I rimedi contro la crisi vinicola

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/08/1908

I rimedi contro la crisi vinicola

«Corriere della sera», 1 agosto 1908

 

 

 

La Commissione d’inchiesta sulla crisi vinicola ha dunque presentato una serie di proposte al Governo, nell’intento di alleviare quella condizione di indubbio malessere che attraversa una fra le massime industrie agricole italiane. I viticultori non si affidavano troppo nell’opera della Commissione; ed invero essi si sono trovati ancora una volta disillusi nella speranza vivamente accarezzata di veder proposta l’abolizione del dazio sul consumo del vino. È d’uopo affrettarsi a dire che quella era una speranza chimerica, dopo le esplicite dichiarazioni fatte dal Governo alla Camera; ed è doveroso aggiungere come, a chi guardi la questione da un punto di vista imparziale, l’abolizione del dazio sul vino sembra prematura ed ingiusta.

 

 

Non bisogna dimenticare che l’abolizione di quel dazio è un problema tributario della massima delicatezza. Perché abolire un tributo che grava su un consumo non necessario, mentre si conservano altissimi i tributi su consumi di tanto più indispensabili, come il sale, il grano, il petrolio, lo zucchero, ecc., ecc.? Aggiungasi che, se è esageratissima l’attuale repugnanza dei medici contro l’uso moderato del vino, non è chiara d’altra parte la ragione per cui lo Stato debba farsi promotore di un aumento artificioso dello spaccio di una bevanda, la quale dà, con sufficiente equità distributiva, larghissimo provento fiscale al Tesoro ed alle finanze comunali.

 

 

La Commissione non potendo ricorrere al rimedio sovrano invocato dai viticultori, ha fatto del suo meglio nel mettere innanzi degli espedienti parziali, atti in grado maggiore e minore ad alleviare i mali di cui soffrono i proprietari di vigneti.

 

 

Come misura temporanea, che può realmente riuscire di aiuto ai viticultori disperati di non saper dove collocare il vino nuovo, propone la costruzione immediata di tini di cemento. Ad incoraggiare il consumo del vino genuino essa vuole una lotta più efficace e diretta con unità di criteri contro la sofisticazione, una più larga distribuzione di razioni di vino all’esercito ed all’armata, invoca un’intesa col Brasile sulla base di scambievoli riduzioni dei dazi sui vini italiani e sul caffè brasiliano e cogli Stati Uniti per ottenere agli spumanti italiani la parità di trattamento cogli spumanti tedeschi e francesi. Proposte buone, di cui potrà essere messa in dubbio l’efficacia immediata e sensibile, ma che serviranno ad incoraggiare, se tradotte in atto, il consumo all’interno ed all’estero del vino genuino e ben confezionato. Anche il concetto messo innanzi di una migliore quotazione dei prezzi delle uve e dei vini è degno di studio come quello che tende a porre un termine all’attuale disorganizzazione dei mercati viticoli. Manca invero in questa industria un vero mercato dei vini e delle uve; e viticultori e negozianti sarebbero lieti di vedere costituirsi a poco a poco nei maggiori centri viticoli delle vere e proprie Borse, le quali servissero di guida nelle contrattazioni. Per quanto le Borse dei valori mobiliari, del grano, del cotone, del rame, ecc., ecc., siano talvolta oggetto delle più fiere critiche in epoche di crisi, esse sono tuttavia dei capolavori di organizzazione, di sicurezza, di precisione in confronto ai primitivi mercati delle uve e dei vini, ancora in balia della piccola camorra locale, di clientele particolari, di sfruttamento astuto dei bisogni assillanti dei produttori costretti a vendere ad ogni costo.

 

 

È chiaro però che in questo campo di una buona organizzazione commerciale lo Stato può fare bensì qualcosa, creando gli organi per la sorveglianza dei mercati, così come fa colle Borse; ma la salvezza deve venire dai viticultori e dai commercianti stessi, i quali dovranno organizzarsi, affiatarsi, acquistare quella esperienza e quella abilità professionale che nelle Borse dei valori e delle merci sono il risultato di una lunghissima selezione di consuetudini e di persone.

 

 

Rimedi dunque parziali ed a lunga scadenza, si dirà; ed è verissimo. La crisi da cui è travagliata l’industria viticola non può essere fatta scomparire tutta d’un tratto, per un colpo di bacchetta magica governativa; poiché è sovratutto crisi di sovraproduzione. Di questi giorni sono state pubblicate le statistiche ufficiali della produzione del vino nell’anno scorso. Sono cifre certamente erronee in quanto, sino a che non funzioni in tutta Italia il nuovo servizio egregiamente iniziato dal Ministero d’agricoltura sotto la guida sapiente del prof. Ghino Valenti, la raccolta dei dati avviene in maniera incertissima. Ma possono servire come termini di confronto fra un anno e l’altro, potendosi supporre che il coefficiente d’errore non sia mutato. Orbene, il raccolto del 1907 ascenderebbe a 53.902.607 ettolitri e cioè superiore di 24 milioni di ettolitri al raccolto del 1906 e di 16 milioni alla media del quinquennio 1901-1905.

 

 

Nell’anno corrente 1908 il raccolto sarà probabilmente minore dell’anno scorso: le grandinate recenti, le nebbie ed il mal tempo avendo in estese plaghe rovinato un raccolto già promettentissimo. Avremo tuttavia una produzione abbondante, a quanto si può giudicare ora, e superiore parecchio alla media; sicché l’avvenire, anche a causa degli stocks residui della campagna scorsa, si presenta incerto per i viticultori.

 

 

Poiché dunque la cagione prima della crisi è la sovraproduzione di vino, e sovratutto di vino inferiore prodotto in contrade piane, male soleggiate, disadatte alla coltivazione della vite, ragion vorrebbe che si riducesse quella produzione e si spiantassero quelle viti che furono tirate su a furia in momenti in cui si poteva vendere per buona moneta anche dell’acqua tinta purchessia di rosso. Lo spiantar viti è una bisogna antipatica, a cui il viticultore si decide solo stretto dalla più dura necessità e dalle leggi più evidenti del tornaconto. Quando per due o tre anni di fila le spese di cultura, di solforazione e dei rimedi cuprici non siano più compensate dai prezzi del raccolto, anche il viticultore più innamorato finirà per disgustarsi e per lasciare andare a male la sua vigna; e, quando sia rovinata definitivamente, per sostituirla con altre culture.

 

 

La Commissione d’inchiesta ha inteso la necessità di contribuire a quest’opera di necessaria trasformazione delle culture ed ha proposto, a quanto pare, di abolire per un quinquennio l’imposta fondiaria sui terreni non adatti alla vigna che venissero destinati ad altre culture. Anche questo è un piccolo rimedio, perché nella bilancia del tornaconto 10 lire di imposta erariale in media per ogni ettaro di terreno hanno un assai piccolo peso; ed andrebbe ad ogni modo integrato col condono delle sovrimposte provinciali e comunali, spesso assai più gravose. Mentre riconosceva la necessità di ridurre la superficie vitata, la Commissione correva però il rischio di cadere in contraddizione stridente, colla proposta di un suo membro di concedere un premio di due lire per ettolitro di vino esportato all’estero. La storia dei premi di esportazione sullo zucchero all’estero e per le costruzioni marittime da noi ed altrove, dovrebbe oramai avere dimostrato all’evidenza i pericoli di questa politica. Dal punto di vista fiscale, con una esportazione oramai ridotta a 900.000 ettolitri all’anno, il gravame per lo Stato sarebbe stato relativamente piccolo. Ma se il premio avesse davvero la virtù di stimolare l’esportazione, chi sa dire a quanto salirebbe il sacrificio del Tesoro? E quel che più monta, sarebbero sacrifici sopportati con scarso vantaggio, anzi con danno della viticultura; perché il premio indurrebbe molti a conservare quelle vigne male situate, produttrici di vino inferiore per cui soltanto il guadagno di 2 lire, sia per l’esportazione diretta sia per l’aumento conseguente del prezzo all’interno, sarebbe un’attrattiva sufficiente. Premi all’esportazione e condoni di imposta ai terreni vitati ridotti ad altre culture sono due termini contraddittori; e bene ha fatto la Commissione a rinviare il problema dei premi e meglio farà a lasciarli in tutto da parte. Il condono di imposte ai terreni trasformati, mentre favorisce la riduzione dei raccolti esuberanti, non può essere altrimenti criticato quale un regalo ingiustificato fatto ai viticultori; perché in fondo è solo il riconoscimento del fatto che quei terreni temporaneamente non danno reddito e non devono pagare perciò l’imposta. Perché lo Stato non potrebbe rendere più sensibile quel condono che sparpagliato su cinque o dieci anni avrebbe poca efficacia sull’animo dei proprietari, capitalizzando in una somma da darsi al viticultore all’atto dell’avvenuto spiantamento della vigna? Condonare 20 lire d’imposta per 5 anni è lo stesso che conservare l’imposta e pagare subito 100 lire come indennità di spiantamento. La differenza sarebbe puramente contabile ma l’indennità, pagata tutta in una volta, avrebbe assai maggiore efficacia.

Torna su