Ideali od interessi popolari?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/08/1921

Ideali od interessi popolari?

«Corriere della Sera», 9 agosto 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 279-283

 

 

 

Uno dopo l’altro negli ultimi giorni si sono succeduti alla camera incidenti singolarissimi, i quali sono destinati ad avere una influenza profonda sulla vita politica ed economica del paese. Quasi sempre i protagonisti di questi avvenimenti parlamentari sono stati i popolari, ben decisi a non lasciare trascorrere nessuna occasione di rendere omaggio a quel concetto di «popolarismo» che sostituisce la degenerazione del simbolo verbale di cui essi si fregiano.

 

 

Hanno cominciato con un ordine del giorno ad invitare il governo a ridurre da 30 a 20 lire per ettolitro l’imposta sul vino, nonostante il ministro del tesoro li avesse avvertiti poco prima che il bilancio si trovava in disavanzo per 5 miliardi di lire. Che si debbano far debiti per miliardi di lire non conta nulla. Bisogna dimostrare ai propri elettori contadini che si è riusciti nell’intento di non far pagare loro un’imposta giusta, la quale cade su un consumo, certo non di prima necessità, che ci si è riusciti meglio dei concorrenti socialisti, e che con un esperimento di forza la clientela rurale popolare, non certo impoveritasi durante la guerra, avrà il vantaggio di tenersi i denari lucrati e di far pagare le centinaia di milioni di lire a qualche altra classe, sicuramente più bisognosa dei produttori di vino.

 

 

Dopo uno scatenamento di proposte demagogiche intese a favorire questa o quella classe di impiegati a proposito di una legge sulla burocrazia, il cui principio informatore doveva essere di non aumentare di un centesimo, pur distribuendola meglio, la spesa formidabile sostenuta dallo stato, ecco l’on. Fino, popolare, cogliere la palla al balzo di una seduta antimeridiana, in cui gli altri banchi sono spopolati, per accollare allo stato, se il senato non lo respingerà, un nuovo forte onere a pro dei maestri elementari dei comuni, i quali hanno preferito l’amministrazione autonoma a quella provinciale.

 

 

L’incidente ha una portata più vasta di quella che è stata messa in luce nei primi commenti dei giornali. Bisogna infatti metterlo in relazione con l’altra contemporanea levata di scudi dei popolari per imporre al governo l’accettazione dell’impegno di presentare entro il 31 dicembre 1921 un disegno di legge sull’istituzione della regione. La questione del decentramento e del passaggio di talune funzioni provinciali e statali alla regione è una questione delicatissima, ed importantissima, su cui sarà bene che il parlamento discuta a fondo. L’annessione all’Italia del principato di Trento, della contea principesca di Gorizia e Gradisca, della città autonoma di Trieste e della contea dell’Istria ha reso di attualità il problema in Italia. Come lo indica anche il suono delle parole, queste non sono «province» all’italiana od alla francese. Sono veri «stati» che, insieme riuniti, formavano quella che non fu mai chiamata «legalmente» Austria, ma stati e paesi rappresentati nel parlamento dell’impero. Hanno una dieta, ossia un parlamento, dotato entro una certa sfera, di un vero potere legislativo. Si capisce perfettamente che i deputati delle nuove regioni, e specialmente i popolari trentini, più tradizionalisti ed attaccati alle autonomie locali, siano ansiosi di conservare alle nuove province le antiche istituzioni di indipendenza dal potere centrale. Ma il consentire in ciò e l’essere persuasi che l’esperimento regionalistico del Trentino e della Venezia Giulia possa essere utilissimo, come esempio, al resto d’Italia, non vuole ancora dire che in pochi mesi, affrettatamente, tumultuariamente si debbano istituire le regioni in tutta Italia. Intanto, i più di coloro che vogliono istituire le regioni in Italia pensano alla Lombardia, al Piemonte, alla Liguria, ecc. ecc., ossia a vasti paesi, comprendenti parecchie attuali province; mentre la «regione» dei paesi redenti è una piccola provincia, talvolta minuscola, come Trieste, la quale è uno «stato» composto della sola città, senza quasi territorio rurale. Gli stati ed i paesi austriaci erano istituzioni secolari, tradizionali, residuo dell’antico regime che in Italia era stato spazzato via dalla rivoluzione francese.

 

 

I popolari, che in cinque mesi vorrebbero vedere istituita la regione in Italia, si sono mai posti il problema: che cosa è la regione? È, ad esempio, il Piemonte od il vecchio ducato d’Aosta? È la Lombardia o la Valtellina? I chiacchieroni, i superficiali rispondono: Piemonte e Lombardia. I veri, autentici regionalisti, quelli che amano i costumi, i dialetti, le virtù e le capacità morali ed economiche della regione che li vide nascere, quelli che sanno realmente che cosa fu la regione in passato, quali sono le sue forze intime e come essa possa collaborare alla prosperità dello stato, rispondono: ducato d’Aosta e Valtellina. La contraddizione dimostra che non si può improvvisare e che bisogna discutere a fondo. La regione non si crea dal nulla; bisogna abbia radici nel passato e rispondenza ai bisogni del momento. Probabilmente ci dovrebbero essere regioni grandissime e regioni piccolissime; e probabilmente ancora, in certe regioni d’Italia la regione è inutile e può benissimo sussistere la provincia. Altrove, e per certi scopi, più che di regioni territoriali, si dovrà parlare di regioni o raggruppamenti funzionali. Creare in cinque mesi la regione, in Italia equivarrebbe ad istituire un nuovo organo burocratico, intermedio fra stato e provincia, con una falange innumere di impiegati, aggiunti a quelli che già esistono. Un vero flagello di dio. Ed i popolari, con l’emendamento Fino, hanno dimostrato che essi in fondo intendono l’autonomia locale, comunale, provinciale o regionale che sia, in un modo ancor peggiore; in un modo che, se accolto, sarebbe l’ultima rovina dello stato ed insieme degli enti locali. Sono invero i popolari i più attaccati alla scuola elementare amministrata in modo autonomo dal comune, i più contrari a quella falsa e deleteria forma di statizzazione che è l’amministrazione provinciale delle scuole. Essi sono localisti, autonomisti, in materia di scuole. E sta bene. Però, quando si tratta di pagare, di sostenere le spese della scuola autonoma gerita dai comuni, di dare il caro viveri ai maestri elementari autonomi, il conto deve essere presentato allo stato. Concetto più assurdo, più distruttore del vero regionalismo, del vero comunalismo non si potrebbe immaginare. Distrugge ogni senso di responsabilità, perché l’ente locale è spinto fatalmente a spendere ed a spendere male, quando chi paga lo scotto è un altro. Lo stato, che paga, ha ragione di sapere come si spendono i denari suoi; e quindi deve ingerirsi e deve distruggere le autonomie locali. Qual diritto ha al rispetto dell’opinione pubblica un partito, il quale dà spettacolo così miserando di sé, non conosce i suoi ideali; anzi non ha ideali, ma solo interessi da difendere, ora di una classe, ora di un’altra, pur di acchiappar voti, in qualunque modo ed a qualunque costo?

 

 

Che i suoi siano soltanto interessi e non ideali da difendere è manifesto anche dalle pressioni fatte per caricare allo stato una quarantina di milioni di lire all’anno a beneficio del clero curante (parroci, cappellani, ecc.), dei canonici e dei vescovi. Badino i popolari alla via pericolosa su cui si mettono e stia attento il clero italiano ai mali passi a cui il partito popolare lo vuole trascinare in avvenire. Finora, salvo alcune infrazioni non rilevanti alla regola, il clero italiano non è stato mai stipendiato dallo stato. Il nostro clero, povero, anzi spesso poverissimo, non riceve nessuno stipendio dallo stato. Il disegno di legge Rodinò ne comincerebbe, con i 40 milioni di stanziamento in bilancio, la trasformazione nel senso del clero francese, prima della denuncia del concordato. Napoleone aveva dato uno stipendio ai parroci ed ai vescovi francesi per farsene dei servitori. Cavour e gli altri statisti del gran periodo rivoluzionario ed organizzatore italiano non vollero seguire il tristo esempio. In sostanza, in Italia parroci e vescovi vivono dei frutti del patrimonio proprio degli enti ecclesiastici, patrimonio liberamente costituito, attraverso i secoli, con donazioni dei fedeli. La Chiesa è moralmente forte in Italia, perché essa non deve nulla allo stato ed anzi ha qualche ragione finanziaria di lagnanza contro di esso, per spogliazioni ingiuste sofferte in un passato oramai remoto. Toglietele questa forza e voi preparate all’Italia giorni combisti e lotte accanite che ogni anno si ripeteranno in occasione della discussione del fondo pel culto. I socialisti non staranno paghi finché non avranno ottenuto la radiazione dell’ultimo stanziamento di bilancio in favore del clero; e molti liberali li seguiranno. Probabilmente – ci pensi la parte più colta e previggente del clero – nella mischia andrà travolto, insieme con lo stipendio, anche l’antico patrimonio ecclesiastico. Frattanto, i popolari, per ringraziare i parroci delle campagne, loro grandi elettori, spingono attraverso al parlamento un provvedimento buono per calmare i bisogni più urgenti del clero. Offa elettorale, ed offa pericolosissima sovratutto per coloro a cui è destinata. Si servono così i grandi ideali della religione e si eleva così l’influenza morale del clero sulle popolazioni?

 

 

Davvero, lo spettacolo che presentano i partiti politici non potrebbe essere più sconfortante. La destra liberale piglia fiato e coraggio soltanto quando sente odore di Porto Baros. Le sinistre democratiche e sociali hanno il solo ideale del portafoglio ministeriale. I socialisti sbandierano il vago programma turatiano della redenzione delle terre incolte, della costruzione delle opere pubbliche, delle acque e del cielo, programma che fu quello della vecchia destra, ma limitatamente a casi precisi e concreti; ma in sostanza si occupano di procacciare fondi e prestiti e lavori e favori alle loro cooperative, influenze economiche ai loro organizzatori, anche a costo di rovinare col controllo l’industria. Ed i popolari rivaleggiano con tutti e badano a dare i milioni dei contribuenti alle classi da cui sperano voti. Manca il leader che domini questa confusione babelica. L’on. Giolitti credeva di aver trovata la parola del momento col famoso programma ricostruttore dell’anno scorso. Ma, fuor del problema del pane, non risolse nulla; perché le sue parole erano tratte dal più frusto programma demagogico ed erano inette a risolvere alcunché. L’on. Bonomi ha tentato qualche bella resistenza; ma sembra in certi momenti sopraffatto dal clamore enorme e disordinato che lo circonda. Se si vuol salvare e se vuol vincere, bisogna che prima della ripresa egli trovi la parola diritta e ferma, che domina e costringe al rispetto.

 

 

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