I socialisti francesi in lite

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 16/09/1899

I socialisti francesi in lite

«La Stampa», 16 settembre 1899

 

 

 

Veramente non è la prima volta che si parla di liti famigliari nel campo chiuso del socialismo francese.

 

 

Anzi sembra essere una specialità dei socialisti della Francia di separarsi in tanti gruppetti e gruppettini, gli uni agli altri contrari e dilaniantisi a vicenda con guerre lunghe, velenose e personali. In Germania il partito socialista ha saputo mantenere, almeno esteriormente, la sua unità d’azione. I membri del partito possono avere idee diverse e lottare per queste idee abbastanza vivacemente nei Congressi annuali: ma di fronte agli altri partiti essi hanno sempre formato un esercito compatto ed unito.

 

 

In Italia il partito socialista si inspira al verbo proveniente da un Comitato centrale. Vi sono dei dissidenti, ma le questioni sono dibattute soltanto sulle pagine delle riviste o dei libri che non sono letti dalle masse. Invece la Francia ci offre, come abbiamo detto, il gaio spettacolo di una democrazia socialista-rivoluzionaria sempre guerreggiante più contro sé stessa che contro l’odiato capitalismo.

 

 

Il gruppo più intransigente è quello costituito dai guesdisti, seguaci assoluti del pensiero di Carlo Marx. Questi ha avuto poca fortuna in Francia, e nessuna a Parigi. Il Lafargue, genero di Marx, se ha voluto farsi eleggere deputato, ha dovuto rifugiarsi nei centri operai della provincia; e così pure Guesde e Deville, i padri spirituali del socialismo marxista, intransigente, predicatore della teoria della lotta di classe e della lotta spiegata e recisa contro tutti gli altri partiti della borghesia.

 

 

Nella intellettuale Parigi il vangelo freddo, tagliente e mordace di Marx non ha mai trovato entusiastica accoglienza. Da una parte i maloniani, a cui il marxismo, che tutto basava su fondamento economico, non piaceva, trovavano conveniente dare al socialismo una base più larga e facevano appello a tutti i sentimenti ed a tutti i desiderii materiali, morali e spirituali dell’uomo. Dalla scuola di Malon uscirono parecchi fra quelli che oggi sono deputati al Parlamento, come Millerand, Fournière, Rouanet, Jaurès, ecc. Dall’altra parte i rivoluzionari più o meno violenti, i quali avevano nel sangue le tradizioni di rivolta ereditate dal 1793, dal 1848 e dal 1870.

 

 

E qui i gruppi erano ancora più numerosi, tanti quanti i capi. Si distinguevano i broussisti dagli allemanisti, i vaillantisti dai blanquisti. La forza principale dei rivoluzionari era nelle Associazioni operaie e nei Circoli di propaganda elettorale e di organizzazione per lo sciopero e la resistenza, principale fra i quali la Borsa del lavoro. Durante l’affare Dreyfus tutte queste discordie intestine fra i marxisti, i rivoluzionari e gli intellettuali parvero sopirsi. Dinnanzi alla parola eloquente del Jaurès, l’antico repubblicano, professore di filosofia, spesso poco profondo, ma sempre caldo e suggestivo, la Unione socialista parve una cosa fatta.

 

 

Per parecchi mesi le varie fazioni combatterono insieme alleate le battaglie dreyfusiste e pareva che anche la Francia potesse assistere alla costituzione di un forte partito socialista, simile a quello tedesco. Ma fu una momentanea parvenza. I guessidisti sovratutto si erano acconciati di malavoglia ad andare d’accordo colla variopinta schiera dei giovani socialisti, più colti ed intelligenti di loro. Essi che avevano un programma netto e preciso di lotta contro la classe borghese erano portati a considerare come nemici tutti coloro che colla classe borghese venivano in un modo o nell’altro a patti.

 

 

La occasione della rottura della Unione socialista si presentò appunto quando, con stupore degli intransigenti, il Millerand entrò nel Ministero e per giunta in un Ministero di cui faceva parte anche il generale Galliffet, odiato come il fucilatore dei comunardi nel 1871. I marxisti-guesdisti erano offesi perché si scendeva a patti colla borghesia; i rivoluzionari perché si manomettevano le tradizioni del partito, accomunandone le sorti con chi aveva fucilato tanti loro compagni. Così ora sono risorte le antiche dissensioni; tornano di nuovo a trovarsi da una parte i marxisti intransigenti, dall’altra i rivoluzionari d’azione, e finalmente i socialisti indipendenti ed opportunisti. Indubbiamente più colti sono questi ultimi che hanno dalla loro Jaurès, Millerand, Rouanet, Fournière ed altri. Ma forse non sono i più forti. Fra i partiti popolari sono sempre più forti quelli che sanno offrire all’immaginazione delle masse un programma preciso con poche e grandi rivendicazioni capitali.

 

 

Durante l’affare Dreyfus, gli intellettuali pensarono di fare appello ai sentimenti profondi di umanità e di giustizia. In seguito, quando l’affare Dreyfus sarà liquidato o sopito, riprenderanno forse vigore i partiti estremi marxisti o rivoluzionari.

 

 

Un’ultima osservazione. In Germania ed in Italia il partito socialista si presenta come un tutto unito e compatto. In Francia ed anche in Inghilterra non vi è un partito socialista; vi sono molti partiti che al socialismo si inspirano. Quali le ragioni della differenza? Per ora vogliamo accennarne una sola. Alcuni giorni fa il Times affermava che la principale causa delle forze del partito socialista tedesco erano le persecuzioni del Governo, che inducevano tutti i socialisti a stringersi in un fascio potente per opporre una resistenza forte ai colpi della Polizia.

 

 

Ciò che si avvera in Germania, secondo il Times, è vero anche per l’Italia. Da noi il Governo si incarica di riaccendere l’entusiasmo, ogni volta che sta per spegnersi, nelle file dell’esercito socialista. In Inghilterra ed in Francia il Governo non si cura di menomare la libertà d’azione dei socialisti, e questi si dilaniano a vicenda. Composti di tipi ribelli ed indisciplinati, quando non possono lottare contro il Governo, lottano fra di sé. La spiegazione della differenza non è compiuta; ma contiene però una parte del vero. E questa parte per oggi può bastare.

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