I trattati di commercio e l’economia nazionale
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/07/1902

I trattati di commercio e l’economia nazionale[1]

«La Riforma Sociale», luglio 1902, pp. 688-690

 

 

 

Il prof. Fontana-Russo, autore di altre pregevoli pubblicazioni sulle tariffe doganali, sulla legislazione commerciale, ecc., esamina in questo libro la politica commerciale seguita dai principali Stati del mondo nell’ultimo decennio, gli effetti dei trattati di commercio del 1891 e 1892 fra l’Italia, l’Austria, la Germania e la Svizzera e gli obiettivi che l’Italia si può e deve proporre nei futuri negoziati con queste tre nazioni. Mettendosi ad un punto di vista obbiettivo, il Fontana-Russo si sofferma specialmente ad indagare se le tariffe concordate coi singoli trattati siano state più o meno utili a noi, se, dato lo stato attuale della nostra economia industriale ed agricola, e quella degli altri Stati concorrenti, possiamo pretendere e riprometterci dei miglioramenti nei trattati che si stipuleranno. Non è tanto facile il giudicare dei risultati di un trattato di commercio, sia perché, data la diversità di criterio con cui sono compilati i dati statistici delle singole nazioni, avviene talvolta che gli stessi scambi siano rappresentati da cifre molto diverse; sia anche perché la tendenza che si verifica negli scambi verso un dato paese può dipendere non tanto dalle tariffe, quanto e più dall’andamento generale del commercio, o da altre cause. Di tutti questi due motivi di errore tiene il debito conto l’autore, che, quanto ai dati statistici, pur riportando quelli dell’Italia e quelli degli altri paesi, s’affida essenzialmente ai dati relativi alla importazione di ogni paese, come quelli che sono con maggior cura accertati al momento dell’entrata dei prodotti dei singoli Stati. Risulta così, quanto all’Austria-Ungheria, che, in seguito al trattato del 1891, le importazioni in Italia si sono mantenute quasi stazionarie, ad eccezione degli anni 1899-1900, in cui si verificò un forte aumento; le esportazioni in Austria sono invece sensibilmente aumentate, senza che perciò la bilancia commerciale abbia cessato dall’essere favorevole all’Austria. Un aumento nelle importazioni e nelle esportazioni, e rilevante, si è avuto colla Germania, in seguito al trattato del 1891. Anche qui le nostre esportazioni si sono rafforzate più delle importazioni tedesche nel nostro paese, e la bilancia commerciale, a differenza di quanto successe nei rapporti coll’Austria, è a nostro favore, sebbene per somma di grande importanza. La Svizzera, dopo il trattato del 1892, non ebbe nessun aumento nelle sue esportazioni verso l’Italia, queste rimasero sempre tra i quarantacinque e i cinquantacinque milioni, mentre le esportazioni di merce italiana in Svizzera, che secondo le statistiche Svizzere salirono nel 1900 a L. 162.000.000 e secondo le statistiche italiane a L. 206.000.000, raddoppiarono di valore.

 

 

L’autore però non si attiene solo ai rilievi e alle deduzioni di carattere generale, ma studia le vicende delle importazioni ed esportazioni dei singoli prodotti più importanti. Così per le sete, la cui esportazione, data la piccolezza del nostro commercio internazionale, tiene quasi del meraviglioso; così per la lana, la cui industria, per quanto protetta, non ha dato buoni risultati; così per il vino, la cui esportazione ha pigliato nell’Austria-Ungheria grandissimo sviluppo, per effetto della tanto discussa clausola sul vino, sviluppo conseguito prima anche nella Svizzera e che ora va declinando, e che è mancato, contrariamente alle speranze avute, nella Germania dove predominano i vini francesi e spagnuoli.

 

 

Circa i nuovi trattati di commercio, l’A. ritiene che, siccome la nostra esportazione in queste tre nazioni è costituita per la massima parte di oggetti alimentari, di materiali grezzi, o di materiali semilavorati che debbono servire alle industrie, noi ci troviamo in condizioni abbastanza favorevoli per poter chiedere senza dover troppo concedere. Un aumento di dazio sugli oggetti che noi esportiamo, riuscirebbe di danno alla classe dei consumatori ed alle industrie della nazione importatrice, mentre, essendo la importazione nostra costituita per la massima parte da oggetti lavorati, l’aumento di dazi in alcuni prodotti darebbe aggio a qualcuna delle nostre industrie di perfezionarsi. Ciò specialmente nei nostri rapporti con la Germania e con la Svizzera. Varia lo stato delle cose nei rapporti coll’Austria-Ungheria, paese di produzione mista industriale, agricola e forestale. In particolar modo è a temersi quanto all’Austria-Ungheria pei nostri vini, anche perché colle piantagioni in corso la produzione vinicola della Monarchia raggiungerà nel 1903 gli otto milioni circa di ettolitri, vale a dire quasi la produzione che si aveva prima del 1891, quando la esportazione di vini dall’Austria-Ungheria superava la importazione.

 

 

L’autore riterrebbe buon consiglio di accettare la proposta di quei cittadini dell’impero, che vorrebbero limitare il benefizio della clausola ad un mezzo milione di ettolitri annui, perché in tal modo non si chiuderebbe ai vini meridionali un mercato che può ancora mantenersi discretamente utile.

 

 

Questo per sommi capi quanto dice l’A., di cui sono da lodare sopratutto la competenza forse unica della materia, l’ordine di disposizione, l’accurata raccolta dei numerosi e bene esposti dati statistici e l’acume nella interpretazione di quei dati.

 

 

Come ben dice l’on. Luzzatti nella sua introduzione, l’A. si appalesa degno di appartenere alla sottile schiera degli specialisti nelle discipline doganali, che egli insegna con plauso nella Scuola diplomatico-coloniale annessa all’Università di Roma.

 

 

Differiamo su un punto fondamentale. L’A. si confessa neutro in materia di dottrine sulla libertà commerciale, dichiarando volersi affidare solo al linguaggio dei fatti, Ora, la constatazione dei fatti è precisamente l’operazione più difficile, delicata e soggetta a errori. Per cui, se si è ricorsi a teorie, si è precisamente perché l’uomo ha pur dovuto cercare di semplificare al massimo i problemi troppo difficili per venire affrontati nella loro complessità. La teoria, per chi vuole intenderla, da qualunque parte si prenda, è esclusivamente e assolutamente libero-scambista, e, come dice il Giffen, è agli avversari di essa che incombe l’onere di provare che il liberismo non è utile economicamente.

 

 

Ma che hanno provato sin qui i protezionisti? Quale dei fatti da essi addotto è tale da dimostrare che uno solo dei postulati da essi sostenuti ha una qualsiasi parvenza di vero?

 

 

Anzi, se noi studiamo con l’attenzione che si meritano le belle pagine monografiche del prof. Fontana-Russo sullo svolgersi delle nostre principali industrie, vediamo proprio una prova contraria ai protezionisti. Degli inauditi sacrifici compiuti da tutti i consumatori italiani per creare certe industrie, solo quella del cotone si può dire abbia entro certi limiti tratto vero profitto: e ancora, l’utile non fu di troppo superato dal costo? E il dichiarare che i trattati del 1892 furono in complesso utili al nostro paese non è una nuova prova della verità sostenuta dai libero-scambisti? Non furono quei trattati una reazione contro il protezionismo a oltranza che allora, come adesso, imperversava sull’Europa, auspice la Francia? A parte queste riflessioni, il libro, data la prossima scadenza dei trattati coll’Austria, Germania e Svizzera, non poteva comparire in un momento più opportuno; ed è da consigliarne vivamente la lettura a quanti vogliono occuparsi in modo positivo della gravissima materia, a volte senza un’idea chiara di quale sia l’andamento dei nostri scambi coll’estero, e quali le condizioni dell’agricoltura e dell’industria non soltanto d’Italia, ma anche delle nazioni con cui si svolgono i nostri rapporti commerciali.

 

 



[1] A proposito del libro di egual titolo del prof. Luigi Fontana-Russo (Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1902, L. 5).

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