I valori morali della tradizione politica. A proposito di dittatura

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/08/1922

I valori morali della tradizione politica. A proposito di dittatura

«Corriere della Sera», 8 agosto 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 767-774

 

 

 

Lo spettacolo di incapacità offerto dal parlamento e dal governo, le agitazioni continue, la guerriglia civile fra partiti ed organizzazioni armate hanno avuto, fra gli altri disgraziati effetti, quello di aver reso popolare in una parte notevole dell’opinione pubblica una parola: «dittatura». Si parla da molti oggi della dittatura come della sola via di salvezza dal disordine e dalla crisi profonda che attraversiamo. Gli uomini ai mali di cui soffrono vogliono trovare un rimedio semplice, preciso, definitivo. Il governo dei molti, il governo dei partiti, il governo dei chiacchieroni e degli ambiziosi di Montecitorio appare una cosa talmente disgustevole, vana, impotente che a poco a poco l’idea della dittatura ha finito per perdere quella nebbia di terrore e di tirannia da cui era circondata. Si crede che l’uomo forte, che l’uomo sapiente saprà trarre il paese dall’orlo della rovina, Mettiamo al posto di quindici ministri provenienti da parti politiche opposte, neutralizzantisi gli uni gli altri, alla mercé continua di un voto politico incerto, impotenti a concepire qualunque piano d’avvenire e più ad attuarlo, costretti a render favori agli elettori ed agli eletti per trascinare innanzi la loro vita quotidiana; mettiamo al posto di questa parvenza di governo un uomo solo, fornito di poteri illimitati per un tempo limitato, il quale possa e sappia proporsi una meta, il quale sia libero di scegliere a suoi collaboratori i migliori tecnici nei vari rami di governo e noi saremo in grado di arrestarci sulla china spaventevole lungo la quale precipitiamo verso l’anarchia.

 

 

Contro questa tesi noi non torneremo a citare la vecchia sentenza di Cavour: la peggiore delle camere essere preferibile alla migliore delle anticamere; noi non diremo ancora una volta che la dittatura è il rimedio degli impotenti e degli incapaci. Noi non ricorderemo che l’esperienza contemporanea è tutta contraria ai governi assoluti e dittatoriali: la Germania vinta anche perché essa aveva un governo di tecnici, scelti dall’alto, non indicati dal parlamento e perciò dotati di mirabili capacità amministrative, ma profondamente incapaci ad intuire i bisogni del popolo all’interno e ciechi intorno alle vere forze mondiali; noi non additeremo l’Inghilterra, in cui oggi un uomo non colto, poco informato, ignaro di ogni cosa tecnica, tuttavia, grazie alla sua mirabile intuizione dei sentimenti nazionali domina a suo agio, quasi fosse un governo assoluto, il parlamento, pur rispettando scrupolosamente le forme costituzionali. Non parleremo degli Stati uniti, in cui il presidente non trae la sua forza dalla costituzione scritta, ma dalla capacità ad esprimere e guidare la volontà inarticolata del paese; ed in cui la demagogia dei cinquanta parlamenti affollati di gente forse non migliore dei nostri eletti del popolo è tenuta a freno dal corpo giudiziario, reso fortissimo dal rispetto quasi superstizioso della popolazione verso il diritto consuetudinario non scritto.

 

 

Lasciamo pure da parte le massime dettate dall’esperienza ed i precedenti e gli esempi stranieri. Chiediamoci soltanto: dove sono gli uomini capaci di essere i dittatori dell’Italia contemporanea? Per qual ragione non si sono fatti innanzi così da accogliere intorno a sé il consenso dell’opinione pubblica? Degli uomini chiamati negli ultimi tempi a capo della politica italiana alcuni sono a mala pena considerati degni di essere presidenti costituzionali di un consiglio; intorno a nessuno di essi esiste tale favore pubblico, non diciamo parlamentare, da farli ritenere capaci di governare il paese con poteri dittatoriali. Possibile che, se esistesse, l’uomo superiore, il Napoleone, poiché a questo si pensa quando si parla di un dittatore capace di salvare il paese, non si sarebbe fatto in qualche modo conoscere? E se c’è, ma non è conosciuto come tale, quale probabilità vi è che egli e non un altro sia scelto?

 

 

Purtroppo, è più facile sperare di risolvere con mezzi rapidi ed energici un problema complesso che risolverlo in effetto. Ridotta alla sua più semplice espressione, la dittatura è un qualche cosa che noi conosciamo molto bene, di cui abbiamo parlato molto male fino a ieri: è il governo per mezzo di decreti legge. Durante la guerra noi avemmo un governo che, per incoercibili forze morali, era superiore e padrone del parlamento o, almeno, avrebbe potuto esserlo. Possedeva la censura e poteva fare a suo libito le leggi. Molti dei mali di cui soffriamo, molte delle cattive leggi che oggi ci tormentano sono dovuti a quell’onnipotenza legislativa, amministrativa e finanziaria. Ed ora, dopo appena un anno, si direbbe dopo appena qualche mese che ci siamo liberati dalla tirannia dei decreti legge, dal governo dittatoriale della burocrazia, noi, come malati che non trovano tregua alle loro sofferenze da qualunque lato si voltino, vogliamo ritornare alla dittatura della medesima burocrazia.

 

 

Ma non sarà – dicono – quella vecchia, ammuffita, procacciante, politicantesca burocrazia romana che oggi ci delizia. Sarà un’altra. Accanto al dittatore metteremo alcuni uomini scelti per la loro competenza ed energia a capo delle grandi amministrazioni. Faremo piazza pulita delle vecchie mummie burocratiche; ed al posto loro metteremo uomini giovani, tratti dalle industrie, dalle banche, dall’agricoltura, dalla vita vissuta. Essi trasporteranno al governo i metodi d’azione che sono loro familiari. Faranno marciare le ferrovie; licenzieranno gli inetti; incuteranno un sano terrore agli altri. E la macchina funzionerà di nuovo.

 

 

Ahimè! che anche questo rimedio è stato tentato ed usato ed ha dimostrato chiaramente la sua inefficacia. Durante la guerra, molti uomini giovani, che fino a ieri avevano gerito con successo le loro imprese private, furono messi a capo di servizi pubblici, vecchi e nuovi; ma non mai i servizi pubblici hanno fatto tanti malcontenti, come da allora in poi. Il tecnico, ottimo a casa sua, quando il successo o l’insuccesso dipende dall’opera sua, diventa mediocre quando deve operare nell’interesse collettivo. Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori. Chi può immaginare quali stravaganze è capace di compiere un giovane audace e fidente in sé, un uomo di azione, un industriale abituato a decidersi rapidamente da solo, quando si troverà posto dinanzi a problemi complessi e terribili come il disavanzo, le imposte, il cambio, il latifondo, la giustizia? L’impulso primo che viene agli audaci è di tagliare i nodi gordiani, di mandare a spasso il giudice che non decide un processo in ventiquattro ore, di ordinare ai direttori delle banche di emissione di far scendere il cambio del dollaro a 10 lire e così via. Tra i partiti più propensi alla dittatura circolano idee generose, ma crude, straordinariamente grezze intorno all’efficacia di provvedimenti di forza per ridonare benessere ed ordine al paese. Farebbero bene, questi entusiasti della dittatura, a ricordare l’ira impotente di Napoleone, grandissimo tra i dittatori, quando confessava a Mollien, suo ministro del tesoro, di non essere mai riuscito a vincere la Borsa ed a far salire la rendita di un punto.

 

 

La verità è che la capacità e la pratica di governo non sono innate e non si acquistano facendo grandi cose negli altri campi dell’attività umana. Orator fit; così l’uomo di governo si fa governando gli uomini, discutendo con gli avversari, cercando di convincerli del loro errore e rimanendo anche persuaso dagli avversari della necessità di mutare parzialmente la propria strada.

 

 

L’unica garanzia di salvezza contro l’errore, contro il disastro non è la dittatura; è la discussione. Noi non siamo degli adoratori del regime parlamentare e dei tipi di governo che escono dai parlamenti. Ma diciamo che essi sono il minore dei mali possibili perché consentono la discussione. La verità non è mai sicura di se stessa, se non in quanto permette al principio opposto di contrastarla e di cercare di dimostrarne il vizio.

 

 

Insistiamo oggi su queste considerazioni fondamentali perché le vicende di questi giorni hanno avuto per effetto, come si diceva in principio, di render popolare presso una parte del pubblico l’idea di forme più o meno larvate di governo autocratico, e da molte parti si è parlato di spedizioni fasciste su Roma per prendere poi possesso del potere di colpi di stato, di dittature o di direttori nazionali, e via dicendo. Lo stesso direttorio del partito fascista si è affrettato a smentire una parte di queste chiacchiere, il che non impedirà che certe fantasie continuino a correre basandosi sui «si dice» immancabili in momenti agitati come questo, e sulla riserva fatta dall’on. Mussolini durante l’ultimo discorso alla camera circa la scelta che il partito fascista si riservava di fare fra la legalità e l’insurrezione.

 

 

Ora noi non vogliamo ammettere neppure per un momento che le voci correnti possano corrispondere a reali propositi e che propositi di tal genere possano trovare il consenso di coloro che hanno la responsabilità del movimento fascista.

 

 

Oggi, i fascisti hanno ragione di credersi sorretti dalla pubblica opinione; hanno probabilmente ragione di credere che la loro rappresentanza parlamentare è assai inferiore al consenso che essi riscuotono nel paese. Appunto per ciò essi non hanno nessun interesse ad imporre agli altri le loro opinioni con l’ordine secco e perentorio, con la facile arma della dittatura. Attraverso alla discussione ed alle vie legali essi possono ottenere tutto. Un parlamento di neutralisti diede durante la guerra il voto a Salandra ed a gabinetti di guerra, perché esso sentiva che l’opinione pubblica era per la guerra. Domani, il parlamento attuale darà il proprio voto ad un gabinetto in cui entri come uomo rappresentativo il leader del fascismo ed in cui qualche altro fascista sia a capo di dicasteri importanti ed il fascismo impronti di se stesso e dei suoi ideali l’azione intiera del governo. Il paese è ora favorevole ai fascisti perché essi hanno dato il colpo decisivo che lo ha salvato dalla follia e dalla tirannia bolscevica. Ed è pronto a consentire ad essi per le vie legali l’ascesa al potere quando essi dimostrino di essere atti ad esercitarlo. Sinora sappiamo che essi hanno fervore d’azione, che essi amano intensamente la nazione, che essi la vogliono salva dalle malattie distruttive; che essi vogliono ridare a tutti i cittadini la libertà di vivere e di agire e di pensare, fuori della mortificante cappa di piombo della tirannia socialista. Per quanto essi hanno fatto per ridare tonalità al paese, per trarlo fuori dal brutto materialismo ventraiolo denigratore della guerra combattuta, della vittoria ottenuta, dei valori spirituali della nostra stirpe, tutti siamo loro grati.

 

 

Ora si aprono ad essi le porte del potere, le vie dell’azione immediata e diretta. Non più lotta per vincere, ma traduzione in atto dei principii per cui si è vinto. Due vie si aprono a loro dinanzi: quella rapida della dittatura, via brillante, senza avversari costretti alla fuga, senza critiche di giornali, soggetti a censura, con uomini fidi al governo, dotati di poteri illimitati; e quella noiosa, fastidiosa, minuta della legalità costituzionale, dinanzi ad un parlamento di scettici e di ambiziosi, attraverso le lungaggini della procedura parlamentare, e sotto al maligno vaglio di giornali avversari ed infidi.

 

 

Ma la prima via, così attraente e promettente, conduce fatalmente alla tirannia ed alla rovina del paese. Con un re devoto al suo giuramento di fedeltà alla costituzione come è Vittorio Emanuele terzo, essa vuol dire proclamazione della Repubblica; vuol dire l’inizio di un periodo convulsionario di sperimenti politici, di contrasto fra le varie tendenze aristocratiche e demagogiche a cui una nuova costituzione repubblicana potrà essere informata; vuol dire necessità di giustificare «razionalmente» i nuovi sistemi costituzionali; vuol dire oscillare tra un governo di generali, un consiglio dei dieci aristocratico od un consiglio di commissari socialisti. A che scopo, quando non si vedono i generali ed i geni capaci di governare dittatorialmente e quando i nostri comunisti sono goffe imitazioni di quei Lenin che, nonostante il loro fanatismo, trassero la Russia alla morte?

 

 

Quanto più gloriosa e feconda, agli occhi di uomini amanti del paese, è la seconda via del rispetto alla costituzione ed alla legalità! La costituzione e la monarchia valgono non per sé, ma come incarnazione di tre quarti di secolo di vita nazionale e di un millennio di sforzi verso l’egemonia e la formazione di uno stato unitario nella penisola italiana. In quest’ora decisiva, tutti coloro i quali attribuiscono un pregio ai valori spirituali, alla tradizione, alla continuità della storia nazionale, tutti coloro i quali sentono che in politica le creazioni nuove non hanno probabilità di vita, ma che ogni più audace novità può essere innestata sul vecchio tronco e suggere dalla linfa di questo una vita assai più vigorosa e lunga di quanta possa derivare dall’improvvisazione di dittature incapaci, devono contrastare l’avvento della dittatura!

 

 

Si facciano un programma concreto, i nuovi e giovani partiti; dicano, numero per numero, problema per problema, quale è il loro pensiero, quale è la soluzione che essi intendono proporre al paese. Da lunghi anni, nei limiti delle nostre forze, che sono puramente morali, noi abbiamo combattuto la demagogia, la compravendita di favori, l’abbiettezza del governo puramente parlamentare, la corruzione politica; e da lunghi anni proponiamo soluzioni inspirate al solo interesse nazionale. Noi ammettiamo che non basti predicare, sebbene siamo convinti che la pura seminagione di idee sia la premessa necessaria dell’azione. Chi vuole agire non può, tuttavia, fare a meno di idee; e non ha il diritto di imporre le proprie idee alla nazione senza adattarsi a vederle prima criticate e combattute liberamente sui giornali ed in parlamento. Siano pure spregevoli e procaccianti ed intriganti gli avversari; essi sono utili e necessari per dar forza alle idee destinate a trionfare. Invece di affidarsi alla cieca sorte della dittatura, i nuovi partiti nazionali hanno il dovere di assoggettarsi alla dura e defatigante bisogna di difendere il proprio programma attraverso la discussione giornalistica ed a quella parlamentare. Rintuzzino, con la bontà degli argomenti, le critiche della gente comoda e fiacca ed opportunista e materialisticamente socialista che popola il parlamento. Un nucleo di gente risoluta e persuasa della bontà delle proprie idee e fornita di dottrina e di fatti per difenderle non ha paura di nessuno.

 

 

Oggi essi sono in 30; domani saranno 60 od 80 o 100 e saranno i padroni del governo. Qual gloria per essi di essere riusciti ad imporre il programma nazionale, il programma destinato a creare la nuova e grande Italia non col facile impiego della forza, ma attraverso la discussione purificante, ma con la conquista ed il consenso dei poteri legali, ma con la conservazione e l’esaltazione di quegli istituti storici e di quei presidi costituzionali i quali, col solo esistere da tanto tempo, hanno cementato la nazione, sono divenuti parte integrante dello stato e, creando una tradizione politica, conservano quella entità misteriosa, invisibile, apparentemente fragilissima, che è l’idea dello stato, l’idea della continuità dello stato attraverso i secoli, il bene più prezioso che una nazione possa possedere e senza di cui si cade nella dissoluzione e nell’anarchia e fa d’uopo nuovamente ripercorrere con stenti infiniti e con incertezza di riuscita tutta la strada miracolosamente percorsa per giungere alla meta. Badino i tenaci assertori dello spirito contro la materia, della mente contro il ventre di non rendersi essi, per i primi, colpevoli della distruzione dei supremi beni della tradizione politica nazionale!

 

 

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