I risultati finanziari di Genova

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/04/1922

I risultati finanziari di Genova

«Corriere della Sera», 29 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 703-709

 

 

 

Il lavoro della sottocommissione finanziaria è ora praticamente completato. Nessun tentativo stato fatto di delineare delle convenzioni o di giungere ad accordi per un’azione immediata. I risultati prendono la forma di raccomandazioni di principii generali in termini generici senza alcuna designazione di nomi: tutte le risoluzioni sono astratte e in nessuna di esse è specificatamente indicato alcun singolo stato. L’effetto generale di ciò è di far credere che i tempi non sono ancora maturi per concretare qualcosa di specifico. L’onere di un’azione deliberativa è deferito ad un’ulteriore conferenza, un’assemblea dei rappresentanti delle banche centrali, che sarà convocata dalla Banca d’Inghilterra. Ma sarà una sorpresa se questi banchieri, convenuti a Londra, si mostreranno molto più coraggiosi di quanto non lo siano ora a Genova. Se il Federal Reserve Board americano ha delle idee positive ed è pronto a dare il suo aiuto, qualcosa può essere fatta come ho già dichiarato; altrimenti il progresso dovrà provenire dall’azione dei singoli stati. I periti di Genova sembrano riconoscere ciò in un brano piuttosto patetico, nel quale «si arrischiano a suggerire» che «un meritevole servizio sarà reso da quei paesi che per primi arditamente si decidano a dar l’esempio d’assicurare l’immediata stabilità monetaria in termini aurei» per mezzo della svalutazione.

 

 

Premesse queste riserve, le risoluzioni finanziarie di Genova sono accademicamente ammirevoli: seguono linee già note, ma includono una raccomandazione della politica di svalutazione alquanto più decisa di quella che taluno si sarebbe aspettata. Ma il valore di questa dichiarazione, che, come si disse sopra, non è stata resa applicabile nominativamente ad alcun paese, è stato di molto diminuito dalle discussioni che l’hanno accompagnata. I rappresentanti dell’Italia, della Francia e del Belgio (Peano, Picard e Theunis) sono stati concordi nel dichiarare che, per quanto riguarda i loro paesi, essi non hanno niente a che fare con la svalutazione e sono decisi a perseguire la politica della restaurazione delle loro rispettive circolazioni al valore prebellico. Non si sa quanto queste dichiarazioni rappresentino la reale opinione di quelli che le hanno fatte o se esse siano invece puramente una ripetizione convenzionale di ciò che sembra più prudente dire, date le opinioni del pubblico ignorante. Ma, in ogni caso, è molto deplorevole che questi signori abbiano pensato essere loro dovere di parlare così sconsideratamente. Tutte le tre circolazioni suddette dovrebbero elevarsi in valore dal cento al duecento per cento, procedimento che, se fosse possibile, creerebbe infiniti turbamenti nei paesi surriferiti e, duplicando o triplicando il carico dei loro debiti interni, li renderebbe insopportabili. L’educazione economica in Italia, in Francia e in Belgio è veramente così arretrata come i loro rappresentanti sembrano pensare? Io credevo, ad ogni modo, che l’Italia fosse più assennata.

 

 

Il mondo deve prender nota almeno che l’Italia, la Francia, il Belgio hanno dichiarato, per bocca dei loro rappresentanti, di opporsi alla politica di stabilizzazione dei cambi: la politica di quei paesi cagionerà loro all’opposto nel prossimo futuro fluttuazioni della loro valuta dal cento al duecento per cento. Sino a che questa politica contraria alla stabilizzazione sarà ufficialmente mantenuta, è prematuro spender tempo nel ricercare una soluzione, per quanto desiderabile, per vincere le difficoltà tecniche della stabilizzazione stessa. Né è molto vantaggioso per i detti stati, che si sono opposti alla stabilizzazione immediata, di mandare rappresentanti a conferenze monetarie a Genova a Londra o in altro luogo.

 

 

La seconda sottocommissione, con una risoluzione saggia, ha dichiarato di opporsi ad ogni forma di controllo ufficiale delle operazioni di cambio, a qualunque scopo tale controllo sia imposto. Essa ha inoltre adottato, come meritevoli di considerazione, alcuni suggerimenti per il miglioramento dei mercati dei cambi a termine, proposti recentemente dal sottoscritto nel supplemento dei cambi del «Manchester Guardian Commercial».

 

 

La terza sottocommissione, i lavori della quale non sono ancora formalmente conclusi, si contenterà probabilmente di emanare una sola risoluzione, auspicante al consorzio internazionale.

 

 

La sezione finanziaria della conferenza di Genova non ha sentito il calore della vita, non ha avuto fede in se stessa e, con sterile e torpido spirito, ha dedicato i suoi principali sforzi ad ostacolare la ripresa degli affari, avendo solo riguardo a che le sue risoluzioni non apparissero troppo palesemente futili e salvassero le apparenze di una rispettabilità concettuale.

 

 

J.M. Keynes

 

 

L’articolo del Keynes suffraga autorevolmente le considerazioni che alcuni giorni fa avevo fatto intorno alle disgraziate dichiarazioni dell’on. Peano sui pretesi propositi del governo italiano di restituire la lira carta all’antica parità con l’oro. Il Keynes nella sua qualità di osservatore, straniero obbligato a certi riguardi, ritiene di dover supporre che tale dichiarazione forse non rappresenti l’opinione effettiva di coloro che l’hanno pronunciata, ma sia «una ripetizione convenzionale di ciò che sembra più prudente dire, date le opinioni del pubblico ignorante». Non avendo i suoi obblighi formali di cortesia, mi permetto di avanzare un’altra ipotesi: che cioè il tesoro italiano non si sia reso ben conto della gravità della questione. Altrimenti, come avrebbe potuto annunciare al mondo che la politica del governo italiano è quella del ritorno all’antica parità, quando il governo non ha mai, prima d’ora, avuto occasione di manifestare in modo espresso e tassativo nessuna opinione in merito, quando non ha provocato dal parlamento nessuna indicazione e quando è ben noto che esistono contrasti profondi di opinione tra tutti coloro che si sono occupati del problema in Italia?

 

 

La verità è che il problema non è stato sinora afferrato dal mondo politico. Ce ne siamo occupati noi, ed alcuni pochi altri scrittori di cose economiche; ma nelle sfere ufficiali le nostre discussioni non hanno fatto alcuna impressione. Esse sono persuase, come se si trattasse di un assioma evidente per se stesso, che bisogna riportare la lira carta alla lira oro. In realtà le politiche che si possono seguire sono le seguenti:

 

 

  • a) ritorno della lira carta alla parità antica con la lira oro. Teoria Peano, fondata per lui su giustificazioni sentimentali di prestigio dell’Italia; ma teoria difesa prima dai professori Loria, Supino e Griziotti, con motivazioni degne di essere discusse;
  • b) stabilizzazione della lira all’incirca al presente livello dei cambi, ossia a circa 30 centesimi oro. Possono essere anche 40 centesimi; ma questo è un particolare d’esecuzione. È la teoria di Cassell, di Keynes e di altri per la Francia, l’Italia, il Belgio ed in genere per tutti i paesi, i quali oggi si trovano lontani dalla parità, senza essere discesi nelle bassure della Germania, dell’Austria e della Russia;
  • c) la mancanza di teoria e una pratica la quale lascia andar le cose per la loro china senza regolarle ad uno scopo determinato. Nonostante le dichiarazioni di Peano, il tesoro italiano non agisce affatto nel senso di riportare la lira alla pari. Ciò è oggi un assurdo e non lo tenta neppure. Con i salvataggi bancari, gli aiuti alle industrie pericolanti, il tesoro italiano fa anzi tutto il contrario e spinge la lira al ribasso; sebbene d’altro canto sembri spingerla in su con lo sforzo di ristabilire il pareggio. Va da sé che questa politica è la peggiore di tutte, perché cammina a zig zag e non sa quello che si propone;
  • d) la politica la quale afferma che oggi il ritorno all’antica parità è assurdo e pericoloso; ma non è persuasa che si possa stabilizzare fin d’ora la lira ad un nuovo determinato livello.

 

 

Per conto mio, sono di questa opinione. Per molte considerazioni politiche e pratiche ritengo che siano oggi due pericoli gravi tanto la teoria del ritorno all’antica parità, quanto la stabilizzazione definitiva della lira ad un nuovo livello. Ritengo che per ora il tesoro italiano debba tendere soltanto fermamente ad una stabilizzazione provvisoria della lira carta ad un livello fisso per un certo tempo.

 

 

In seguito vedremo che cosa sarà necessario fare. Fra un anno e poi di nuovo fra due, il problema potrà essere ridiscusso e potrà essere adottata una soluzione adeguata ai fatti. A differenza di Cassell e di Keynes, non vedo quale necessità vi sia di decidere subito quale dovrà essere per sempre la nuova parità dei cambi. In sostanza l’interesse del nostro paese sta solo nell’evitare in primo luogo le oscillazioni dei cambi e nell’impedire in secondo luogo un ritorno rapido all’antica parità. Non abbiamo però nessun interesse a vietarci quel ritorno per sempre, fra venti o cinquant’anni per esempio. Né sappiamo ora dove sia necessario fermarci.

 

 

Ritornerò in avvenire su questa soluzione del problema. Frattanto bisogna insistere sull’assurdità – definitiva, come sostengono Cassell e Keynes, o provvisoria, come opinerei io – di ritornare alla parità antica con l’oro.

 

 

Il professore Griziotti, sull’«Avanti!», afferma che l’opposizione al ritorno all’antica parità non ha carattere scientifico, ma è fatta nell’interesse degli speculatori, dei grandi industriali e capitalisti e dei banchieri. Finché egli dice questo di una tesi sostenuta da me sul «Corriere della sera», egli potrà avere facili consenzienti tra i lettori dell’«Avanti!» abituati a credere che tutto ciò che sia scritto sui giornali borghesi sia di ispirazione capitalistica. Ma riuscirà meno facile all’«Avanti!» di far credere che anche Cassell e Keynes siano dei pennivendoli stipendiati dai banchieri: proprio quel Keynes che ha assunto un atteggiamento così simpatizzante verso i bolscevichi russi! La verità è che gli oppositori del ritorno alla parità antica con l’oro – e quando si parla di «ritorno» si intende accennare a qualcosa che debba capitare presto, perché ad un ritorno lontano nel tempo io, come dissi sopra, non mi oppongo affatto e lo ritengo anzi desiderabile, quando sia conseguito con dati mezzi – non parlano in nome dei capitalisti e dei banchieri. Essi parlano in nome del buon senso e nell’interesse dello stato e della pace sociale.

 

 

Nell’interesse dello stato, in primissimo luogo. L’ho già dimostrato, parmi, all’evidenza alcuni giorni fa. Se la lira si rivalutasse, il reddito nazionale espresso in lire si ridurrebbe ad una metà, ad un terzo del reddito monetario attuale. Come prelevare su quel reddito, di forse 30 miliardi di lire, ben 20 miliardi di imposte? Le spese dello stato sono fisse in gran parte: fissi i 6 miliardi di interessi del debito pubblico; fissi i 6 miliardi di stipendi ed assegni ai pubblici impiegati. Non viviamo, per carità, caro Griziotti, nel mondo della luna! Dove è oggi in Italia la mutria di un governo, il quale osi proporre al parlamento di abolire i caro viveri e di ridurre del 50% gli stipendi dei funzionari pubblici? Pensiamo soltanto alle contumelie di cui è stato oggetto il senato, non perché abbia negato alcun caro viveri agli impiegati comunali, ché anzi ha augurato che i comuni potessero darne quanti volevano, ma per aver negato semplicemente di obbligare i comuni a darlo contro loro volontà! Gli impiegati direbbero in coro e non senza ragione: «Riducete prima il costo della vita e poi ci penseremo». E, a furia di pensarci, non se ne farebbe nulla.

 

 

Il Griziotti aggiunge assurdo ad assurdo, perché non solo vuole che lo stato conservi il pareggio, quando è evidente che, rivalutandosi la lira, il disavanzo crescerebbe spaventevolmente; ma vuole ancora ammortizzare e quasi far scomparire il debito pubblico con gli avanzi di bilanci, con nuove imposte, con riscatti obbligatori, ecc. ecc. Come si possa pensare alla possibilità di avanzi, di nuove imposte e di riscatti obbligatori in tempi di prezzi e di redditi calanti, quali si accompagnano inevitabilmente ai tentativi di rivalutazione della moneta, è un mistero insondabile. Siamo non nel dominio della realtà, ma dei sogni deliranti.

 

 

Gli oppositori al ritorno all’antica parità con l’oro sono tali nell’interesse della pace sociale. A questo punto occorre che davvero gli organizzatori operai, i responsabili della politica economica delle masse riflettano seriamente alla politica monetaria che essi intendono seguire. Se D’Aragona, Rejna, Baldesi, Quaglino e gli altri capi delle organizzazioni operaie non vogliono dar peso a quanto scrivo io, non importa. Diano peso tuttavia alla gravità del problema per le classi che essi rappresentano. Non c’è ragione di credere che scienziati eminenti, come Cassell e Keynes, famosi in tutto il mondo per contributi di primissimo ordine alla scienza monetaria, parlino per partito preso. La tesi dei contrari al ritorno all’antica parità è una tesi che si preoccupa essenzialmente di evitare nuovi cataclismi sociali. Ripeto l’argomentazione semplice e chiara: se la lira va su, i prezzi vanno giù. Se un quintale di una certa merce si paga 80 lire in moneta svalutata, si pagherà solo 40 in moneta rivalutata. Ciò vuol dire crisi e marasma nelle industrie. Sarà crisi duratura solo per un anno, per due o per tre; ma è crisi terribile. Il capitalismo non c’entra. Qual è quell’uomo ragionevole che si azzarda a comprar materie prime, a fare impianti quando deve oggi spendere 80 e teme di dover vendere a 40?

 

 

Due fatti, dal punto di vista operaio, fatti innegabili, devono essere ben chiari: che ritorno della lira all’antica parità vuol dire disoccupazione crescente, vuol dire necessità di ridurre i salari. Sta bene che gli industriali e gli economisti della corrente Griziotti direbbero: «Nel tempo stesso si riduce il costo della vita; quindi la riduzione dei salari non ha importanza».

 

 

Di nuovo bisogna osservare – e lo sentono gli operai confusamente – che il ribasso nel costo della vita è lento a venire, e viene alcun tempo dopo del ribasso dei salari. Quindi resistenze, lotte, contrasti sociali dolorosissimi. Si sentono gli organizzatori operai di inasprire l’attuale situazione di crisi industriale e di disoccupazione operaia e di innalzare alla ennesima potenza il contrasto tra industriali ed operai? E perché tanta lotta, tanto sforzo? Per ritornare alla felice età dell’oro dell’anteguerra: ossia per un’utopia, non destinata ad avverarsi, ché di questi ritorni al passato non se ne verificarono mai nella storia; ossia per una questione di parole, perché qual mai differenza c’è fra il ricevere un salario di 15 lire e dover spendere 15 lire, ovvero ricevere 5 e spendere 5? Val la pena di tanto contrasto per un risultato puramente formale? Io sono convinto che i capi della classe operaia non vorranno ingaggiare le masse in una lotta durissima per un fine così futile. Le lotte si combattono per ottenere risultati effettivi, di innalzamento sostanziale delle sorti degli uomini; non per cambiare il nome monetario alle cose.

 

 

C’è, l’ho già detto, una sola classe interessata al ritorno all’antica parità, ed è la classe della media borghesia proprietaria di case e terreni vincolati e di titoli a reddito fisso. Ma non può volere una pronta rivalutazione della lira; perché per sfuggire allo Scilla dei prezzi alti cadrebbe nel Cariddi del fallimento dello stato. Meglio cedole pagate in lire svalutate e lentamente crescenti, che cedole non pagate affatto, come accadrebbe in caso di fallimento statale.

 

 

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