I silenziosi e i vociferanti

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1948

I silenziosi e i vociferanti

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 628-633

 

 

 

Durante il settennato, si ritiene non essersi verificati interventi per sollecitare spese a pro di persone. Rarissime volte a favore di valori del passato, non usi a parlare. Si reca qualche esempio di siffatti interventi.

 

 

I

 

A favore di musei e di pinacoteche

 

Per iniziativa, sembra, del ministro del bilancio nel 1948, fu abolita la devoluzione a favore dei musei di metà delle tasse d’entrata nei musei stessi. Tutta l’entrata dovette essere iscritta nel bilancio generale dello stato con riserva di iscrivere nella parte passiva del ministero della pubblica istruzione la somma sufficiente per provvedere alle spese a cui prima si provvedeva con il provento diretto sopra indicato.

 

 

La innovazione era determinata dalla necessità di abolire il sistema, contrario a qualunque principio di buona amministrazione finanziaria, di non versare l’intiero provento delle tasse e imposte nel fondo generale del tesoro e di costituire numerosi fondi speciali praticamente sottratti al controllo degli uffici competenti. Il sistema era ed è da condannarsi. Infatti ove le entrate dei fondi speciali siano insufficienti a coprire la spesa, nessuna economia ne viene allo stato, gli enti interessati agitandosi necessariamente per ottenere in altri modi l’integrazione del loro bilancio. Quando invece i fondi sono esuberanti per il fine voluto, nulla viene mai restituito al tesoro e si provocano spese inutili ed incrostazioni parassitarie che sarà sempre impossibile eliminare.

 

 

Purtroppo, se qualche risultato si ottenne dall’allora ministro del bilancio, i più grossi fondi speciali rimasero intatti per la opposizione invincibile dei numerosi potenti interessati. Rimase lo scandalo dei casuali a favore dei funzionari finanziari, rimasero i fondi imponenti di miliardi di lire destinati a favorire cinematografi, teatri, giochi, corse ecc. ecc. Si ebbe cioè la solita vittoria delle spese «vociferanti» sulle spese «silenziose». Le spese «vociferanti» sono quelle degli impiegati percettori di casuali, dei cinematografai, dei teatranti, dei registi, dei giocatori al calcio, alle corse dei cavalli, di biciclette ecc. ecc. Tutti costoro conservano i miliardi strappati ai contribuenti con tasse le quali dovrebbero andare integralmente nel fondo del tesoro. Lo spreco del denaro pubblico continua con grave danno dell’arte drammatica, con il malcontento crescente del personale, con l’incoraggiamento dato, grazie al favore non del pubblico ma dei funzionari a produzioni cinematografiche e drammatiche di terz’ordine.

 

 

I quadri, le statue non parlano, ed, anche quando trovano un patrono nella irruente parola della sovraintendente di Brera, parlano sempre meno di quanto non strillino i pubblici stipendiati, sicché le assegnazioni a favore dei musei sembra siano state stabilite in una cifra la quale potrebbe essere adeguata al mantenimento di un museo solo invece dei cinquecento che esistono in Italia. Per fortuna, le statue non soffrono col passar del tempo gravi danni; i quadri richiedono invece di essere riparati dalle ingiurie del troppo caldo o troppo freddo, dall’umidità, dalla polvere ecc. ecc.

 

 

Il ristabilimento dell’antico sistema di concedere ai musei una quota delle tasse di ingresso deve continuare ad essere escluso dando così le spese «silenziose» un insegnamento lodevole alle spese «vociferanti». Il tesoro potrebbe convenientemente esaminare il problema se con adeguate assegnazioni ai musei non si riesca a rendere questi più attraenti, incoraggiando l’afflusso dei visitatori e provocando un aumento nel gettito delle tasse di ingresso più che bastevole a compensare le maggiori assegnazioni.

 

 

21 novembre 1950

 

 

II

 

Per l’acquisto di un archivio borbonico e della biblioteca saluzziana

 

L’acquisto delle due raccolte segnalate nelle pagine seguenti – Archivio Borbone e Biblioteca del Duca di Genova – si raccomanda come omaggio al principio di dare qualche volta ascolto alle domande «silenziose» in confronto alle domande «vociferanti».

 

 

Purtroppo la organizzazione degli stati moderni fa sì che si debbano forzatamente accogliere domande che impegnano il bilancio dello stato per miliardi e decine di miliardi, quando queste domande sono presentate da gruppi numerosi o influenti di persone intente al proprio interesse individuale o di ceto.

 

 

Poiché ogni spesa implica una nuova entrata e la ricerca di nuove entrate diventa sempre più difficile, si è tratti quasi invincibilmente ad ascoltare le domande di coloro che gridano ed a rinviare quelle di chi in silenzio attende ci si accorga delle sue esigenze.

 

 

Perciò lo scrivente, se deve consentire pienamente a tutte quelle domande le quali interessano la difesa del paese e ne promuovono sul serio l’elevazione morale ed intellettuale, ha cercato di astenersi sempre dal dimostrare favore alle spese in genere e soprattutto a quelle che trovano già naturale appoggio nei gruppi interessati e nei loro patroni. Tanto più volentieri egli invece desidera attirare l’attenzione su quelle spese le quali non sono in grado di procacciarsi patroni, ma che accrescerebbero indubbiamente il valore del patrimonio storico e scientifico dello stato. Non vi è nessun dubbio che il disperdimento, carta a carta, dell’Archivio Borbone sarebbe una sciagura per tutti coloro che hanno il culto delle memorie patrie.

 

 

Nel memoriale annesso sono esposte le ragioni d’urgenza le quali fanno invocare una decisione pronta in merito. Se le carte borboniche cadessero in mano dei raccoglitori e negozianti di autografi, il ricavo che i possessori ne potrebbero ottenere sarebbe, con ogni probabilità, superiore a quello del prezzo richiesto per l’intero archivio né si può escludere che, stretti dal bisogno, i possessori siano indotti, anche contro il loro desiderio, a far mercato dei tesori storici da essi posseduti.

 

 

La Biblioteca del Duca di Genova, principalmente nella parte raccolta dal marchese di Saluzzo, apprezzato cultore e scrittore di storia militare piemontese, è un insieme che sarebbe doloroso veder disperso. La collezione Saluzzo fu costituita dall’insigne studioso durante tutta una vita di lavoro, ed è una delle fonti principali esistenti in Italia per lo studio dell’arte e della storia militare.

 

 

Il bibliotecario, che per lunghi anni la ebbe in cura, usava narrare allo scrivente come la biblioteca fosse frequentata non da molti, ma da scelti studiosi italiani e stranieri, tra cui notabili gli ufficiali della scuola di guerra e della scuola di artiglieria e genio di Torino.

 

 

Il possesso della biblioteca saluzziana del Duca di Genova consentirebbe di aggiungere alle ricchezze bibliografiche di pregio eccezionale raccolte nella antica Biblioteca reale quest’altra raccolta specializzata di pregio non men grande; e le due biblioteche insieme continuerebbero ad attrarre studiosi nella capitale piemontese in parziale risarcimento dei danni che la città ebbe a soffrire a causa del duplice incendio della Biblioteca nazionale.

 

 

Febbraio 1951.

 

 

ARCHIVIO BORBONE

 

 

In seguito a trattative con la casa Borbone-Sicilia per l’acquisto dell’Archivio, riservato della Real casa delle due Sicilie, attualmente esistente in un castello della Germania, il Consiglio Superiore per gli archivi ha emesso un voto affinché tale archivio, per la sua eccezionale importanza storica e per l’altissimo valore dei documenti che contiene, sia acquistato dallo Stato, per essere destinato all’Archivio di Stato di Napoli, ove già si trova tutto il rimanente degli archivi borbonici.

 

 

Il compenso ritenuto equo (certamente inferiore al valore realizzabile da decine di migliaia di atti storici e di autografi illustri, qualora fossero venduti altrimenti), sarebbe di cento milioni.

 

 

Si potrà tentare di ottenere una riduzione di tale cifra, ma non al disotto di ottanta milioni.

 

 

Tale acquisto dovrebbe aver luogo con una certa sollecitudine pei seguenti motivi:

 

 

a)    il principe D. Ferdinando di Borbone, rappresentante della famiglia e possessore dell’archivio è già ottantaduenne; e la sua scomparsa potrebbe creare difficoltà per il possibile intervento degli altri fratelli.

 

b)    L’archivio si trova attualmente nel castello di Hohenschwangau (Baviera), in zona americana. Sarebbe opportuno che il suo trasporto avvenisse prima della cessazione dell’occupazione, potendo sorgere dopo qualche difficoltà da parte del governo germanico.

 

 

BIBLIOTECA DEL DUCA DI GENOVA

 

 

La biblioteca, sottoposta in data 6 aprile 1949 al vincolo di notifica dalla sopraintendenza bibliografica del Piemonte, si compone, come è noto, dei seguenti fondi:

 

 

1)    collezione saluzziana, raccolta bibliografica di arte militare, ricca di settemila volumi circa;

 

2)    collezione ducale, di quindicimila volumi circa, dei quali diecimila acquistati dal Duca Ferdinando di Genova per completare ed aggiornare la raccolta militare saluzziana, ed i rimanenti cinquemila costituiti da:

 

 

  • libri appartenuti a Carlo Felice, Maria Cristina, Maria Teresa e Carlo Alberto, di ascetica, diritto canonico, letteratura ecc.;

 

  • libri acquistati dal duca Ferdinando di Genova su argomenti di storia naturale.

 

 

Il duca di Genova ha fatto recentemente conoscere di essere disposto a vendere allo stato italiano soltanto i diciassettemila volumi circa della biblioteca (saluzziana settemila; ducale diecimila) di carattere militare per la somma di cinquanta milioni di lire, mentre intende vendere a piccoli lotti i rimanenti cinquemila, eventualmente per il tramite della biblioteca del seminario metropolitano di Torino.

 

 

La proposta ritenuta equa, sia dalla dottoressa Marina Bersano Begey, della sopraintendenza bibliografica del Piemonte, incaricata della direzione della biblioteca reale, la quale ha riordinato e ricollocato la biblioteca del Duca di Genova; sia dal canonico don Michele Grosso, bibliotecario del seminario metropolitano. Essi ritengono, infatti, che l’eccezionale valore e la rarità della maggior parte dei volumi della biblioteca militare – che andrebbe ad arricchire e a completare quella reale – ne giustificano l’acquisto da parte dello stato italiano al prezzo sopra indicato, mentre i cinquemila volumi circa esclusi dalla cessione sarebbero in gran parte doppioni di altri già esistenti e per tanto rappresenterebbero, più che altro, un peso data la necessità di provvedere successivamente alla loro alienazione.

 

 

III

In difesa di un bosco

Grazie all’intervento dei due ministri, Fanfani per l’agricoltura e Segni per la pubblica istruzione, seppi poi che il bosco era stato salvato.

 

 

Mi accade solo ora di leggere su «Il Mondo» del 19 luglio una lettera di Salvemini la quale si riferisce alla predisposta vendita di un bosco conosciuto sotto il nome di bosco di Sant’Antonio nel territorio di Pescocostanzo nella provincia de L’Aquila.

 

 

Si legge in quell’articolo:

 

 

  1. che in quel bosco vivono molte piante secolari e parecchie millenarie e qualcuna bimillenaria;

 

  1. che quel bosco è sfuggito per secoli alle ire degli uomini e ultimamente persino a quelle dei tedeschi;

 

  1. che il comune di Pescocostanzo non ha affatto bisogno di denari e che la vendita è stata deliberata a prezzi ridicoli che, chiuso l’incanto, sono arrivati appena al prezzo medio di tremiladuecento lire per ogni pianta di alto fusto;

 

  1. e quindi la vendita si spiega soltanto per ragioni di profitto privato;

 

  1. che la distruzione del bosco nuocerà grandemente alla bellezza del territorio e farà scomparire le poche attrattive esistenti in quella zona atte a favorire il turismo;

 

  1. che il rimboschimento con piante qualunque di abeti in nessun modo può essere considerato un compenso per la distruzione del bellissimo vetusto bosco di Sant’Antonio.

 

 

Ho l’abitudine di non credere mai se non a quel che vedo o per cui esistono prove sicure; epperciò le affermazioni di Salvemini devono essere controllate; ma se le cose stanno nei termini descritti od anche in termini assai meno gravi, parmi valga la pena di un intervento a salvaguardia del pubblico interesse. Se il prezzo finale di vendita di tremiladuecento lire per pianta di alto fusto è esatto, esso pare, pur tenendo conto delle particolari circostanze di luogo, grandemente sospetto. Non ho pratica di vendite di piante di alto fusto. Ma l’anno scorso un uragano mi buttò a terra una quercia, centenaria sì, ma non certo millenaria e non adatta a lavori fini di falegnameria; sicché fui con dispiacere costretto alla vendita; e ne ricavai, pure trovandosi la pianta in luogo disagiato per il trasporto, centoventicinquemila lire. Grosso modo, quel prezzo di tremiladuecento lire sorprende.

 

 

Se le cose esposte da Salvemini sono esatte anche solo in parte, la distruzione di quel bosco appare un atto di insipienza.

 

 

27 luglio 1952.

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