I risultati della Conferenza dell’Aja. Una delusione parziale – Le espressioni platoniche di opinione. I risultati pratici – Gli usi di guerra e il Tribunale d’Arbitrato

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La Stampa

Data di pubblicazione: 29/07/1899

I risultati della Conferenza dell’Aja. Una delusione parziale – Le espressioni platoniche di opinione. I risultati pratici – Gli usi di guerra e il Tribunale d’Arbitrato

«La Stampa», 29 luglio 1899

 

 

 

La Conferenza ha chiuso i suoi lavori. Ancora poche sedute per rivedere la formulazione verbale dei voti presi e delle convenzioni sottoscritte, ancora la solenne adunanza di chiusura e poi i delegati qui convenuti nella tranquilla Casa dei Boschi si disperderanno nelle varie parti del mondo apportatori di una parola di speranza e di pace.

 

 

Perché forse il fatto più interessante di questa Conferenza si è appunto l’avere potuto tanti uomini di nazionalità e di idee diverse, appartenenti alla diplomazia, all’esercito, alla marina, al Foro ed al Parlamento, raccogliersi nella nostra pacifica città ed ivi per alcuni mesi discutere intorno a materie di grandissima importanza, e senza nessuna previa intesa venire, su alcuni punti, a decisioni che non sembrano disprezzabili. I delegati delle Potenze hanno dimostrato come si possa discorrere con equanimità o reciproca tolleranza di argomenti per loro natura infiammanti, come le cause che possono dar origine a guerre, le palle esplodenti, i gas asfissianti, ecc., ecc.

 

 

Ma se la Conferenza avesse giovato soltanto a facilitare la conoscenza personale di parecchi fra i più insigni diplomatici, guerrieri ed uomini di Stato che vanti il mondo contemporaneo, i suoi risultati, quantunque non irrilevanti, sarebbero stati troppo piccoli in confronto delle speranze suscitate dal manifesto dello tsar.

 

 

Nella realtà la Conferenza non ha fatto né così poco come pretendono i suoi detrattori, né tanto quanto il mondo e gli entusiasti apostoli della pace avevano sperato al primo annuncio delle proposte dello tsar. Chi ricorda l’intonazione del manifesto dello tsar, tutto poggiato sulla riduzione degli armamenti che pesano con un gravame ognora più insopportabile sull’economia e sulla prosperità degli Stati moderni, si troverà fortemente disingannato leggendo i verbali della Conferenza. In verità tutto quel magnifico programma di riduzione degli eserciti e di ricostruzione economica è stato lasciato completamente nell’ombra. La Sezione prima, che si occupava appunto di quell’argomento, non ha saputo infatti proporre all’approvazione della Conferenza se non un platonico voto, chiamato con frase singolarmente incolore espressione di opinione. La Conferenza, cioè, è di opinione che sia grandemente a desiderarsi che le spese militari attualmente opprimenti il mondo si possano limitare allo scopo di aumentare il benessere materiale e morale dell’umanità. Più platonici e praticamente inconcludenti di così non si poteva essere. Ma è d’uopo confessare che di tutte le proposte dello tsar questa della riduzione degli armamenti era la meno accettabile; e quella che più urtava contro difficoltà pratiche quasi insuperabili.

 

 

Mentre qui, da noi, la prima Sezione svogliatamente emetteva il voto che le spese militari fossero ridotte, tutte le Potenze, prima la Russia, aumentavano febbrilmente i loro armamenti, per difendersi contro i nuovi pericoli di guerra e le novissime lotte per la conquista coloniale del mondo barbaro.

 

 

La proposta era ineluttabilmente destinata a cadere od almeno a trasformarsi in un voto innocente, che nulla muterà allo stato attuale delle cose. Oltre a questa «espressione di opinione» la Conferenza ha eziandio espresso il desiderio che siano convocate nell’avvenire altre Conferenze per regolare i diritti ed i doveri dei neutrali, per risolvere le questioni relative al tipo ed al calibro dei fucili delle artiglierie navali, per rivedere la Conferenza di Ginevra, per studiare la proposta di dichiarare inviolabile la proprietà privata nelle guerre di terra e per regolare il bombardamento dei porti, città e villaggi per opera delle flotte da guerra.

 

 

Sono voti anche questi platonici. Sembra che, non contenti del lavoro compiuto, o per darsi l’aria di aver fatto di più di quanto non sia nella realtà accaduto, i delegati abbiano voluto esprimere l’opinione che altri delegati siano, in un avvenire che speriamo prossimo, in grado di risolvere quei gravi problemi che essi sono stati impotenti persino a delibare. Per quanto questi voti esprimano soltanto delle opinioni sulla convenienza di radunare una seconda volta dei delegati, l’Inghilterra non ha creduto possibile di aderire al voto di studiare il problema del calibro ai fucili, del bombardamento e della inviolabilità della proprietà privata. Ma veniamo sul terreno sodo dei fatti.

 

 

Oltre ai voti, la Conferenza ha fatto tre dichiarazioni che hanno forza obbligatoria per le Potenze aderenti. Si proibisce con queste dichiarazioni di gettare proiettili od esplodenti dai palloni, di usare proiettili aventi per scopo esclusivo la diffusione di gas asfissianti o deleteri e di adoperare, infine, palle destinate a scoppiare facilmente nel corpo umano. Anche su questi punti non si ottenne l’unanimità. L’Inghilterra volle riservarsi il diritto di usare i gas asfissianti e le palle esponenti. Essa intende adoperare questi terribili congegni di guerra nelle sue conquiste coloniali e non vuole rinunciarvi soltanto per rendere più solenni le decisioni della Conferenza della pace. Essa darà il suo consenso quando di gas asfissianti o di palle esplodenti non avrà più bisogno. Su terreno ancora più solido ci troviamo colle tre convenzioni redatte ed accettate dai delegati delle Potenze.

 

 

Da più di trent’anni si sentiva la necessità di estendere anche ai feriti ed agli ammalati nelle guerre navali le norme sancite per la guerra terrestre dalla convenzione di Ginevra. Era un vero controsenso adottare in terra norme di umanità e non rispettarle poi in mare.

 

 

La Conferenza della pace colla sua prima convenzione ha posto fine alla stridente contraddizione, e di ciò le si deve dar lode da quanti ritengono che la guerra debba essere resa più umana e meno orribile e crudele che sia possibile.

 

 

Lodi incondizionate si devono pur dare per quanto si è fatto colla seconda convenzione rispetto alle leggi ed alle norme della guerra terrestre. Con un lavoro minuzioso, preciso e veramente magistrale i delegati dell’Aja hanno elaborato un codice completo, il quale in tempo di guerra sarà di guida preziosa per i comandanti degli eserciti avversari, indicherà quali siano i loro poteri nei territori conquistati nel levare contribuzioni, ecc., ecc., e segnerà insomma i confini dei diritti dei conquistatori rispetto ai popoli vinti.

 

 

Anche qui si tratta di un lavoro solido e serio. Se la Conferenza per la pace fosse riuscita anche soltanto a scemare alquanto gli inevitabili orrori e dolori della guerra, essa si sarebbe resa benemerita dell’umanità ed avrebbe guadagnato un titolo di gloria di fronte agli storici. Ma la Conferenza per la pace ha voluto rimanere fedele al suo nome. Non contenta di aver scemato gli orrori della guerra, ha voluto rendere questa meno frequente colla terza Convenzione relativa alla risoluzione pacifica delle vertenze internazionali.

 

 

I modi ai quali i delegati convenuti alla Casa del Bosco si sono appigliati per raggiungere l’intento nobilissimo sono così numerosi da formare quasi una giungla selvaggia, in mezzo a cui è difficile orizzontarsi. L’Atto di arbitrato in 57 lunghi e minuti articoli enumera una serie svariatissima di metodi di pacificazione, quasi a dimostrare che anche nell’animo freddo e chiuso dei diplomatici alberga una fervida fantasia ed una sconfinata immaginazione creatrice di progetti. Vi ricorderò soltanto i metodi principali.

 

 

In primo luogo le Potenze in lite s’obbligano a far appello ai buoni uffici ed alla mediazione delle altre Potenze, le quali, dal canto loro, devono rammentare ai litiganti, quando questi se ne scordino, che esse son sempre pronte a prestare i loro buoni uffici o ad agire da mediatori. La mediazione viene dopo ai buoni uffici.

 

 

La Potenza che ha già prestato i suoi buoni uffici può essere incaricata di intervenire come mediatrice per risolvere la questione. In secondo luogo, una Potenza, prima di interrompere i negoziati e di dichiarare la guerra, deve pregare una Potenza amica di continuare per un po’ di tempo i negoziati per conto suo.

 

 

È la istituzione dei secondi trasportata dal duello fra individui alla guerra fra nazioni. Particolare interessante: la proposta fu adottata in seguito a suggerimento dei delegati dell’America del Nord, dove il duello non è certo in onore.

 

 

Bisognerà vedere se si troveranno Potenze pronte ad agire da padrini. Un altro mezzo di evitare la guerra è quello di affidare la indagine dei motivi dei conflitti ad una Commissione internazionale di inchiesta. Essa avrà soltanto il diritto di redigere un rapporto, che metterà in luce la causa ed i particolari della controversia. La pubblicazione del rapporto avrà, si spera, per effetto di rendere meno aspre e appassionate le controversie, di ritardare lo scoppio della crisi e forse di impedirlo del tutto col ritardo.

 

 

Finalmente viene l’ultimo e più importante mezzo di dirimere i conflitti internazionali: la istituzione di una Corte permanente di arbitrato che da molti dei delegati è qui ritenuto come il capolavoro della Conferenza. I rappresentanti delle Potenze firmatarie, accreditate presso il nostro Governo, si raduneranno all’Aja sotto la presidenza del ministro degli esteri d’Olanda.

 

 

Essi formeranno un Consiglio permanente di arbitrato con un segretario generale e con un proprio ufficio mantenuto dai Governi firmatari. Ogni Potenza nominerà quattro delegati al Tribunale internazionale di arbitrato. Supposte 24 le Potenze firmatarie, i delegati potranno essere 96. I delegati saranno eletti per sei anni e saranno rieleggibili. Le Potenze le quali non sappiano da sé risolvere una questione fra di loro vertente, potranno accordarsi per delegarne la risoluzione al Tribunale. Nell’accordo dovranno specificare la causa della controversia ed i poteri da esse conferiti al Tribunale d’arbitrato, obbligandosi a rispettarne le decisioni qualunque esse siano.

 

 

L’Ufficio permanente dell’Aja, appena ricevuto il compromesso, comunicherà alle due Potenze la lista degli arbitri e da esso ogni Potenza sceglierà due arbitri. I quattro nomineranno poi un presidente imparziale. Se non riescono a mettersi d’accordo sulla scelta del presidente, essi nomineranno una Potenza a cui sarà affidata la scelta; e se nemmeno l’accordo su questo punto è possibile, le due parti sceglieranno ciascuna una Potenza; ed alle due Potenze scelte spetterà la nomina del presidente. Il Tribunale risiederà all’Aja, ove non si deliberi altrimenti. Questo l’edificio della Corte arbitrale. Conviene aggiungere un solo particolare.

 

 

Se le due Potenze in lotta non danno segno di voler ricorrere all’arbitrato, le Potenze neutrali avranno il dovere di rammentare l’esistenza del Tribunale alle due parti, inculcando loro l’utilità di ricorrere ad esso piuttosto ché alla guerra. Gli Stati Uniti, così caldi difensori della causa dell’arbitrato, si adombrarono per questo, che è l’articolo 27. Essi credettero che la frase dovere di rammentare imponesse loro l’obbligo di intervenire negli affari europei contrariamente alla dottrina di Monroe.

 

 

Si riuscì a calmarli, dimostrando che la parola inglese duty (dovere) poteva essere considerata come avente un significato puramente morale e non giuridico. Ma ad acquetarli completamente convenne lasciare inserire nell’atto una loro dichiarazione, nella quale essi protestano di non ritenersi obbligati ad immischiarsi negli affari dell’Europa. Sintomo significante oggidì che tanto si parla dell’abbandono della politica di Monroe e del nuovo imperialismo degli Stati Uniti?

 

 

Riuscirà il Tribunale di arbitrato ad esercitare sui destini dell’umanità tutta quella profonda influenza che i delegati delle Potenze si ripromettono qui, in mezzo alla gioia vivamente sentita e meritata dei lavori compiuti? è troppo presto per dare un giudizio reciso; ma, per quanto si possa essere scettici, è doveroso augurare che, anche per questa parte, i lavori della Conferenza non siano riusciti inutili.

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