morto era democratica, solo perché era usata in Inghilterra e colpiva il capitale del morto. Come se l’imposta fosse pagata dal morto e non dagli eredi e come se requisito della democrazia fosse far pagare ugualmente due persone eredi di somme diversissime.

 

 

Il grosso delle proposte soddisfaceva largamente ai due requisiti massimi democratici: colpire i godimenti di lusso ed inutili e) ed i redditi più alti a preferenza dei più bassi d). Cominciamo dalla prima condizione. Non è forse vero che chi impiega il suo reddito in vetture, automobili, motocicli, autoscafi, in bevande alcooliche, in tabacchi, in giuocate ai totalizzatori, ai botteghini dei campi di corsa, ai giuochi al pallone, ecc., in biglietti di cinematografi dimostra coi fatti, i quali valgono più di ogni discorso, di avere un reddito esuberante ai bisogni della sua vita fisica, ed alle necessità del suo perfezionamento fisico, morale ed intellettuale ed insieme dell’allevamento ed educazione delle nuove generazioni? Se la caratteristica della democrazia fosse una realtà e non una mera apparenza verbale, se coloro che discorrono di imposte volessero giudicare dei loro effetti reali, mentre intendono invece a suscitare sentimenti vaghi e nebbiosi di odio od ubbidiscono a ragioni invereconde di partito, questo gruppo di imposte sugli automobili, motocicli, autoscafi, cinematografi, giuocate ai totalizzatori, spiriti, tabacchi, ed aggiungerei anche porto d’armi, dovrebbe essere considerato come democraticissimo e giustissimo: come uno strumento fiscale suscettibile in avvenire di grandiosi sviluppi, allo scopo di colpire tutta quella ricchezza, tutti quei redditi, a chiunque appartengano, i quali sono volontariamente consacrati ad usi che la generalità reputa superflui, od, almeno, non necessari a raggiungere i fini primi e più alti dell’umanità. Opinare altrimenti vuol dire:

 

 

  • che si preferisce colpire quella parte del reddito che va consacrato a fini necessari, alla formazione di nuove generazioni, al risparmio per la creazione di imprese industriali;
  • ovvero, e meglio, che la democrazia la si ha al sommo della bocca; ma guai a colpire sul serio coloro che non solo hanno il reddito, ma di fatto lo usano in maniere che dall’opinione prevalente sono considerate come la dimostrazione provata che una parte di esso è superflua al soddisfacimento dei bisogni necessari o realmente vantaggiosi!

 

 

Rimane l’ultimo connotato dell’imposta democratica, che è di colpire a preferenza i redditi più alti di quelli più bassi. Questo è un criterio di giudizio che può applicarsi a due tra i tributi contenuti nell’omnibus Salandra-Rava: e cioè all’imposta di successione ed all’addizionale del 5%.

 

 

Quanto alla prima, guardo la tabella ultimamente concordata fra governo e commissione e vedo la tassa di favore del 5% estesa dagli enti di beneficenza agli stabilimenti di educazione ed istruzione; ed accanto a quest’unica e lodevolissima mitigazione vedo tutte le altre aliquote aumentate nel senso della progressione: la tassa sulle successioni fra ascendenti e discendenti andrà dal minimo del 0,80 al massimo del 7%, fra coniugi dal 3 al 10,50%, fra fratelli e sorelle dal 7 al 15%, fra zii e nipoti dall’8,50 al 18%, fra prozii e pronipoti e cugini germani dal 10 al 22,50%, fra altri parenti ed estranei dal 15 al 30%. Che cosa vogliono di più i frenetici della democrazia? L’imposta di successione è l’imposta tipica degli abbienti. In Italia su 100 morti al disopra di 20 anni, solo 40 all’incirca lasciano un patrimonio piccolo o grosso, su cui si paga imposta di successione; e sulla minoranza che paga, l’imposta cresce progressivamente, come si è visto, dal 0,80 al 30% della quota ereditaria ricevuta, a mano a mano che cresce la fortuna ereditata o si allenta il legame di parentela. Sono aliquote che a me paiono alte; sebbene possa darsi che sembrino modeste ai frenetici della democrazia. Una verità però sembra pacifica: che nel momento attuale, in cui la ricchezza privata italiana, destinata alla produzione, è tanto scarsa, sarebbe pericoloso assorbire, a titolo di imposta di successione, una quota maggiore di quella prevista dal disegno di legge, per destinarla a scopi di consumo, siano pure consumi di stato. Si è già passato il segno; e ad ogni modo lo si è oltrepassato obbedendo ai sacri canoni della giustizia democratica.

 

 

Quanto all’addizionale del 5%, adesso non c’è esenzione alcuna per i redditi dei terreni, dei fabbricati, di categoria A1 e A2 di ricchezza mobile (redditi di capitali) e di categoria D (dei pubblici funzionari, per cui l’imposta è esatta per ritenuta, ossia con un metodo che finora, per difficoltà tecniche, si è ritenuto incompatibile con l’esenzione). Domani, le quote minime dei terreni e dei fabbricati saranno esenti dall’addizionale, e, lasciando invariata l’aliquota erariale principale, i minimi esenti, per la addizionale del 5%, saranno aumentati, per la ricchezza mobile, categoria B da 534 a 1500, categoria C da 640 a 1667, categoria D da 800 a 2.000. Il minimo esente è troppo basso per i terreni ed i fabbricati e potrebbe, senza grave danno, essere aumentato alquanto; ma è certo un passo mosso sulla via «democratica» quello di esentare i redditi meno alti e di tassare solo i più alti. Oserei dire che il passo è stato fin troppo azzardato, in materia di redditi mobiliari; poiché quanti redditi accettati vi sono in Italia che superino le 1.500, 1.667, e 2.000 lire all’anno? Ben pochi in numero, a giudicare all’ingrosso: laonde si cade in un altro difetto, che non so se sia democratico od antidemocratico, ma è un difetto sicuramente, e cioè di colpire un’esigua minoranza dei possibili contribuenti, e di rendere il tributo una imposta odiosa di classe.

 

 

Salvo poche eccezioni, facilmente rimediabili, i provvedimenti finanziari non frastornavano dunque la produzione; non erano disuguali, colpivano i redditi impiegati in consumi di lusso od in godimenti egoistici, facevano un lungo passo sulla via della tassazione delle classi abbienti. Per quali misteriosi motivi furono dunque vilipesi come antidemocratici?

 

 

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