Il bilancio della guerra e la finanza sabauda alla pace di Utrecht – Parte II: Le angustie dei popoli e della finanza durante la guerra. Gli espedienti finanziari

Tratto da:

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola

Data di pubblicazione: 01/01/1908

Il bilancio della guerra e la finanza sabauda alla pace di Utrecht – Parte II: Le angustie dei popoli e della finanza durante la guerra. Gli espedienti finanziari

La finanza sabauda all’aprirsi del sec. XVIII e durante la guerra di successione spagnuola, Officine grafiche della Società tipografico editrice nazionale, Torino 1908, pp. 360-392

 

 

 

94. – Già abbiamo dato nel paragrafo precedente prove bastevoli delle angustie in che si dibattevano le finanze sabaude durante la guerra di successione spagnuola. Gioverà ricordare ancora che nel Piemonte, rimasto quasi solo a reggere all’urto del nemico, i numeri indici delle gabelle generali, dei tributi ordinari e straordinari e del totale dei fondi esatti hanno dal 1700 al 1706 il seguente andamento:

 

 

Gabelle generali

Tributi ordinari

Tributi straordinari

Totale fondi esatti

1700

100

100

6.71

100

1701

100.50

107.67

40.06

113.73

1702

100.73

107.80

53.01

118.67

1703

62.63

105.96

48.11

97.94

1704

63.02

82.56

175.51

132.36

1705

106.71

60.95

93.73

112.16

1706

41.89

45.11

56.99

61.63

 

 

La discesa di questi, che erano i principali redditi tributari dello Stato, altro indizio delle gravissime difficoltà finanziarie che si dovettero sormontare dal governo di Vittorio Amedeo II nei tre anni più fortunosi della guerra. Le gabelle generali danno nel 1706 un reddito netto maggiore del solito; ma è aumento puramente contabile, essendosi talune registrazioni del 1703 e del 1704 accumulate nel 1705. La media del triennio 1703/705 supera di poco il 77% del prodotto netto normale; e nel 1706 discende al 42 per cento. Non dissimile vicenda hanno i tributi ordinari; e se un aumento, rispetto al 1700, sembra esservi nel reddito dei tributi straordinari, riflettasi che nel 1700 non esistevano quasi, che nel 1701/703 si imponeva appena la macina, e che solo nel 1704 si ricorse al quartier d’inverno ed al raddoppiamento del comparto dei grani nella speranza di ottenere un ragguardevole maggior reddito. Se i risultati abbiano corrisposto alle speranze concepite, si rileva dal numero indice del totale dei fondi esatti nel Principato di Piemonte, nel quale si comprendono le gabelle generali, i tributi ordinari e straordinari e quant’altri tributi e redditi si esigevano allora nel Piemonte. Soltanto nel 1704 i tributi straordinari riescono ad aumentare di un terzo al disopra del normale (132.36 per cento) il totale dei redditi piemontesi; nel 1705, se si tien conto della maggiore registrazione fittizia nelle gabelle generali, si può dire che essi abbiano appena colmato il vuoto lasciato dal diminuire dei redditi normali; e finalmente nel 1706 il totale generale supera a stento il 61 per cento del reddito del 1700! A nulla valeva imporre tributi straordinari; ché i popoli, oppressi e dissanguati dalla guerra, si ridussero ben presto a pagare sui tributi ordinari tanto di meno quanto di più dovevano versare a cagion dei tributi straordinari; e finirono per non pagare piùné gli uni né gli altri tributi.

 

 

Frattanto crescevano a dismisura le spese, malgrado ogni accorgimento posto nel rinviare quelle che non erano assolutamente urgenti. Diamo qui sotto una tabella nella quale sono riassunte le spese degli Stati sabaudi dal 1700 al 1713, colla solita riduzione in cifre proporzionali ed in numeri indici[1].

 

 

Tabelle1e2

 

 

La tabella dimostra quanto gravi dovessero essere le difficoltà incontrate per sostenere il crescere delle spese militari. Invero le “spese aventi principalmente attinenza colla guerra”, che nel 1700 uguagliavano appena il 41.60% del passivo totale, erano già cresciute nel 1701 e nel 1702 a più del 54% ed oscillarono dal 1704 al 1707 dal 70.20 al 76.15%, mantenendosi quasi sempre, anche in seguito, al di sopra del 60 per cento. Né minore era l’incremento assoluto; poiché, in confronto colla spesa del 1700, l’aumento già del 93.94% nel 1703, tocca il 200.76% nel 1704 ed oscilla in seguito fra l’89.36 ed il 219.22 per cento. È un incremento fortissimo, che si capisce dovesse mettere a ben dura prova l’abilità e gli sforzi di un finanziere anche provetto come il Groppello. Qualche respiro egli l’ottiene col rimandare in parte il pagamento degli interessi e il rimborso dei prestiti temporanei: la proporzione di questa spesa alla spesa totale decresce invero dal 26.60% nel 1700 ad un minimo del 12.08% nel 1704; mentre il numero indice si riduce nello stesso tempo da 100 a 74.65. Ma, passato appena il 1706, d’uopo pagare gli interessi arretrati e rimborsare i prestiti ottenuti con brevi more; talché nel 1707 e nel 1708 tanto i numeri proporzionali quanto i numeri indici ritornano a salire in misura ragguardevole; e soltanto si abbassano nel 1712 e nel 1713 quando da un lato sono soddisfatti i creditori più urgenti e dall’altro le felici conversioni riducono alquanto l’onere degli interessi annui. Più duraturo è il sollievo che s’ottenne col non pagare gli stipendi ai pubblici funzionari ed ai magistrati, col ridurre grandemente le spese di Corte e col rinviare il pagamento degli appannaggi. Veggasi nelle colonne relative alla “famiglia reale”, al “governo interno e giustizia” ed alle “relazioni diplomatiche” come si sia tagliato senza pietà nelle spese civili; talché la proporzione delle spese per la famiglia reale alle spese totali che era del 15.22% nel 1700 discende al 4.45% nel 1706; quella delle spese pel governo interno e la giustizia dall’8.48 nel 1700 all’1.57 nel 1707 e contemporaneamente quella per le relazioni diplomatiche dal 2.80 allo 0.33 per cento. Il minimo dei numeri indici si ha nel 1706 per la famiglia reale col 40.61% della spesa iniziale, e nel 1707 per le altre due categorie col 30.25 e il 19.10 per cento. Dopo si torna a salire; ma non si giunge, salvo pochissime eccezioni, a toccare nuovamente la spesa iniziale, tenendosi anche negli ultimi anni dal 10 al 40% al disotto di essa. Un fervido spirito di sacrificio animava tutte le classi sociali, dai membri della famiglia reale ai principi delle case collaterali, alla nobiltà investita delle più eccelse cariche e dei massimi comandi, alle caste semi patrizie dei magistrati borghesi; e faceva a tutti sembrar lievi le fatiche durate senza compenso immediato e sicuro al servizio dello Stato. Come dice il dott. Giuseppe Prato, che delle funzioni e delle spese dello Stato sabaudo durante la guerra di successione spagnuola fu storico amoroso, “ministri privati di stipendio, magistrati senza emolumenti, impiegati ridotti alle più urgenti strettezze, contadini spogliati dei loro ultimi risparmi e resi indigenti dalla rapacità soldatesca, continuarono impassibili a compiere ciascuno il proprio dovere, come se la ricchezza ed il fasto circondassero di prestigio i comandi della Corte di Torino. E il governo non fu mai più rigoroso, più solerti le curie, più attivi gli uffici, più pronte all’appello le milizie nazionali come nei mesi oscuri in cui l’incertezza terribile del domani rendeva più che problematica la differita retribuzione dei loro devoti servizi”[2].

 

 

I sacrifici di tanta gente umile e grande che si trovava al soldo dello Stato a nulla avrebbero valso tuttavia se le popolazioni avessero profittato dello scompiglio di guerra per non pagare del tutto i tributi. Malgrado ogni economia le spese totali erano infatti cresciute del 33.15% nel 1703, del 64.31% nel 1704, del 46.85% nel 1705, del 38.84% nel 1706 e superavano quasi sempre le entrate.

 

 

Fondi

Spese

1703

L. 11.044.575. 7. 9

L. 13.793.610. 3. 5

1704

” 15.111.857. 7.10

” 17.022.163.12. 5

1705

” 15.716.105. 6.10

” 15.213.655.15. 7

1706

” 13.498.289.13. 6

” 14.383.937.16. 6

 

 

In sì gravi distrette era giuocoforza al Groppello curare con inflessibile severità, la quale può sembrare angheria solo a chi non sappia tener conto degli interessi supremi della salvezza comune, la esazione dei tributi.

 

 

Mentre s’industriava a tirare innanzi alla meglio col non pagare parte degli stipendi, coll’accattar denaro a prestito, coll’instare presso gli alleati per avere i promessi sussidi, egli nulla trascurava per eccitare lo zelo dei direttori delle provincie, e per rincuorare le popolazioni ad avere fiducia nel Sovrano e a dimostrare la loro devozione col pagamento dei tributi. Riuscendo vane le buone maniere, non rifuggiva dal ricorrere a mezzi più severi, inviando commissari a costringere le comunità recalcitranti al pagamento. All’avvocato refferendarioChiaverotti Chiampo, direttore della provincia d’Ivrea, scriveva il 19 settembre 1704 sollecitandolo a spingere le comunità a pagare l’imposto dei fieni e biade “se non in tutto, almeno in parte, attesoché le strettezze, ne quali si trovano di presente le finanze, non lasciano luogo di maggiormente differire la consecuzione dell’imposto”. All’avvocato Vercellono, direttore della provincia di Biella, paventando di non arrivare in tempo a causa dei rapidi progressi del nemico, scriveva il 27 settembre 1704: “Non vedo che Ella mi faccia alcun motivo dell’esatione degl’imposti del corrente anno; nemmeno mi consta sin’ora che cotesta Provincia abbi pagato ne’ pure un soldo in conto d’essi …; per altro son sicuro che sin al presente detta Provincia non ha patito cos’alcuna per parte de’ nemici; onde … conviene agire vivamente mentre tutto ciò rimarrà ad esigere, restarebbe, nel supposto della caduta d’Ivrea, a prò del nemico, il quale non mancarebbe di farselo pagare a qualunque costo dalla Provincia e per contro ove si trovi esatto deve questo passarlo in conto conforme si stilla”. Al direttore Davico, della provincia di Fossano, non temeva di dare consigli severissimi. Certo, scriveva il Groppello l’11 ottobre 1704, “sarebbe desiderabile che si potesse aver soldati per le compulsioni ; ma come S.A.R. nelle presenti contingenze non ama che i suoi soldati si sbandino qua e là, così potrà lei valersi de soldati di giustitia, o pure per meglio accertare il regio servitio e ottener più presto l’intento devenire all’arresto delle persone più apparenti ed accreditate ne luoghi, non liberandole salvo prima che sia pagato il maturato delle debiture et imposti, in proposito de quali le dirò esser hora il tempo di raddoppiare le sue diligenze, affinché si conseguischino con la prontezza che richiede il bisogno straordinario delle finanze. Agisca dunque V.S. con tutta quella maggior vivezza possibile per comprovare ogni vie più il di lei zelo per il regio servitio”. L’arresto dei maggiori censiti attuava rudemente quel principio della responsabilità tributaria solidaria dei comunisti, che in Piemonte era stato a poco a poco attenuato (cfr. par. 19, pag. 74); ma in tempo di guerra risuscitano spesso arnesi fiscali da tempo dimenticati. Consapevole che la debolezza dei governanti è malo esempio per i governati, il Groppello sconsigliava dall’avere pietà. Il 13 ottobre 1704 ammoniva il direttore Della Valle, della provincia di Asti: La pietà non s’unisce né conviene in tempo di guerra; convien dunque ridursi alla giustitia da farsi alle Comunità debitrici in proposito delle bonificationi per li danni e robbe somministrate per servitio di S.A.R. come pure per le contributioni pagate a nemici e in questi casi farli quelle sospensioni moderate che crederà e obbligarle a pagar il rimanente, ma sovra il tutto agire con vigore perché siamo nel caso che il chirurgo pietoso rende la piaga incurabile”. E replicando il 14 febbraio 1705 al direttore Alessandri, della provincia del Mondovì, il quale lo aveva appunto pregato di pazientare, ribadiva il concetto dei pericoli della pietà eccessiva verso i contribuenti: “Ella mi rappresenta le doglienze che tuttodì riceve dalle Comunità per causa delle gravi spese che soffrono da Commissari, e pretende di farmi capire che questi fanno per così dire più male che bene ed io per contro mi trovo in obligo di rinovarli tutte le istanze sin qui fatteli di procurar in ogni modo venghino le debiture puntualmente pagate, mentre osservo che spirato l’anno per cui sono dovute e che ancora vi è un reliquato sì forte delle medeme che parmi non possa essere per altra causa, salvo dall’essere con indulgenza molto grande chiamate alla sodisfattione d’esse. Le congiunture presenti non ammettono dilationi, che troppo son perniciose, e prevedo pur troppo che simili dilationi non servono a più che al lasciar inviluppare le debiture d’un annata con quelle d’un altra; onde poi ne deriva che ingrossandosi il reliquato se ne rende l’esattione maggiormente difficile e per lo più impossibile”[3].

 

 

Non bastando le lettere a rafforzare lo zelo dei direttori e sovratutto a spremere denari dalle comunità esauste, il groppello si reca a fare diversi giri d’ispezione nel Piemonte: a Carmagnola e Ceva nell’alto Piemonte nel febbraio del 1706[4], e di nuovo poco prima dell’assedio di Torino[5]. Il 16 giugno 1706 invia il primo ufficiale Fontana nell’alto Piemonte allo scopo di vendere luoghi di monte ed insieme e obbligar le Città e le Comunità a pagar le loro debiture ducali e militari a debiti tempi”. Delle istruzioni date in iscritto al Fontana e già in parte riferite (cfr. par. 60, pag. 213) riportiamo qui soltanto la chiusa la quale, purché si facessero denari, dava poteri larghissimi al Fontana: “Da tutto quanto sopra V.S.osservarà l’urgenza che vi è di fare una pronta et abbondante riscossione per provedere alle urgenze presenti delle Finanze; a qual effetto per ottener il fine S.A.R. vuole che V.S. proveda universalmente in tutto quello che concerne l’economico con inspettioneuniversale sopra tutti li Direttori, Ricevidori e Partitanti e ogni altro che fia spediente e ciò pendente che continueranno l’hostilità del nemico contro questa Città o pure che venghi altrimenti dalla d a R.A. ordinato”[6].

 

 

95. – Nonostante i pieni poteri concessi ad ispettori straordinari dell’ufficio generale delle finanze e le sollecitazioni vivissime del Groppello ai direttori provinciali di non lasciarsi impietosire dalle lagnanze delle comunità, nonostante gli invii di commissari e gli arresti dei maggiori censiti, gabelle e tributi rientrano lentamente e scarsamente nelle casse dello Stato. I numeri indici del prodotto delle gabelle generali e dei tributi ordinari e straordinari del Piemonte provano sin dove fosse giunto lo sfacelo finanziario dello Stato. N’era cagione in parte la scemata autorità del potere centrale, che non poteva più con vigile cura e con ferrea mano premere sulle comunità e costringerle ad adempiere l’usato uscio di percettori dei tributi. Coi soldati distratti dell’opere della guerra, colle corti giudiziarie supreme raminghe a Cherasco in cerca d’un asilo, coll’esercito nemico occupante il cuore del Piemonte, col brigantaggio rinascente ed infestante le strade maestre, le comunità abbandonate a sé medesime, si difendevano colla forza dei deboli: occultando quella poca ricchezza pecuniaria che ancor serbavano e protestando di non poter pagare. Il Fontana, inviato ad ispezionare il Piemonte, come vedemmo or ora, disperato scriveva da Luserna il 15 luglio 1706 al Groppello: “Non dirò cosa alcuna a V.E. rispetto all’esattione delle debiture dovute dalle Provincie del Piemonte e prodotto delle gabelle, mentre il tempo non ha permesso di accudire alle medeme”[7]. In tanto frastuono di guerra, non era davvero quello il tempo propizio per curare l’esatta riscossione dei tributi!

 

 

Ma non era soltanto il ritorno dell’anarchia amministrativa e tributaria, che aveva imperato in Piemonte sin quasi verso la fine del secolo XVII, la causa dei ritardi nel pagamento del tributi durante la guerra. Certo i corpi locali aveano respirato non sentendo sopra di sé la ferrea mano del Duca e del Groppello, e certo, se la vittoria non avesse arriso ai nostri, l’ordine e la disciplina, da poco instaurati, avrebbero lasciato alla lunga il posto al disordine antico; ma tutto ciò non basta a spiegare la gravità della crisi finanziaria in un paese dove era ancora vivo il sentimento patriottico e dove alla mancanza dei vincoli legali supplivano in parte i vincoli morali. Le comunità non pagavano perché, dissanguate e rovinate dalla guerra, non potevano pagare. Le carte d’archivio abbondano di notizie, le quali provano la miseria dei popoli, l’abbandono dei campi e le distrette finanziarie dei contribuenti.

 

 

La Camera dei Conti, amministratrice dei fondi rustici dei benefici vacanti, per la prima registra nel libro delle sue sessioni le perniciose conseguenze della guerra e quelle ben più gravi temute per il futuro. Ai primi di giugno del 1704 un inviato camerale va a visitare i beni dell’abbazia di S. Gennario e non trova i massari che erano “absentati” con i loro buoi per la paura degli eserciti del Duca e di quelli dei suoi nemici. Per ora i campi seminati sono “in buonissimo stato” e solo i prati ed i campi a biada sono stati foraggiati dalla cavalleria. Il danno maggiore per l’anno venturo. “Li massari dell’abbazia sono comparsi da me” – leggesi nella relazione dell’inviato – “et hanno dato istanza che se devono seminare li beni in quest’anno pretendono se li faccia imprestito della semente, e che [se] vengono a perdere li bovi, per causa dell’armata, se li debba pagare il prezzo de’ medemi conforme s’è praticato per il passato in tempo dell’altre guerre, e che vogliono essere tenuti far quel tanto, che puotranno e non più; altrimenti vogliono abbandonare”[8]. L’anno dopo l’amministratore dei beni della Novalesa scrive che “li massari mancano de’ mezzi necessari per poter seminare, e far valere li beni e perciò richiedersi denari e granaglie per potere li massari fare il loro dovere, sotto l’obligatione di restituire”. Ed il magistrato deve autorizzare l’imprestito di denari o granaglie[9].

 

 

Se diminuivano e riducevansial nulla i redditi del demanio regio od amministrati dalla Camera, l’istessa vicenda subivano i redditi dei privati; o di qui lentezze e difficoltà nel riscuotere i tributi. Le comunità inviano a centinaia “raccorsi” a S.A.R. implorando condoni e sospensioni di tributi. Scegliamo, fra i tanti, alcuni esempi[10]. Il direttore della provincia di Ivrea, Chiaverotti Chiampo, riferendo il 30 settembre 1704 sulla domanda delle comunità di Farella e Colleretto di Parella per avere la grazia dei reliquati ancor dovuti dell’anno, riconosce che “quei particolari hanno veramente patito grave saccheggio da dotti nemici con l’esportazione dello lingerie, mobili, granaglie e consimile roba, esser pure abdotti li bestiami, fieni e paglia che ancor tenevano, roversciati li vidi con esportazione eziandio della campana della chiesa di S. Croce” e che “per causa di tale saccheggio sono quei particolari ridotti ad una estrema necessità, e che già più della metà d’essi vanno mendicando il vivere, aggiungendo aver pur loro vista tutta la campagna di dotti luoghi ripiena di soldatesca tanto a cavallo che a piedi, con rovina delle melighw ed altri marsaschi che così immaturi restavano ancor da raccogliersi (I, 72). Con ordine 3 settembre 1705 il Groppello accoglie benignamente in parte la supplica rivolta al Duca dalla comunità di Rolletto, vicino a Frossasco, la quale avea dichiarato “esser sìorribil il saccheggio dato e fatto da’ Francesi ultimamente in esso luogo che si sono esportati dalle case de’ particolari e chiesa … non solo tutta la lingeria e vestimenta, che cadun particolare avea, con li stagni, arami et ogn’altro effetto liquido, ma anche abdotti via tutti li bestiami d’ogni sorte et devastati li frutti, vini e granaglie in modo che li poveri particolari sono ridotti ad un totalesterminio, anzi ancor non hanno cessato con quanto sovra li danni, stante che avendo captivati dieci particolari d’esso luogo, e quelli condotti alla Perosa, hanno obligato la comunità per aver il rilasso luoro ed impedir il fuoco che pure ne minacciavano di dare alle case dei particolari et a tutto il luogo, a passarli obligazione di pagarli ancor la contributione di L. 5.600, in conto de’ quali hanno impremudato et pagato doppie 70, con occasione di qual saccheggio hanno pure esportato via tutto il denaro et spogliatone cadun particolare … et non sapendo più li poveri particolari ove rivolgersi per esser ridotti alla total miseria, gionto che da anni tre in qua sono caduti in esso luogo o territorio orribili tempeste che li hanno esportato via la maggior parte de’ frutti et non avendo altro rifugio se non che alla benignità e clemenza di V.A.R., così se ne raccorre ai piedi della medema” (II, 38). L’avv. Franc. Bernardino Martina, direttore della provincia di Saluzzo, così riferisce il 16 agosto 1707 su un ricorso della città di Saluzzo la quale avea chiesto la grazia di diversi tributi e specie di quasi tutto il comparto dei grani: “Mi è risultato che per li campamenti seguiti nel territorio di essa Città nel 1706 dell’armata di V.A.R. e nemica non siansi potuti coltivare sufficientemente li terreni d’esso territorio; che per l’inondazioni seguite nell’autunno di dett’anno, sia stato esportato il terreno più fertile ne’ campi seminati, che per l’intemperie della primavera dell’anno corrente il grano seminato abbi degenerato in loglio et altre misture inutili, che per il calore intempestivo dell’estate corrente il grano non siasi potuto ridur a perfezione, a causa di che tutto vi sia stata nel medemo territorio una mancanza notabile del raccolto del grano … e che purgato il detto grano delle misture inutili e massime del loglio nocivo alla sanità, possa ridursi la mancanza d’esso grano a due terzi d’un intiero et ordinario raccolto … e che il grano sopravanzante da detta mancanza non sia sufficiente per la sussistenza delli abitanti di detta città e territorio stante che per la depredazione della campagna fatta dall’armata nemica non si ritrova più in detta città grano vecchio, in oltre mi è constato che a causa delli campamenti delle suddette armate nell’anno passato, rilevino li danni causati da detti campamenti alla somma di lire 300 mila e più …” (III, 84). Il refferendario Bonifacio Doglis, direttore della provincia di Torino, riferendo sui reclami della comunità di Volvera, così narrava il 25 agosto 1707 le tristi sorti di quel luogo, che può essere preso come esempio della condizione dei territori vicini al teatro della guerra: “Il luogo della Volvera, qual per la sua situazione in vicinanza di quello di Orbassano, luogo di passaggio, patì già nella guerra or scorsa … più accampamenti di truppe sì amiche che inimiche, ha anche nella corrente guerra patito novi danni e particolarmente nell’anno 1706, cioè al primo di settembre del medemo anno in quale le truppe francesi saccheggiarono le case et chiese di detto luogo della Volvera con l’esportazione di tutti li grani, lingerie, bestiami et effetti che in quelle si ritrovavano, sino delle suppellettili sacre; et alli otto … in occasione che dette truppe si ritirarono dall’assedio di questa Città passando … per detto luogo, da quale esportarono qualche poca lingeria e grani; ma quel che è più incendiarono fabbriche e cassine delle migliori del finaggio con aver anche esportato quantità d’uve che si ritrovavano nelli alberi … . Nell’anno poi corrente 1707 sono sovragiunti nuovi danni, poiché ha detto luogo sofferto nel mese di luglio or scorso l’accampamento delle truppe allemanne per giorni venti e più nel suo finaggio et anche l’alloggio delli equipaggi delli ufficiali, vivandieri e molti soldati nelle case di particolari cavando fuori delle medeme li propri padroni a forza di mali trattamenti appropriandosi li soldati le vettovaglie e quello che si ritrovava da mangiare e bevere in dette case et esportando anche mobili e granaglie d’essi particolari con rottura di muraglie d’esse case, oltre di che durante detto soggiorno si sono dette truppe servito anche con mali trattamenti delli carri e bovi dei medemi continuamente in condotta del foraggio, bosco et altre robbe per causa del che è convenuto tralasciare la coltura delle terre, non puotendosi più coltivare a causa della siccità con danno notabilissimo anche per l’anno venturo, ritrovandosi la metà franca e più delle terre da coltura di quel finaggio incolte salvo che vi sovragiongesseropioggie che ammollissero il terreno. Avendo poi anche la soldatesca consumato tutti li fieni, et la siccità arse et abbruciate le pasture senza speranza di far altri beni a causa della siccità e mancanza d’acque per adacquare li prati, al che tutto s’aggiunga poi il tenue raccolto nell’anno corrente in quel finaggio, qual rispetto al grano et vino non ascenderà a più d’un terzo circa, fatta una commune del raccolto ordinario, cioè quanto al vino non solo a causa della tempesta caduta nel fine di maggio or scorso, ma anche della siccità e maltrattamenti fatti dalli cavalli nellialteni, con il spallamento [con l’aver tolto i pali] di gran parte delle viti e rispetto allimarsaschi non essersene raccolto né osservi speranza di raccoglierne alcuno per essere stati parte foraggiati e parte mangiati dalle truppe et anche a causa di detta siccità ch’a gran parte de’ particolari converrà lasciare li terreni da seminare ritrovandosi detto finaggio in stato miserabile …” (III, 79). Il vassallo Derossi, direttore della provincia di Cuneo, così narra i danni subiti dal Borgo di S. Dalmazzo, che, sfuggito ai saccheggi delle soldatesche franco ispane, soggiacque ai maltrattamenti dei nostri soldati, che andavano alla spedizione di Provenza. Consta esser seguito sovra il territorio di esso luogo sì nell’andata che ritorno dell’armata dalla Provenza il passaggio intiero di detta armata la quale per la maggior parte vi ha accampato e soggiornato, per il che sono stati intieramente foraggiati e consonti li primi fieni e pascolati li secondi, esportati non solo e abruggiati quasi tutti li palli dell’alteni … ma anche tagliata buona parte delle viti et alberi fruttiferi di noci e castagne e molti altri scorticati e ridotti al secco. Da dette informazioni consta pur anche aver le truppe suddette esportato dalle case dei particolari di esso luogo molte granaglie, marsaschi, mobili et effetti; et aver dissipato e messo in malhora la maggior parte dei frutti alhora pendenti e quel che è peggio esser remasta una buona parte di quel territorio da seminare per esser che l’armata, nel suo ritorno che fece dalla Provenza, passò in detto luogo nel tempo più proprio e più forte delle sementi, il che obbligò li massari di quel territorio non solo a desister dalla coltura dei beni, ma anche a transfugar nelle montagne li luoro bestiami per levarli dalle mani dei soldati, e la parte di quel territorio seminata esser stata lavorata e coltivata sì alla sfuggita e fuori di tempo che lascia ai padroni poche speranze di buon raccolto per l’anno corrente” (IV, 81).

 

 

Talvolta tutte le calamità prodotte dalla natura e dagli uomini si abbattevano su un luogo; come accadde per il marchesato di Novello, su cui leggasi il parere del 5 aprile 1708 dell’avvocato Gallina, direttore della provincia d’Alba: “Le Comunità del Marchesato di Novollo vedendosi ingionte e cominate al pagamento del corrente quartier d’inverno hanno fatto ricorso a’ piedi di V.A.R. e le hanno rapresentato le continue et horridissime tempeste cadute sovra li loro territorij da alcuni anni in quà e specialmente nell’anno hor passato 1707 con perdita di tutti li raccolti, delle stesse sementi o col rovinamento dei coperti delle loro case, insieme li ben gravi alloggi di truppe et in ultimo luogo di dieci compagnie truppe pallatine con grossi contributi e col peso di 340 porzioni al giorno, li contratti debiti per tali cause e per l’hor decorso quartier d’inverno di doppie 500 et li altri patiti disaggi, conchiudendo che per le loro estreme e notorie miserie le resta affatto impossibile il pagamento di tal debitura … Che nel corso di questa guerra, e fra gli altri alloggi se ne sono seguiti due ben gravosi sovra le terre di quel Marchesato repartitamente a secondo la luoro tangente, cioè del Reggimento Visconti di cavalleria per giorni dieci, in gennaio 1706, e posteriormente per giorni diciotto in novembre 1707 di dieci compagnie Pallatine con tutti li luoro equipaggi, onde pendenti li rispettivi soggiorni di dette truppe furono astretti li alloggianti somministrar agli ufficiali e soldati vino o viveri e fieno per li cavalli et il contante per le portioni, contandosi che l’ultimo alloggio dei pallatini tra robbe suppeditate e dannaro effettivo arrivi … a lire 20.000 circa. Qui si aggiongono gli arresti sofferti da più sindici o conseglieri per più giorni, listrapassi, mali trattamenti e percosse che hanno ricevuto diversi particolari, oltre l’esserli stato tuolto da soldati nelle case lingerie, stagni, mobili ed altri effetti. Di più si ricava, ed il fatto resta nella sua sostanza notorio, aver li finaggi del suddetto Marchesato patito generalmente due fiere tempeste negli anni antepassati 1705 e 1706, ed un’altra horridissima tempesta in giugno e luglio hor scaduti che sovravanza di gran lunga le precedenti e da cui ne andarono puramente esenti li due piccoli luoghi di Monchiero e Sinio; onde così continuati e successivi danni colla perdita della maggior parte de’ loro frutti, grani, marsaschi, vini, etc., e del totale rispetto a Noello per l’ultima tempesta e seco gionta la fallanza generale in detti due territori, ed in quelle regioni che restarono o salve o non batute del tutto dalla tempesta, ha portato forzatamente da ottanta famiglie circa all’abbandono delle loro case e dei propri beni, non puoche alla mendicatione e ridotto li restanti particolari a grandi miserie. S’accresce a detti mali la incoltura di molti beni, il non essersi seminato nel scorso autunno la solita quantità per mancanza di vettovaglie e bestiami e dei quali si giudica non ve ne possa essere presentemente la metà, ed il vedersi ora le viti così malamente percosse nel bosco novello e portatori, che verranno a fruttar puochissimo in quest’anno e ben puoco nel susseguente. Consta parimenti che le hor passate crescenze del fiume Tanaro, dei torrenti e rivi, mai vedute altre consimili, hanno cagionatecorusioni et ingiaramenti di molti beni, terre e prati, ed i grandi dilluvij di acque hanno prodotto in quelle colline alte e montrose un’infinità di squitte, vallanche e rotte dei terreni. Giudicandosi che sovra le fini di Noello vi sia la perdita e devastamento di giornate ducento circa e di più di un loro buon numero nelli restanti territorij con danno notabilissimo dei registranti e del registro. E per ultimo osservo qualmente per le cause sopra espresse, tempeste, fallanze, alloggi et altri infortunij, sia gionta a tal segno nel finaggio di Monforte l’infelicità di certuni, che havendo mescolato fino alle Ghiandi con Parmore (?) e Lemeti (?), le hanno puoi fatto macinare assieme per valersene al proprio sostentamento et altri si sono cibati in questi giorni di quaresima delle stesse carni di bestie bovine e cavalline morte da sé e d’infermità naturali per mancanza d’altri comestibili” (IV, 104).

 

 

Laddove non erano giunte le soldatesche amiche o nemiche, i danni della guerra si sentivano sotto forma di tributi cresciuti oltre ogni segno e di interruzioni nei commerci. Leggasi la descrizione che la Camera dei Conti faceva il 12 gennaio 1705 delle distrette in cui angustiavasi Pamparato, benché fosse lontano dal teatro nella guerra. “Essersi ritrovate e visitate 136 case ripartite in diverse contrade dette della Villa, della Chiesa, di Piazza, del Molino, dei Salvatici e di Rivera, 64 de’ quali si sono ritrovate affatto rovinate, et altre in numero di 42 affatto disabitate, ma non rovinate, e di queste esservene tre sole abitabili, per esser le altre tutte mancanti di diverse reparazioni; e quanto alle famiglie si è visto … essersene estinte 71 et absentate altre 61; cioè da anni 24, 25, 30 e più in dietro, o sia avanti il 1682 fameglie 22, et le restanti 110 da anni 20 in qua. Esser tutto esso luogo e territorio posto per lo più in gran ripe e precipizi et estendendosi una maggior parte verso mezzogiorno, resta per tal estensione un paese come salvaticoperché tutto alpestre … . Detto luogo a causa della sua mala situazione resta dei più miserabili di quei contorni, non avendo più d’un miglio di larghezza e tre circa di lunghezza, in cui non ha più di 14 in 15 giornate di pianura, ne’ quali si seminano le canape e si trovano qualche prati; et questi non fruttano più di L. 12 circa fatta una commune per caduna giornata, e che nel resto di quel territorio per esser tutto montuoso, non si raccoglie che poca erba e poca segla e marsaschisaschi nelle ripe, quali anche sono di puoco utile per non puoter giungere alla maturità per la gran quantità della neve che vi cade e che vi dura sino per il spazio di mesi cinque e più dell’anno. Che in tutto esso territorio non si raccoglie né formento, né vino, di modo che tutto il suo maggiore reddito consiste in castagne, quali se ben si siano viste al tempo [della] visita in apparenza belle, in sostanza però sono sterili a causa di dette lievi, che cadono alla metà, circa di ottobre nelle montagne circonvicine e di quelle che vi restano nel finaggio sino alla metà circa di maggio. Che in detto luogo e finaggio vi sono pochissime bestie, con tutto ciò il fieno che si raccoglie non bastante al loro mantenimento e perciò sono constrettili particolari d’affittare alpi de’ luoghi circonvicini, di maniera che detti abitanti di detto luogo non potrebbero vivere senza la quantità dei beni che possedono sopra le fini di Garessio, Viola, Monasterolo, Bagnasco, la Torre e Roburent circonvicini, e senza l’industria e negozii che hanno nei luoro lavori di bosco, et in tele, che transportano tanto nel Piemonte che fuori Stato, quali però restano presentemente molto deteriorati, cioè questi a causa della presentanea guerra, che gli impedisce di portarsi a Genova, ove era il loro commercio più forte, e quelli a causa del grande tagliamento dei boschi di fago, che si è fatto nelle selve dei Padri di Casotto e del Marchese di Garessio, che servivano a detti particolari per la fabbrica di detti lavori di bosco; che perciò molti di detti particolari sono absentati da detto luogo et si sono portati ad abitare in altre terre del Piemonte; et altre famiglie si sono affatto estinte, né mai vi stato alcun forastiere che siasi portato ad abitare in detto luogo néfinaggio” (I, 121).

 

 

Dannosa sempre, la guerra dovette fiaccare addirittura le energie di popoli che ancora non s’erano riavuti da quella lunga e sanguinosa durata dal 1690 al 1696, e che videro in questa abbattersi su di loro a furia eserciti franco ispani, piemontesi, cesarei ed alleati, adoperantisi a gara a chi maggiormente devastasse i territori subalpini ed ammiserisse le già ammiserite popolazioni[11]. Dai brani, ora citati, di suppliche di comunità e di pareri di direttori provinciali, si scorge a qual segno fosse proceduta la devastazione del Piemonte; ed altre testimonianze si potrebbero arrecare[12]. Ma a dare un quadro compiuto dei danni arrecati dalla guerra giovano i risultati di un’indagine che allora fu curata dall’ufficio generale delle finanze, Probabilmente perché i plenipotenziari sabaudi inviati al congresso di Utrecht potessero giustificare, adducendo la gravità dei danni sofferti dal paese, le domande di indennizzi territoriali che doveano essere apparecchiati a presentare e difendere. Lo scopo, al quale l’indagine era preordinata, può a primo aspetto renderne alquanto dubbie le risultanze; ma ove si ponga mente alle cautele con cui i dati furono raccolti, alle molteplici testimonianze che le rafforzano ed ancora in parte si leggono raccolte nell’archivio di finanze, devesi riconoscere ai dati, che sotto riproduciamo, non piccolo valore. La indagine toccava eziandio i danni inflitti allo stato per demolizioni di piazze forti, per cessazioni di redditi, per aumento di spese militari. Qui si stampano soltanto i dati che valgono a calcolare i danni subiti dai popoli a cagione delle soldatesche[13].

 

 

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Chi reputasse lievi i danni cagionati ai popoli del Piemonte dalla guerra di successione spagnuola in confronto alle cifre ben più elevate delle guerre odierne, pensi al diverso peso della lira (che fa crescere a circa 46 milioni di L. it. il totale), alla diversa potenza d’acquisto della moneta, alla ricchezza ben minore del paese, agli effetti duraturi per l’economia agricola degli incendi, dei furti di bestiame, dei tagli degli alberi fruttiferi e delle viti, delle seminagioni non fatte e agli altri danni che fanno ascendere a cifra ben più cospicua la perdita totale dei popoli piemontesi[14]. Aggiungasi che la sola provincia di Torino ebbe a soffrire più del quarto dei danni cagionati a tutto il Piemonte dalla guerra; e che ben 30 milioni su 37 di danni si ebbero nelle provincie di Torino, Vercelli, Asti, Ivrea, Pinerolo e Susa, che furono teatro della guerra o corse maggiormente dalle soldatesche di passaggio. L’alto Piemonte – ossia le Provincie di Alba, Fossano, Cuneo, Saluzzo e Mondovì – meglio si sottrasse a quei flagelli; e da esso il fisco trasse invero negli anni dal 1704 al 1708 i tributi più regolari ed abbondanti. La provincia di Biella, montuosa in gran Parte e da tutti allora reputata sterilissima e povera, fu concordemente rispettata da nemici e da collegati.

 

 

96.- I sindaci delle città e delle comunità danneggiate dalle guerre mandavano suppliche al Duca, chiedendo condoni di tributi ordinari e straordinari. Era giuocoforza consentirvi in moltissimi casi; ma acciò non nascessero abusi, il Duca aveva voluto che tutte le suppliche giungessero a lui, munite del parere del direttore provinciale e del generale delle finanze. Parecchie comunità, sapendo che la Camera dei Conti statuiva sulle grazie di tempeste e di corrusione e conoscendo le maniere usitate per avere un giudicio favorevole (par. 18), avevano tentato di ottenere il parere dalla Camera; ma il Duca bruscamente con R.D. del 6 ottobre 1706, datato da Crescentino, avendo saputo che “alcune Comunità sono raccorse a Voi [alla Caniera] per ottenere bonificationi per danni patiti, robbe esposte in occasione della presente guerra, con haveretiandio taciute le provisioni di sospensione già da noi concessele” scrive ai magistrati camerali “essere nostra mente precisa, che non dobbiate in verun modo ingerirvi néprouederattorno li ricorsi di esse Comunità”[15]. Il Groppello raccomandava, è vero, vivamente ai direttori delle provincie di non concedere condoni definitivi, ma semplici sospensioni di tributi, per modo da tener conto della miseria innegabile dei popoli ed insieme dei bisogni urgentissimi delle finanze. Al conte Ruschis, direttore della provincia di Susa, scriveva il 22 settembre 1704: “Le dirò in questo proposito che conviene finir negotio con le Comunità avuto riguardo dal più al meno alle robbe proviste, contributioni pagate e danni sofferti si dall’una che dall’altr’armata, indi ridur [le] debiture a quella somma che le parerà ragionevole da pagarsi da caduna Comunità presentemente o fra quel breve termine, che crederà loro prescrivere, il tutto da farsi provisionalmente per modo di sospensione, e sotto la riserva della regia approvatione; con che non si viene a rischiare cosa veruna e si va liquidando qualche somma in soccorso delle Finanze … È vero che alcune d’esse [comunità] allegaranno che le loro pretentioni eccedono le debiture, ma come non sono le medemepretentioni liquidate e che per altro le debiture sono irremissibilmente dovute, si può andar praticando il mezzo sovraprescritto che è la regola da me tenuta nella Provincia di Pinerolo. In somma giàè assai notoria la miseria di dette Comunità per causa dei danni patiti onde conviene andarsi maneggiando come si potrà e lasciar a favor loro quelle sospensioni che crederà con la riserva sudetta per liquidar il rimanente”[16]. Ed il 24 gennaio 1705 all’intendente Fontana di Nizza: “La propositione che fanno diverse Comunità d’incontro con il loro debito delle somme esposte in occasione di marchie delle militieè giusta: contuttociò conviene andar portando inanti simili incontri in tempo più abile per quanto sarà possibile, come si pratica anco in Piemonte, stante che al presente conviene esiger di che andar supplendo alle gravi spese che richiedono le urgenze presenti”.

 

 

Coll’occupazione di gran parte del paese da parte dei Francesi, le comunità potevano, per non pagar le debiture consuete al Principe, allegare il pretesto di aver dovuto pagare le contribuzioni al nemico, anche se pagato non avevano o meno di quanto allegavasi. Gli avvedimenti usati a poco giovavano: in Savoia il conte Giuseppe Ressano, intendente generale, affinché i contribuenti paghino le rate scadute delle taglie, minaccia di non riconoscere il pagamento che per avventura in seguito facessero ai Francesi, obbligandoli, al ritorno di Savoia al Duca, a pagare una seconda volta; ed il marchese di Sales, comandante generale in Savoia, d’accordo col Ressano, alle minaccie aggiunge l’allettamento di ricevere in pagamento delle taglie e della capitazione le monete al corso elevato di Francia[17]. Ma, quando le truppe nostre si ritirano all’incalzar dei Francesi, le comunità non si affrettano per fermo a pagare. Non si affrettano nemmeno però a pagare a Francia. Le poche eccezioni sono accuratamente segnalate dai direttori provinciali, i quali doveano, anche se cacciati dal capoluogo, tenersi al sicuro nelle vicinanze per informare il Sovrano sulle mosse del nemico e sul contegno delle popolazioni. In quel d’Ivrea il direttore Chiaverotti Chiampo riferisce con stupore come, malgrado le forti contribnzioni di fieno, biade, paglia e legna in grandissima quantità imposte dai Francesi, “le Comunità si rendono ben ribedienti e facili in convenir a piacere de nemici anche per soministratione di bestiami, che non credo farebbero verso l’A.S.R. nostro Real sovrano, overo con grandissimo stento e con prettentione di bonificatione, che da nemici vengono negate, et quello che più importa senza volerne far le ricevute, quantonque dagl’ordini che si spediscono resti promessa detta bonificatione, che poi si nega, etiandio degl’istessi alloggii, considerandosi il tutto per regaglia, ancorché pessimamente trattati li poveri luoghi, ne’ quali è occorso dett’alloggio”. Probabilmente sono appunto i mali trattamenti delle truppe francesi che costringono le comunitàad obbedire senza fiatare, quando dal Duca avrebbero reclamato ed ottenuta quella giustizia che era consuetamente resa a tutti. Si rallegra però il direttore d’Ivrea nel riferire che, avuto l’ordine dai nemici di pagare le contribuzioni, “molte Comunità delle Valli hanno fatto capo da me e mi hanno pregato di portarne l’avviso a V.S., supplicandola di compiacersi di farne relatione a S.A.R. per haver li suoi regi sensi o commandi, trattandosi intanto d’ubedire, et io ho stimato sugerirle d’andar diferendo, e tirar l’affare in longo a tutto possibile, nel mentre attendevo li commandi di V.S. …”. Questa infatti era usanza non rara: che le comunità, minacciate di saccheggio, incendio ed altri danni dal nemico ove non pagassero prontamente le contribnzioni, si rivolgessero al Sovrano legittimo per avere il consenso di pagare al nemico. A ciò le spingeva in parte un calcolo accorto: di non essere costrette a pagare due volte la stessa somma, al nemico ed al fisco paesano. Ove però si pensi che era altresìconsuetudine sempre seguita dal nemico invasore quella di far pagare alle comunità contribuzioni uguali ai tributi ordinari e straordinari imposti dal Sovrano, e dal Sovrano di riconoscere i pagamenti fatti al nemico durante il periodo di effettiva sua occupazione, purché corredati da quitanze regolari; si vedrà che le comunità, le quali erano al sicuro anche senza il consenso espresso dal Principe, invocandolo gli davano bella prova di attaccamento filiale e di devota sudditanza nei momenti di avversità. Il Sovrano il più delle volte dava il consenso al pagamento delle contribuzioni richieste dal nemico, colla sola raccomandazione di pagare il meno che si poteva. Al caso ora citato della provincia d’Ivrea, aggiungasi quello della comunità di S. Damiano, di cui rimane traccia in una lettera del Groppello al conte di Monasterolo: “Dall’inchiusa lettera scrittami dalli agenti della Comunità di S. Damiano osserverà V.S.Ill.ma quanta sia la premura che fanno per ottener la permissione di pagare L. 3 mila circa di reliquato di contributione chiamatoli da Nemici ad effetto di liberar quel publico dalle minaccie del saccheggio e fuoco e quantonque sovra l’imminente pericolo havessi potuto risponderli di pagare per evitarsi i danni che li sovrastano tuttavia perché so avere la S.V. Ill.ma ordine di far qualche mossa verso quei contorni, ho stimato d’indirizzarli il latore della medema, affinché veduto il suo contenuto dia quelle dispositioni che stimerà proprie in tal riguardo, come crederà essere del regio servitio e bene di quel publico”[18]. Talvolta il Duca nega il consenso alle comunità di pagare le contribuzioni al nemico; ed allora esse si trovano poste a dura prova tra il legittimo Sovrano il quale ordina di non pagare ed i franco ispani minaccianti sacco e incendio[19]. La norma generale di diritto che dovevasi seguire nella materia del consenso sovrano al pagamento di contribuzioni a nemici pare fosse questa: che nei paesi materialmente occupati dall’esercito nemico e posti sotto la sovranità straniera, le contribuzioni dovessero pagarsi senza bisogno di consenso sovrano; ed invece nei paesi non occupati o posti nella zona di confine tra la dizione nazionale e l’occupazione straniera e solo minacciati di saccheggio od incendio, si dovesse chiedere il consenso[20]. Regola equa, la quale riconosceva il fatto avvenuto dell’occupazione e si sforzava di impedire che questa dilagasse finanziariamente, per la debolezza delle comunità, oltre il territorio di fatto invaso dal nemico. Ma regola che dovea farsi osservare con molta cautela per non esporre i popoli a rappresaglie.

 

 

Per togliere ai nemici il modo di mettere troppo forti contribuzioni sui popoli, con danno di questi e delle finanze, il Groppello si appigliava a singolari astuzie. Una era quella di non pubblicare (cfr. par. 46) il contingente del quartier d’inverno per tutte le comunità, ma per quelle soltanto che erano a dizione piemontese, affinché il nemico non venisse in chiaro per le altre della somma dovuta per questo tributo straordinario e le comunità potessero negare di esserne debitrici. Così pure il Groppello consigliava di non pubblicare e rendere esecutivi i “causati” o bilanci comunali nei paesi soggetti ad invasione di nemici, per non dare appiglio a costoro a pretendere il pagamento dei tributi ivi descritti[21]. Ma l’astuzia più consueta è quella delle quitanze con data falsa o addirittura false. Il 14 marzo 1705 il Groppello scrive al tesoriere generale Ferrero, di rilasciare una quitanza di L. 4000 con la data del 25 agosto 1705, affinché il Millet, tesoriere del Ducato d’Aosta, possa pagare parte del donativo del 1704 senza pericolo di molestia dai francesi, i quali sin dal 27 settembre 1704 occupavano il Ducato. L’11 agosto 1705 altro ordine al Ferrero di rilasciare alla comunità di Druent una quitanza, con la data del 25 luglio, di L. 815.15 per tasso dei due primi quartieri del 1705, benché nulla si fosse pagato in realtà, affinché quella comunità non fosse “molestata dall’inimico”. Ed il 2 ottobre ordine al tesoriere di milizia Bagnolo di rilasciare alla comunità di Leynìquitanza di L. 1216.12.10 in data del 25 marzo “perché lo possi presentare al nemico”[22]. Erano piccoli sotterfugi che dovevano riuscire efficaci, se erano così frequentemente usati.

 

 

97. – I condoni e le grazie di tributi, le sospensioni e le compensazioni per provviste fatte e danni sofferti, il riconoscimento delle contribuzioni pagate ai nemici, gli accorgimenti per alleviare alle comunità il danno finanziario dell’occupazione straniera non giovavano a rimettere in carreggiata le comunità morose. La piaga dei “reliquati” da esigere incancreniva ognora più; ed a poco a poco si perdeva la speranza di venirne a capo. Le comunità, le quali a gran fatica pagavano i tributi correnti, non facevano buon viso agli inviti di pagare gli arretrati, malgrado che le finanze si mostrassero remissive nei loro calcoli. Erasi dato il carico prima al senatore Balegno[23]e poi al cavaliere Martini e al conte Ruschis[24] di rivedere i conti dei reliquati dovuti dalle comunità delle provincie piemontesi sui tributi ordinari e straordinari, e sulla loro relazione – la quale metteva in chiaro come di una somma totale di reliquati di L. 4.139.083.7.11 la maggior parte fosse compensata da somministrazioni o da pagamenti fatti in altra maniera che in tesoreria generale e di milizia, e residuassero appena L. 457.578.514 – il Duca aveva riconosciuto la impossibilità di farsi pagare pure questa somma assai minore ed erasi persuaso ad accordare altre grazie, sino a ridurre il debito delle comunità a L. 163.729.10.9. Crediamo opportuno riprodurre il quadro dei reliquati dal 1703 al 1710 formato dal cav. Martini e dal conte Ruschis, giovando esso a dimostrare a quale egregia somma ascendessero le somme non esatte dal fisco durante la guerra e che oramai s’era perduto quasi ogni speranza di esigere:

 

 

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Se si tolgono i pagamenti che le comunità avevano fatto ad altri che ai tesorieri generali, su ben L. 3.713.060.9.4 di reliquati sui tributi Piemontesi dal 1703 al 1710 le finanze speravano di ricuperare solamente L. 163.729.10.9. Certo il danno era grave per le finanze; ma, a guardar bene, non potevasi fare e non facevasi difatti rimprovero alle comunità di una insolvenza che era davvero forzata. Che cosa sono 3 milioni 713 mila lire di reliquati in confronto dei 37 milioni e 325 mila lire di danni diretti che la tabella riportata poche pagine innanzi ci ammaestra essere stati sofferti dal Piemonte a causa della guerra? La quantità dei reliquati, insolita in Piemonte, era l’effetto necessario dei danni sofferti, delle contribuzioni pagate, della distruzione dei raccolti e della sospensione della vita agricola. Forse si può notare che fra le provincie più renitenti si annoverano quelle di Biella e di Mondovì, che non erano state fra le piùprovate degli orrori della guerra; mentre Ivrea, danneggiatissima, aveva scarsi reliquati. Ma antico era il vizio della morosità nel Biellese, e, facendosi il calcolo dei reliquati, s’era fatta astrazione dal periodo di occupazione nemica, pel quale il Sovrano non credevasi in diritto di esigere i tributi. Cosicché ben può darsi che Ivrea avesse reliquati scarsi, perché calcolati solo sugli anni in cui essa era ancora od era tornata a dizione piemontese, mentre Mondovì li aveva abbondanti perché legalmente obbligata a rendere conto al Sovrano dei tributi di tutti gli anni della guerra. La rocca forte finanziaria dello Stato rimaneva pur sempre l’alto Piemonte colle provincie di Fossano, Salluzzo e Cuneo, dove minimi erano i reliquati e quasi tutti legittimati per forniture fatte e danni sofferti.

 

 

Le vicende della morosità tributaria del Piemonte durante la guerra si possono ricavare da una tabella dei reliquati del comparto generale dei grani dal 1703 al 1713[25].

 

 

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Notisi che nel 1703 il contingente del comparto era di 30 mila sacchi; e che, raddoppiato nel 1704, durò nella cifra di 60 mila sacchi sino al 1712, ritornando a 30 mila sacchi nel 1713. Ma quando pure si raddoppino le cifre del 1703 e del1713 per renderle comparabili con le altre, si vede subito quale colpo gravissimo avesse la guerra inflitto alla finanza pubblica; giungendosi sino al 70% di reliquati nell’anno terribile 1706. Dopo, il comparto viene esatto sempre più regolarmente; e solo la carestia del 1710 cagiona un nuovo inasprimento di morosità Ma di breve durata; e colla pace siamo ritornati a condizioni normali. Le quali vicende ancor meglio si veggono, sebbene non così distintamente per provincia, da un’altra tabella che abbiamo compilata (vedila nella pag. 381), insieme conglobando i reliquati di tutti i tributi ordinari e straordinari del Piemonte e mettendoli a raffronto con le esazioni correnti e con i ricuperi di reliquati degli anni precedenti.

 

 

La somma inscritta nella tabella dei totali risponde all’ammontare dei tributi che avrebbero dovuto esigersi nel Piemonte, depurati già dalle grazie di tempesta, di corrusione e dai diffalchi che per diversi motivi concedevansi in via ordinaria ed andavano a diminuzione del debito legale tributario delle comunità.

 

 

Se badiamo alle cifre proporzionali, vediamo chiarissima l’influenza della guerra. Nel 1700 su 100 lire di debito tributario, i contribuenti ne pagano 62.66% al fisco, 32.31% ai creditori dello Stato, appena il 0.29% è bonificato alle comunità per forniture diverse in natura ed il 4.73% rimane alla fine dell’anno come residuo da riscuotere. Negli anni successivi le proporzioni dapprima non variano molto e solo nel 1704, quando s’impongono i tributi straordinari, non alienabili, la proporzione dei tributi alienati al totale scema, com’era naturale. Ma coll’imperversare della guerra, mutano ben presto tutti i rapporti proporzionali; i tributi esatti scendono al 38.79% dei dovuti nel 1705 e poi al 25.99% nel 1706. Dopo si rialzano; non risalendo però al livello medio degli anni prima della guerra. I tributi alienati, dopo il primo declinare dal 33.67 al 18.77 al 18.77% dovuto al raddoppiamento dei tributi dovuti (i tributi straordinari non erano, come sopra si disse, alienabili e solo in piccolissima parte potevano infeudarsi), ascendono lentamente sino al 23.87% nel 1711 a causa del progressivo indebitarsi dallo Stato; e solo nel 1712 e nel 1713 la proporzione scema per la riduzione del tasso dell’interesse pagato agli alienatari. Crescono assai i fondi bonificati alle comunità per forniture in foraggi, per danni, ecc., raggiungendo il massimo nel 1707 col 18.19%, dei tributi dovuti, e neanche dopo si abbassano molto. Ma sovratuttoaumentano i reliquati i quali da una media del 2 – 5% nei primi quattro anni giungono sino al 30.58% nel 1706; ed in quell’anno anzi, come pure nel 1705, ai reliquati effettivi debbonsi aggiungere i tributi non imposti nelle contrade occupate dai nemici, che sono somigliantissimi ai reliquati. Nel 1706, tra reliquati e tributi non imposti per la certezza di non riscuoterli, si arriva al 44.93%, quasi la metà dei tributi dovuti.

 

 

Cammino inverso segue la serie dei dati relativi alle “esazioni a conto dei reliquati”. Negli anni normali (1700/1703) in ogni anno si riesce ad esigere a conto dei reliquati degli anni precedenti una somma che varia dal 47.01 al 134.06% dei reliquati non esatti nell’anno corrente, cosicché le partite quasi si equilibrano. I contribuenti pagano nel 1701, ad es., i residui dell’anno precedente 1700 e lasciano al 1702 all’incirca la stessa eredità di residui da riscuotere. Ma negli anni dal 1704 al 1707 le cose mutano assai, la proporzione delle esazioni a conto dei reliquati passati ai reliquati correnti oscillando fra l’1.97% nel 1705 ed il 12.57% nel 1707. Dopo, il rapporto si rialza, non giungendosi però mai a quello medio del 1700/713.

 

 

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Anche i numeri indici raffigurano bene le vicende del gettito dei tributi nel Piemonte durante la guerra, col crescere dei tributi esatti più lento ed irregolare dell’incremento dei tributi dovuti, sovratutto dal 1705 al 1708, coll’aumento costante dei tributi alienati sino al 1711, coll’espansione grandiosa dei tributi bonificati, colle altezze eccessive a cui giunsero, a partire dal 1704, i reliquati e colla modestia delle esazioni in conto. Facendo le medie, nell’intiero periodo 1700/713, mentre i tributi dovuti ascesero al 155.84% dei tributi dovuti nel 1700, i tributi pagati giunsero appena al 140.30%; e di ciò la spiegazione si ha nell’essere invece i tributi alienati saliti al 110.40%, ed i reliquati al 324.69% delle cifre avutesi nel primo anno. Frattanto, i tributi bonificati che nel primo anno toccavano appena il 2.15% della media del periodo 1700/713, giungevano nel 1707 sino al 267.81%; e le esazioni in conto dei reliquati toccavano a stento il 74.84% delle somme esatte nel primo anno, malgrado che il debito teorico totale fosse dopo il 1704 quasi raddoppiato e cotanto più copiosi fossero i reliquati.

 

 

Se dalle L. 7.965.227.15.3.2 retrodate dai tesorieri al patrimoniale come reliquati si deducono le L. 1.871.961.5.9.2.3 esatte dappoi in conto dei reliquati medesimi, abbiamo che dal 1700 al 1713 i tesorieri non poterono riscuotere L. 6.093.266.9.5.11.9 sui tributi legalmente dovuti dalle comunità del Piemonte. La somma risultante dai nostri calcoli è di un due milioni di lire all’incirca maggiore di quella che si ricava dal conto sovra riferito del cav. Martini e del conte Ruschis; ma la differenza agevolmente si spiega poiché quest’ultimo conto tocca appena i reliquati dal 1703 al 1710 e non comprende i tributi dovuti in natura, quali sarebbero il comparto dei grani e l’imposto dei fieni e biade. Le finanze del resto facevano conto di esigere una ben piccola parte tanto dei sei quanto dei quattro milioni di lire di reliquati; e già vedemmo infatti come il cavaliere Martini ed il conte Ruschis avessero finito per ridurre le pretese dell’erario a non più di L. 163.729.10.9. Il resto delle L. 4.139.083.7.11 o era stato pagato dalle comunità ad altri contabili che ai tesorieri o era stato bonificato per forniture alle truppe o sospeso per contribuzioni pagate ai nemici o condonato per le miserie dei popoli. Agli scarsi reliquati esigibili dalle comunità del Piemonte in conto dei tributi ordinari e straordinari dovevansi aggiungere le somme dovute in conto delle gabelle generali e di altri redditi piemontesi ed i fondi residui dovuti da altri paesi dello Stato, sia di antico dominio che di nuova conquista, per il tempo in cui essi non erano stati occupati dal nemico. Ecco un riassunto compilato nel dicembre 1714 ed allegato al bilancio del 1715[26]dei fondi residui sino alla fine del 1713. Lo pubblichiamo in aggiunta a quelli precedenti, perché ci dice quanta parte di residui, dovuti sia dalle comunità del Piemonte sia da altri, fosse ancora esigibile nell’opinione dei finanzieri sabaudi.

 

 

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Se a questa somma noi aggiungiamo i 6 milioni circa di residui sui tributi delle comunità del Piemonte, di cui in questo quadro vi è scarsissima traccia, forse perchéreputavansi già liquidati a norma del conto del cav. Martini e del conte Ruschis, sono poco meno di 18 milioni di lire circa che alla fine della guerra di successione spagnuola residuavano a credito, quasi totalmente inesigibile, delle finanze sabaude. Inesigibili quasi del tutto i 6 milioni di tributi arretrati delle comunità del Piemonte, talché nel presente conto eransi per lo più trascurati, salvo talune partite messe nella colonna dei totalmente inesigibili. Grosso contributo a questa colonna davano altresì le gabelle, tanto dei paesi vecchi che dei nuovi, le quali difficilmente si esigevano mancando spesso il pegno delle cose tassate ed essendo insolventi gli appaltatori. La partita più grossa dei “fondi totalmente inesigibili” era data dalla macina, a causa della sua abolizione avvenuta verso la metà del 1713. Fondi controversi erano quelli su cui si piativa tra fisco ed appaltatori o contribuenti: esempio principale di nuovo la macina, per cui i partitanti s’erano obbligati a pagare un canone fisso (cfr. par. 44), senza che, per la persistente insolvibilità dei contribuenti, avessero potuto serbare i patti. Il Sovrano, consapevole delle buone ragioni dei partitanti, aveva dato ordine che la lite si risolvesse “buonamente”.[27] I “fondi in parte esigibili” erano quasi che tutti dovuti dalle provincie di nuovo acquisto, rispetto ai qualiè da ricordare quanto si legge nei lavori preparatori: “E comiserando la M.S. [nel 1714 Vittorio Amedeo II era Re di Sicilia] al Stato di quei sudditi s’è degnata ordinare di conseguirli repartitamente negli anni avvenire”. Pietoso giro di frasi per indicare che non s’era persa in tutto la speranza di incassare qualcosa.

 

 

Quanto si sia incassato non è facile chiarire bene. Dal 1716 in poi si tien conto a parte dei soli reliquati del quartier d’inverno del Monferrato, che in verità erano la miglior parte dei reliquati presunti esigibili nella tabella che sopra riferimmo e dal 1716 al 1732 sono registrati incassi a tal titolo per L. 368.943.8.11.6 negli spogli dei bilanci generali. Degli altri tributi non si fa particolare menzione, forse essendo confusi con alcune partite miscellanee; ma in tutto non sembra probabile che si sia raggiunto, tra il quartier d’inverno del Monferrato e le altre partite non accertabili, il milione di lire[28]. Dall’Olanda nulla s’ottenne (par. 80 pag. 293); e dall’Inghilterra si ebbero L. st. 70.000 nel 1716 e L. st. 35.000 nel 1719 (par. 79 pag. 284), da cui si ricavarono L. 1.868.686.15.3.4 (cfr. par. 103). Cosicché rimasero inesatti più di 6 milioni sui sussidi stranieri e più di 8 milioni sulle gabelle e sui tributi dovuti dal paese. Non piccola perdita per quei tempi; e tanto più grave all’erario pubblico, in quanto le deficienze maggiori s’erano avverate negli anni dal 1704 al 1707 quando più incalzanti erano i bisogni e più urgeva avere pronto il denaro alla battaglia.

 

 

98. – Le notizie ora riferite persuadono di leggeri quanto grande fosse la penuria del tesoro piemontese; ed ancor più persuadono le testimonianze dirette. Il groppello fin dal 12 settembre 1704 scriveva al marchese di Priero: “Quantunque sij persuaso che siano assai note a V.E. le strettezze delle finanze stimo però ad ogni buon fine di portar alla di lei notitia che tra l’occupatione della Savoia, delle Provincie di Susa, Pinerolo, Vercelli, Asti et Ivrea, l’assedio di qual Città ci priva anco de sussidij di quella di Biella e del Ducato di Aosta, fa cessare intieramente il commercio dell’Alemagna e Geneva ed in conseguenza li proventi delle gabelle, in maniera che presentemente non si conseguisce il quinto de redditi demaniali, al che aggiungendosi la spesa della manutentione delle truppe di S.M. Cesarea, che tra il pane, fieno, biade e bosco, fatta una commune dal giorno del loro ingresso in questi stati sin al presente, può rilevare circa L. 20 mila al giorno e ciò tutto oltre le 100 mila pezze fatte pagare da Genova al Maresciallo di Starenberg in occasione che partì dall’Italia, per le quali si pagano gli interessi regolarmente a 10%, sono state sborsate doppie 5 mila nel corso di luglio hor scorso per soccorrer dette truppe et in oltre devo rimborsare al Banchiere Gamba in fine di questo mese L. 230 mila circa per altretante dal medemo pagate a dette truppe sotto la cautione di S.A.R. et hora vengo sollecitato dal detto signor Maresciale per procurarli altro prestito di simil somma per soccorrer dette truppe, che mi assicura esser senza paga dal primo del corrente, in maniera che provedendoli quest’ultima somma, come lo vedo indispensabile, V.E. rifletterà che queste finanze sono in disborso di contante circa d’un millione di lire. Lascio alla sua fina intelligenza di farvi quei riflessi che stimerà, da che conoscere quali siano queste angustie e quando desiderasse un dettaglio di quanto sopra al minimo suo cenno glielo trasmetterò”[29]. Ma né i buoni uffici del Priero, ambasciatore del Duca alla Corte di Vienna, né le proteste del Groppello presso i generali austriaci valevano ad ottenere che da Vienna s’inviassero denari ai soldati dell’Impero che qui guerreggiavano; talché alle angustie del pensare all’esercito nostro s’aggiungeva la necessità di impedire lo sbandamento delle truppe imperiali. Come si provvedesse ad erezioni di monti, ad alienazioni di tassi, ad infeudazioni, a vendite di cariche già dicemmo (cfr. capitolo IV), né qui ritorneremo sulle vicende del credito pubblico durante la guerra e sulla impossibilità di accattar durante la guerra denari a prestito nelle maniere solite. A spedienti ben più tristi la penuria di mezzi costrinse ben presto i finanzieri piemontesi; e la narrazione storica sarebbe incompiuta se di quegli spedienti non si facesse qui breve cenno. Delle “prestanze ed anticipazioni temporanee non tenemmo difatti discorso nel capitolo dei prestiti pubblici; perché non ci sarebbe accaduto di illustrare nessun istituto finanziario e perché ad una schiera ben diversa di prestatori era giuocoforza piegarsi a ricorrere. Là infatti si videro istituti creditizi assai somiglianti a quelli moderni, mutui fatti senza limitazione di tempo, tasso di interesse non certo usuraio, dati i tempi non lieti, e prestatori tratti dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia alta e media del paese. Ma le riserve monetarie delle classi ricche ed agiate in Piemonte erano assai tenui, ed importava non esaurirle subito; ed, esaurite alla fine, era d’uopo sostituirvi qualcos’altro. Si aggiunga che il credito ottenuto con monti, tassi, infeudazioni, vendite di cariche, aveva indole perpetua od almeno duratura; ed il Principe non s’induceva a mutuar denari in tal forma quando aveva o reputava d’aver bisogno di denari per pochi giorni o poco tempo. Per prestiti brevi, e quando più incalzava il bisogno, non sdegnavano i finanzieri nostri ricorrere alla spregiata schiera degli usurai, che da poco tempo usavano nobilitarsi coll’appellativo di banchieri; e si cercavano prestatori anche all’estero, a Genova ed a Ginevra sopratutto.

 

 

Poco dopo scoppiata la guerra con Francia, con istrumento del 21 dicembre 1703, si erano date in pegno le gioie della Corona, grazie ai buoni uffici dei banchieri torinesi Gamba e Facio, ai banchieri genovesi Giovanni Gerolamo Biagini e De Mari, ricavandone in cambio 500 mila lire di Genova a mutuo al 10 per cento. Scaduto dopo un anno il mutuo, i banchieri genovesi pretendevano il Duca di Savoia riscattasse le sue gioie, minacciando di venderle senz’altro al pubblico incanto ove non fossero pagati, sicché il Groppello, angustiatissimo, ne scriveva il 5 gennaio 1705 in questi termini al commendatore Lanfranchi: “Sendo il termine per il riscatto delle gioie della Corona spirato, né avendo potuto otteuere dalli Banchieri di Genova veruna dilatione, nétransporto dei pagamento … coll’interesse del 10% fin qui pagato puntualmente, nemeno voluto essi Banchieri ricever in tal conto lettere di cambio sopra li sussidi d’Olanda maturati e da maturare con goder l’interesse fino al loro rimborso, e ritenere intanto il pegno in mano … aspettavo con indicibil mio rammarico di sentire da un giorno all’altro che s’esponghino vendibili al publico incanto dette gioie, mentre non ero in stato di potervi altrimenti provedere”[30].Con trattative febbrilmente condotte il Groppello riesce il 20 gennaio 1705 adevitare il “fiero colpo”, persuadendo il banchiere Facio di Torino a pagare per conto delle finanze ai banchieri genovesi 10 mila doppie subito e 5 mila alla fine di marzo; grazie al qual pagamento i genovesi consentirono a protrarre per due anni il rimborso della restante somma sempre all’interesse del 10 per cento. Il Facio fu pagato con una lettera di cambio tratta sul marchese del Borgo, ambasciatore all’Aja, a conto dei sussidi olandesi, collo sconto parimenti del 10 per cento. Le gioie furono poi ritirate, ad opera del barone Gamba, dalle mani dei Biagini e De Mari e date nuovamente in pegno a Genova ai banchieri Giovanni Lorenzo e Giovanni Battista Paretti con contratto del 29 aprile 1706, contentandosi i nuovi prestatori di riceverne il rimborso per metà il 30 aprile 1707 e per metà il 30 aprile 1708, con l’interesse sempre del 10% l’anno[31]: Ma alla data prefissa non si poté rimborsare il prestito, sicché le gioie della Corona sabauda rimasero impegnate a Genova fino al 3 di novembre del 1711, quando furono restituite al gioiellerie di corte Giovanni Stoper[32].

 

 

Quello delle lettere di cambio sui sussidi d’Inghilterra e d’Olanda è un altro fra gli spedienti più consueti della finanza piemontese. Per batter moneta si traevano lettere di cambio sugli ambasciatori di Savoia all’Aia ed a Londra quando essi non aveano ancora incassato le rate maturate di sussidio; con grande inquietudine del marchese del Borgo e del conte di Brianzone, i quali temevano di essere vessati dai corrispondenti olandesi e londinesi dei banchieri di Torino ed ragione paventavano che l’eccessivo numero di lettere di cambio in mano dei banchieri dell’Aia e di Londra, lettere che non potevano subito essere pagate per la lentezza degli alleati nell’eseguire le promesse di sussidio, inducesse quei banchieri a non accettar più le lettere tirate da Torino, cosa che “può in progresso di tempo portare discredito alle finanze e maggior angustia a V.S. [il generale delle finanze]”. inGroppello si affannava a rassicurarli: “V.S. sarà stata sovrapresa nell’aver inteso le lettere di cambio che le ho tirato a favore del Banchiere Faccio sotto li 7 genaro … il che son stato necessitato di fare per evitare un colpo fiero che le finanze venivano a sentire in un affare che hanno in Genova [la faccenda del riscatto delle gioie della Corona]; e con la speditione di tali lettere si è avuto qualche respiro: per altro è stato inteso col Faccio che non verrebbe V.S. Ill.ma inquietata nésolecitata dalli Banchieri o Agenti di costi. Io conosco abbastanza gli effetti che producono il tirar tali lettere senza che vi sia il contante per pagarle, ma le angustie in quali sono ridotte le finanze mi mettono in necessità d’usar d’ogni ragiro per andar tirando inanti il più che si potrà”[33].

 

 

Le lettere erano spedite a favore dei banchieri, affinché costoro con quella garanzia sui sussidi degli alleati anticipassero qualche somma al tesoro. Ma non erano sicuramente anticipazioni facili ed a mite interesse. I signori Lullin, che pure aveano nel principio del 1704 fatte le più ragionevoli proposte, volevano obbligarsi a versare alla tesoreria in Torino le somme portate dai trattati con l’Inghilterra e l’Olanda nel giorno in cui quelle somme dovevano esser pagate a Londra ed all’Aia, al cambio fisso di 4 lire per scudo, e con rimborso degli interessi ove le potenze alleate non fossero state puntuali nel pagare alle date prefisse. Quale fosse l’interesse non è detto, ma non era probabilmente inferiore all’8 od al 10%; né i Lullin correvano gran rischio di aspettare troppo il rimborso delle somme anticipate, poiché l’Inghilterra e per due terzi le Provincie olandesi erano abbastanza puntuali; ed erano sicuri di lucrare sul cambio, poiché l’Inghilterra doveva pagare a Torino L. 4.2 per ogni scudo, né finallora il cambio con l’Olanda era sceso al di sotto di quel tasso (cfr. sopra par. 78, 79 ed 80). Il marchese del Borgo dall’Aia sconsigliava di accettare cotali patti anche perché, cedendo ai banchieri il diritto di esigere i sussidi delle potenze alleate, si rischiava di rendersi quest’ultime male affette sia per le troppe insistenze dei banchieri nel richiedere il pagamento, sia per la tirchieria nel distribuire a tesorieri e finanzieri del luogo quei regali che erano utilissimi a facilitare la prontezza dei pagamenti da parte degli alleati[34]. Più tardi le finanze dovettero rassegnarsi a patti ben più duri per ottenere anticipazioni sui sussidi degli alleati. Il banchiere Gamba impresta nel marzo del 1706 mezzo milione di lire, dietro promessa di cessione del credito che le finanze vantavano verso la Camera aulica di Vienna per rimborso di spese fatte per gli eserciti imperiali. Ma vuole che, se riesce ad ottenere qualche pagamento da Vienna, si deduca a suo favore il 10% per rischi, spese, cambi, ecc.; non ottenendo nulla, il rimborso dovrà essere fatto sul prodotto delle gabelle, di cui il Gamba era economo insieme coll’Olivero, ovvero sui sussidi d’Inghilterra, coll’interesse dell’1 e 1/4% al mese, ossia del 15% all’anno[35]. Ancor dopo la battaglia di Torino, il Facio per una sua anticipazione di somme diverse, pagate per il servizio delle case di Madama Reale e della Duchessa e per compera di polveri e di grani, pretende il rimborso sui sussidi d’Olanda ed in difetto d’Inghilterra coll’interesse dell’1% al mese[36].

 

 

Nel maggio del 1707, avendo le finanze bisogno di grossi fondi, cercano di muovere a concorrenza le diverse case bancarie di Torino; e qual sia il frutto della rivalità in tal guisa promessaè opportuno dimostrare col riferimento del contratto: “Ad ognuno sia manifesto che richiedendo il R. servizio d’havere nel mese di maggio hor scorso almeno 1 milione di lire in pronto per pagamento di diversi debiti e per supplir alli urgenti et indispensabili spese che si richiedevano in tal tempo per l’uscita dell’Armata in campagna. E non sendo all’hora le R. finanze in stato di provedere tal somma habbinole medeme procurato di quella prender in prestito e doppo diversi trattati siansi li Banchieri Gamba, Colomba, Calcino e Raschioira offerti di ritrovare la somma di L. 600 mila pagabili cioè L. 200 mila alli 20 maggio e le altre 400 mila fra tutt’il mese di giugno all’hora prossimi a conditione però che haverebbero loro e loro corrispondenti fatte le tratte in quelle Città e Piazze di cambio, nelle quali haverebbero potuto ricavare tal denaro, con che le Finanze dovessero sopportare gl’interessi, cambij e ricambij, che sarebbero corsi in dette Piazze e di stare per essi al Conto di buona fede che li medemihaverebbero presentato e per la loro pura provisione se gli accordassero 4% sopra dette L. 600 mila con dargli il rimborso tanto del Capitale che provisione, interessi e cambijsudetti sovra il danaro de’ sussidi d’ Inghilterra, maturandi repartitamente in agosto, settembre, ottobre e novembre anno corrente”. Adunque tre ditte bancarie (Colomba e Calcino erano soci) dovevano unire le loro forze per mettere insieme 600 mila lire e pretendevano per questo prestito una provigione del 4%, gli interessi (probabilmente non inferiori al 12% all’anno) ed il rimborso delle spese di cambio e ricambio su piazze non nominate, in alcuna delle quali il cambio oscillava spesso e forte! La gravezza di questi patti fu subito rilevata dalle finanze, che cercarono la via di sottrarvisi. Ecco infatti il seguito del contratto: “Qual propositione sia bensì stata accettata da S.A.R. per la gran premura che si haveva di tal denaro, come per suo R.B. 16 maggio diretto al Generale di finanze. Ma riflettendosi per altro che le dette finanze correvano a rischio d’un grave danno per la variatioue già altre volte provata ne prezzi de cambi stante massime l’effetto che poteva produrre l’ordine promulgato in ultimo luogo in Lione di riceversi in parte de pagamenti un terzo de’ biglietti detti della Secha, oltre che cadendo pure in tal tempo parte de’ pagamenti che dovevansi fare alli Banchieri F.lli Facio, Charrier et Grenoileau per la provisione de grani e monitioni da guerra e lettere di cambio da essi spedite per il regio servitio, per il pagamento de’ quali essi facevano gran premura, non poteva supplire detta somma di L. 600 mila e cosìsiasi stimato, prima di devenir alla stipulatione di detto contratto in conformità del suddetto Biglietto, di fare maggiori diligenze per ritrovare chi volesse far maggior imprestito di dette 600 mila et a conditioni più avvantaggiose di quelle fatte dalli suddetti signori Gamba e Comp. Et sendo entrati in negotiatione con altri sig. Banchieri e particolarmente con li sig. Facio e Charrier questi si sono offerti di fare l’imprestanza del suddetto milione, cioè L. 600 mila in contanti pagabili in maggio e giugno come sopra e le altre L. 400 mila con l’incontro de maggiori loro averi verso le R. Finanze, e per quali erano di già scaduti li termini de loro pagamenti, mediante la somma di L. 120 mila per gli aggij, provisione e cambij, che gionte al suddetto millione compongono la somma di L. 1.120 mila per venirne rimborsati, cioè per detto millione sovra il sudetto denaro de sussidij d’Inghilterra ripartitameute in agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre detto anno e le lire 120 mila d’aggio e provisione del fondo proveniente dalle Gabelle Generali repartitamente nei quartieri di settembre e dicembre prossimi et a conditione che mancandovi qualche parte del fondo d’essi sussidijvenghino li medemi rimborsati della somma mancante sovra il fondo delle Gabelle Generali e nell’istesso quartiere in quale seguirà tal mancamento. Quale offerta come creduta più avvantaggiosa sia perché le Finanze venivano ricever un maggior soccorso nell’angustie ne quali si trovavano in detto tempo, che per venir accertato l’interesse e provisione a luogo di correre il rischio dell’eccesso di cambi e ricambi che potevan occorrere sia per tanto stata verbalmente approvata dall’A. S. R. sopra la relatione fattagliene dal Generale di Finanze li 18 maggio”[37].

 

 

Si pensi: un Sovrano famoso in tutta Europa per la vittoria di Torino, godente di un prestigio grandissimo fra sudditi e nemici, che ha sempre fatto onore ai suoi impegni, che in quel torno di tempo fa emissioni di luoghi di monte al 10% durante la vita ed al 4% dopo la morte dei sottoscrittori, di tasso al 6% (cfr. par. 63 e 67), se vuole ottenere un milione di lire a prestito a breve scadenza deve sottoscrivere come una singolar grazia questi patti: far la compensazione per 400 mila lire con somme già dovute ai mutuanti, rimborsare le rimanenti 600 mila in media appena sei mesi dopo il mutuo e pagare per tanto favore un 120 mila lire tra interessi, cambi e provvigioni, ossia all’incirca il 40% all’anno di usura! E per giungere a tanto, è d’uopo suscitare la concorrenza di tre ditte, Gamba, Colomba e Calcino e Raschioira contro le altre dei Facio e Charrier e Grenoileau!

 

 

Questi banchieri in verità erano più simili a piccoli prestatori ad usura delle campagne e delle cittadine minori d’adesso, che a vere e potenti case bancarie. Gli anni di guerra costringendo il Principe a piegarsi dinanzi a loro ed a consentire interessi che in tempi normali avrebbero provocato il suo sdegno iracondo, li persuasero a sfruttare con ogni possa la momentanea congiuntura. Arti sottili furono adoprate per rendere prezioso il proprio consenso e desiderato l’aiuto pecuniario alle strettezze delle finanze. Il Gamba, a cagion d’esempio, pare si fingesse ammalato quando presentiva una domanda di prestito da parte del Groppello, per menar in lungo la pratica e ridurre il fisco meglio ai suoi voleri, sicché il Groppello, irritato, trascendeva talvolta a minaccie ed a grosse parole, quasi si trattasse di un ebreo o di un caorsino che i Principi del medio evo cacciavano in mude orribili per cavarne denaro[38].

 

 

Per togliersi dalla schiavitù dei piccoli banchieri torinesi e di quelli non meno avidi di Genova, non è spediente al quale il fisco non tentasse di ricorrere; e dopo quelloprincipalissimo di menar in lungo i pagamenti, ogni qualvolta non si temesse la diserzione delle milizie, ha gran posto la spedizione di assegni sui redditi di anni a venire. Nel nostro “quadro riassuntivo” gli assegni anticipati tengono poco posto perché giungono appena a L. 610 nel 1707, L. 30.270.17.9 nel 1708, L. 17.687.15.4 nel 1709, L. 94.976.15.4 nel 1710 e L. 160.000 nel 1713.Ma i conti dei tesorieri sono una fonte mal sicura per questo rispetto, come quelli che registrano soltanto gli assegni di cui il tesoriere ebbe ad addebitarsi, accreditandosi contemporaneamente della spesa pagata con quegli assegni. Nel maggior numero di casi gli assegni sul tasso, sul sussidio e sulle gabelle venivano consegnati a creditori dello Stato i quali doveano pensare poi a loro rischio a farsi pagare, quando fosse giunta la scadenza, dalle comunità e dai gabellieri su cui l’assegno era tratto. Perciò, se ad es. ad un appaltatore di forniture militari era dato nel 1710 a conto dei suoi crediti un assegno sul tasso del 1714 della comunità “x”, il tesoriere veniva a notizia della transazione solo nel 1714, quando la comunità “z”, avendo pagato il tasso al presentatore dell’assegno, consegnava la quietanza al tesoriere generale od a quello di milizia per non venire più un’altra volta da costoro inquietata. Quindi di molti pagamenti compiuti con assegni non rimane traccia nel “quadro riassuntivo” dei fondi dal 1700 al 1713, poiché vennero registrati nei conti di anni posteriori[39]. Era questa in sostanza una maniera di far debiti, pagando i creditori dello Stato con una promessa di pagare (assegno) ad una scadenza futura. I creditori che aveano bisogno di denaro subito potevano procacciarselo scontando l’assegno presso un banchiere; ma i più preferivano aspettare la scadenza per l’elevatezza delle usure correnti. Che lo Stato ricorresse di frequente a questa maniera di procacciarsi credito è manifesto da un conto, che negli archivi delle finanze è conservato, degli assegni anticipati tratti nel 1709, 1710 e 1711. Sono ben L. 437.705.18.3 di assegni sulle gabelle generali, L. 148.946.18.11 sul tasso, L. 43.853.3.1 sul sussidio militare e L. 1267.9 sulle gabellette[40]. Ma era uno spediente subito di mala voglia dai creditori pubblici i quali doveano attendere parecchi anni il pagamento ed erano esposti alla insolvenza delle comunità debitrici del tasso. Se le finanze erano per tal guisa sottratte alla necessità di farsi imprestare, pagando usure altissime, altre somme dai banchieri, ciò avveniva soltanto perché costoro potessero con più agio impadronirsi a vil prezzo degli assegni che i più bisognosi fra i creditori pubblici erano costretti a vendere subito.

 

 

Aveano bensì le finanze cercato altra via di sottrarsi al giogo della piccola banca locale; ma il tentativo, per il trambusto della guerra ed il difetto di un mercato internazionale del denaro, non era riuscito. Giova però farne un cenno per dimostrare le difficoltà che allora si incontravano nell’emissione di prestiti pubblici all’estero.

 

 

Il Groppello aveva progettato di ottenere a Londra un prestito di 100 mila doppie (una doppia = L. 15.15), colla garanzia degli Stati generali d’Olanda e dell’Inghilterra, oltre l’ipoteca su taluni redditi piemontesi. Il Groppello si lusingava che la garanzia dei due Stati alleati fosse facile ad ottenersi, essendo già essi debitori dei sussidi e potendo sull’ammontare di questi trattenersi le somme che avessero dovuto rimborsare per conto del Duca di Savoia. Tanto l’uno come l’altro dei due Stati non vollero però sentirne parlare, sebbene per motivi diversi. Gli Stati generali d’Olanda allegarono che giàs’erano resi garanti del pagamento di egregie somme per conto di parecchi Stati esteri e non potevano assumere nuovi impegni. Il governo inglese invece addusse “che è una cosa nuova, mai pattuita et affatto contraria alle constitutioni et massime fondamentali del regno; che tuttavia qnando non vi fosse altro difetto che quello della novità, si sarebbe fatto questo passo a favore di S. A. R., ma che vi erano delle pessime conseguenze che ne nascerebbero indubitatamente, che tutte le altre potenze alleate spesso in bisogno di denaro richiederebbero l’istessa cosa, qual posta una volta in pratica, non potrebbe rifiutarsi senza disgustare chi l’haverebbe ricevuta onde … era necessario di osservare inalterabile la massima di non contrahere simili obligationi, che a tal effetto non si era mai volsuto accordare la garantiaalli Sig. et mercanti di Londra nell’imprestito fatto all’Imperatore due anni or sono di L. st. 250.000, il che era anche un forte motivo di non farlo per l’avvenire. Si aggiunge poi che la semplice garantia della Regina [Anna] non è di alcuna forza né valore et chiunque ha la minima cognitione della constitutione di questo Governo non la riceverà; mentre la medema riceve il fondo necessario per il proprio mantenimento e della sua casa annualmente dal Parlamento et conviene che il Parlamento in questo caso faccia un atto particolare per dar autorità alla Regina di contrahere questa obligatione, il che sarà oltremodo difficile et come impossibile ottenere”.

 

 

Privo della garanzia delle due potenze alleate, il Groppellodovea incontrare difficoltà non poca nell’ottenere il desiderato prestito, quantunque Lord Godolphin, cancelliere dello scacchiere, promettesse di interporre i suoi buoni uffici per far ottenere al Duca di Savoia il desiderato prestito dai mercanti (i cosidetti “goldsmiths”) di Londra. In una prima lettera del 16 marzo 1708 l’inviato sabaudo conte di Brianzone affacciava una sola difficoltà: la tenuità dell’interesse del 5% offerto dal Groppello, la quale avrebbe impedito la conchiusione del prestito, quando a Londra i mercanti potevano ottenere correntemente il 6% su prestiti interni. In una seconda lettera a S.A.R. dell’11 maggio 1708 le difficoltà sono cresciute, anzi il momento è inopportuno per modo da sconsigliare ogni passo decisivo “essendo state molto alterate le cose concernenti il denaro … e non ancora ristabilite nel pristino stato”. Alla notizia che la flotta nemica era salpata, i capitalisti ricchi e timorosi ritrassero il loro denaro, paventando di investirlo nella compra dei fondi pubblici emessi dallo scacchiere inglese; e della penuria di denaro i goldsmiths londinesi, grandi nemici della Banca d’Inghilterra, che dalla sua fondazione, avvenuta nel 1694, grazie al privilegio dell’emissione dei biglietti, faceva una concorrenza vittoriosa alle loro operazioni di sconto, trassero partito per rifiutare l’accettazione dei biglietti della Banca. Il panico seguitone nel pubblico aveva cagionato una grande richiesta di rimborsi alla Banca, che si era quasi trovata sul punto di fallire. Il disastro era stato evitato dalla notizia giunta in tempo della fuga della flotta nemica, e dalla deliberazione della Banca di pagare il 6% d’interesse sui depositi a vista; ma appunto perciò, essendo aperto un così comodo e lucroso impiego al capitale, né il governo inglese riusciva a vendere i suoi fondi pubblici, né sarebbe stato agevole a qualunque Stato straniero contrarre un prestito sulla piazza di Londra. “Et come il sangue stramazzato e stagnante” – conclude il Brianzone la sua lettera – “causi gravi sintomi nel corpo humano, così la cessatione dell’ordinaria e continua circolatione del danaro, che èapunto il sangue e spirito vitale in un regno, ha causato uno sconvolgimento in questo che non si puol rimettere, che con qualche tratto di tempo”; e rende impossibile trattare il divisato prestito. Passano alcuni mesi; e nell’ottobre del 1708 il Brianzone torna a dar contezza delle sue trattative. Stavolta non erano più gli assalti dei banchieri privati alla Banca d’Inghilterra, cagione della crisi. I fondi pubblici erano in gran ribasso per l’incertezza in che si era rispetto all’andamento della guerra; le persone danarose coglievano l’occasione propizia per investire i loro capitali in quei fondi, quando aveano bastante ardimento, mentre i timidi li conservavano gelosamente in cassa per non correre il pericolo di perdite. Inoltre la vecchia contesa tra la East India Company e la New General East India Company era, arbitro Lord Godolphin, stata composta colla creazione di una unica United Company of Merchants of England trading to the East Indies. “Questa unione, la quale ha incontrato difficoltà indicibili, è stata finalmente conchiusa sono due settimane” -scriveva il Brianzone il 26 ottobre – “et è convenuto alla Compagnia vecchia [la East India Company] di pagare li suoi debiti che ascendono alla somma di 1 millione et 200 mila L. st., per il di cui pagamento forzata a trovar denari a qualunque prezzo”. Nemmeno l’ottobre 1708 era dunque opportuno per la negoziazione del prestito sabaudo, quantunque il Brianzone avesse già avviato pratiche con diversi mercanti per almeno quattro e forse cinque o sei mila L. st. ciascheduno. Ma sia che il momento buono non fosse mai più venuto, sia che si fosse mutato parere a Torino, del divisato prestito in Inghilterra non si sentì piùdiscorrere[41].

 


[1]A differenza delle altre tabelle relative ai fondi, calcolate sui dati primi contenuti in Einaudi, B. e C. T. 1700/713, questa tabella delle spese fu elaborata dal dott. Giuseppe Prato in Il costo della guerra, ecc. pag. 402/403. Per porla in armonia colle nostre tabelle dei fondi, le quali recano i fondi al netto dalle spese di esazioue, noi togliemmo dalla tabella compilata dal dott. G. Prato le cifre relative alle spese di esazione dei tributi. Parimenti, siccome noi tenemmo conto, oltreché dei dati dei tesorieri, anche di dati provenienti da altra fonte, aggiungemmo alle spese quelle fatte per mezzo degli ambasciatori a Londra ed all’Aja. Finalmente elaborammo i dati assoluti, così modificati, trasformandoli in cifre proporzionali ed in numeri indici nella maniera descritta a suo luogo nel testo (cfr. pagg. 342/43). È notevole la concordanza che si riscontra fra il totale dei fondi che dal 1700 al 1713 furono di L. 211.197.991.6.6 ed il totale delle spese in L. 212.611.596.12.8. Ove si rifletta che questi totali sono il risultato di una elaborazione fatta in guisa indipendente, per i fondi dallo scrivente e per le spese dal dott. G. Prato, e, quel che più monta, sui dati ricavati da centinaia di conti presentati da qualche decina di tesorieri e contabili che non avevano nulla a che fare l’uno coll’altro e i cui conti non hanno verun legame tra di loro e son redatti talvolta in lire piemontesi, tal’altra in monete monferrine, o in sacchi di grani o in oncie d’oro o d’argento, ecc., la lieve differenza di L. 1.413.904.6.2 dimostra che i nostri calcoli condussero ad un risultato, oltre ogni speranza, esatto. Poiché uno scarto del 0.66 per cento appena tra fondi e spese, oltre a potersi facilmente spiegare per ragioni contabili, affatto trascurabile ove si ricordi la derivazione da fonti svariatissime dei dati che fu d’uopo elaborare.

[2]G. Prato, “Il costo della guerra”, ecc., pag. 382.

[3]I brani dalle lettere riportate nel testo sono tratti da A. S. F. seconda a., Capo 54, “Registro lettere Piemonte”, n. 23.

[4]A. S. F. prima a. “Finanze, Intendenze e loro Segretarie”, M. primo, n. 8. “Relatione fatta dai signor Generale di Finanze del viagio fatto a Ceva et altri luoghi dei Piemonte.

[5]A. S. F. prima a. “”Finanze, Intendenze e loro Segretarie”, M. primo, n. 8. “Memoria istruttiva al Primo Ufficiale di Finanze pel regolamento d’esse pendente l’absenza del Generale”.

[6]Cfr. il R. B. del 15 giugno e l’istruzione del Groppello del 16 giugno 1706 in A. S. M. E. Finanze, M. quarto, n. 28.

[7]A. S. F. seconda a. Capo 57, “Lettere diverse”, n. 658.

[8]A. S. C. “Sessioni Camerali”, vol. 1703 in 1705, sotto la data del 16 giugno 1704.

[9]A. S. C. “Sessioni Camerali”, vol. 1705 in 1707, sotto la data del 3 novembre 1705.

[10]A. S. F. seconda a. Capo 48, “Ricorsi e Pareri”. Sono parecchi registri in foglio. Citeremo fra parentesi nel testo con numero romano il registro e con numero arabico la pagina.

[11]Che i Piemontesi e sopratutto gli Imperiali e le loro truppe ausiliarie non fossero da meno dei franco ispani in quanto a saccheggi ed a devastazioni, ricavasi da molte fonti. Qui citiamo, a cagion d’esempio, questa sola lettera del primo segretario di Stato Carron di S. Tomaso al generale delle finanze Groppello: “S.A.R. è stata informata che si cometono continui gravissimi disordini dalle truppe alemane rimaste in Piemonte, con saccheggi formali de Villaggi sotto pretesto d’andar al foraggio. L’A.S.R. però lo sente molte male e m’impone di scrivere a nome suo a V.S. ch’ella faccia formar dei verbali in tutti i luoghi ove sono stati commessi gli eccessi. Quali verbali dovranno essere in buona forma e ben distinti con moltiplicità di testimoni, con espressione de’ danni a’ quali assendono e de’ generi de’ medemi, prescindendo del foraggio e bosco, il quale, com’ella sa, non deve esser compreso. È pure intentione di S.A.R. che si facciano de’ verbali a parte per le truppe ausiliarie, separatamente da quelle dell’Imperatore. So che V.S. dirà darsi questa distintione per molto difficile e quasi impossibile, per esser forsi il più delle volte mescolati insieme gli Ausiliari co’ Cesarei; ma nulla è impossibile a V.S. che sa far dell’impossibile il possibile; il che fatto S.A.R. desidera che ella mandi un ristretto di ciò a che rilevono tutti i danni di cadun luogo, colli medesimi verbali, al che V.S. farà travagliare indilatamente”. Lettera del 19 agosto 1707 in A. S. F. seconda a. Capo 57. “Lettere diverse”, n. 659.

[12]Cfr. per la zona circostante a Torino FERDINANDO RONDOLINO. “Vita Torinese durante l’assedio 1703/707, estratto dalle Campagne di guerra in Piemonte 1703/708, pubblicate dalla R. Deputazione di Storia Patria, vol. VII. Parte Miscell. T.I. Capitolo “Devastazione del territorio”, pag. 291/325.

[13]Il documento si trova in varie copie negli archivi di Torino citiamo A. S. F. prima a. “Somministrazioni, alloggi militari e caserme”, M. primo, n. 10, col titolo: “Stato de’ danni patiti dal Piemonte nella presente guerra, cioè da ottobre 1703 sin per tutto il 1710 risultanti dalle testimoniali giudiciali fatti avanti gli ordinari de’ luoghi e mandati alli Direttori delle Provincie, da’ quali sono poscia stati trasmessi all’Ufficio generale delle Finanze”. Su questo documento e su altri che si possono di esso reputarsi allegati, ha condotto un diligente studio il dott. De Rege De Donato; e la sua monografia sarà pubblicata in “Campagne di guerra Piemonte”, ecc.

[14]Sui danni totali sofferti dai popoli del Piemonte per causa della guerra abbiamo istituito un calcolo approssimativo nei parr. 104 e 105.

[15]A. S. C. “Sessioni Camerali”. Registro del 1705 in 1707, sotto la data del 9 ottobre 1706.

[16]A. S. F. seconda a. Capo 54. “Registro lettere Piemonte”, n. 23.

[17]A. S. F. seconda a. Capo 57. “Lettere diverse:, n. 655. Lettere di Ressano a Groppello da Conflans in data del 25 novembre 1703 e del marchese di Sales a Groppello in data del 7 novembre 1703.

[18]A. S. F. seconda a. Capo 54. “Registro lettere Piemonte”, n. 23, lettera del 15 febbraio 1705. Vedi altra lettera del Groppello al conte Maffei dell’8 febbraio 1705 relativa alla comunità di Burgone. Anche la Camera dei Conti pei beni dei benefici vacanti in quel d’Ivrea e Vercelli è richiesta dagli affittuari di dare il consenso al pagamento delle contribuzioni ai nemici. Essa non obbietta nulla in principio; ma vuole sapere la somma precisa delle contribuzioni richieste e se gli affittuari hanno pagato i tributi dovuti a S.A.R. per il tempo di suo dominio. Cfr. A.S.C. “Sessioni Camerali” Registro 1705 in 1707, sotto la data del 29 ottobre 1705.

[19]Cfr. il caso di Cavour narrato da IRENEE LAMEIRE, “Les occupations militaires en Italie pendant les guerres de Luis XIV, Paris, 1903, pag. 272.

[20]Così si argomenta dal tenore dell’Istrutione (schizzo di …, con molte correzioni) al conte senatore Balegno incaricato di liquidare le debiture delle comunità dal 1703 a tutto il 1710. L’istruzione è del 21 aprile 1712 e recita fra l’altro: “In riguardo poi alle contributioni pagate a’ Nemici contraporrete parimenti al debito d’essi Reliquati quelle che sono state pagate in tempo dell’occupazione; e separatamente quelle altre pagate di partecipazione nostra in tempo che non v’era tal occupatione”. Dal che si vede che la partecipazione nostra ossia il consenso sovrano faceva d’uopo solo per le contribuzioni pagate dalle comunità non occupate materialmente dal nemico. Cfr. A. S. F. prima a. “Finanze, Intendenze e loro Segreterie”. M. 1, n. 11.

[21]A. S. F. seconda a. Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23. Lettera di Groppello al giudice Grandi di Andorno e Valli dell’11 febbraio 1705.

[22]A. S. F. seconda a. Capo 59. Registro occorrenze giornaliere Finanze, n. 2, alla data del 14 marzo, 11 agosto e 2 ottobre 1701. Cfr. anche EINAUDI, B. e C. T. 1700/713, pag. 154.

[23]Con le istruzioni del 21 aprile 1712 citate nel precedente.

[24]A. S. F. prima a. Somministranze, Alloggi Militari e Caserme, n. 11 R.B. alla Camera senza data (ma del 1712). In allegato il quadro riprodotto nel testo.

[25]Costrutta sui conti da noi elaborati del ricevitore del general comparto dei grani in EINAUDI, B. e C. T. 1700/713, pag. 202/203 e 218/219. Le cifre sono in sacchi e si trascurarono le suddivisioni minori.

[26]A. S. Cout.SorieBilanci Fondi, n. 6.

[27]Il che risulta dai lavori preparatori compiuti per la compilazione della tabella contenuta nel testo, lavori che si leggono in A. S. F. seconda a. Capo 9, n. 101. Memoria dei Redditi Finanza. Relativo allo spoglio dell’anno 1718. Da questo volume si traggono le altro notizie contenute nel testo.

[28]Nol par. 103 (pag. 413) i reliquati dei fondi straordinari esatti dopo il 1713 furono calcolati in 9 milioni di lire; ma vi si compresero le somme incassate a titolo di capitazione in Savoia, di cui non si fa qui sopra nel testo menzione e furono invece esclusi i reliquati sui tributi ordinari che non avevano nulla a che fare col calcolo istituito nel par. 103.

[29]A. S. F. seconda a. Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23.

[30]A. S. F. seconda a. Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23.

[31]Vedi il contratto delle finanze col barone Gamba, che stipulava poi a suo nome coiParetti, in A. S. F. Capo 40. “Registro memorie e contratti 1703 al 1708”, n. 6, pag. 57 verso. Le finanze si obbligavano a pagare al Gamba L. 42.500 di Piemonte all’anno, comprendendo in questa somma gli interessi, cambi e ricambi sul mutuo ricevuto di L. 500.000 di Genova, corrispondenti a L. 421.052.12.3 di Piemonte.

[32]A. S. F. seconda a. Capo 58, n. 162, “Registro Biglietti S.M. 1708 in 1713”. R.B. 18 novembre 1711.

[33]A. S. F. seconda. a. Capo 57. Lettere diverse, n. 657. Lettere dall’Haia del 2 febbraio 1705 del marchese del Borgo a Groppello; e la risposta in data 14 febbraio di Groppello al marchese del Borgo, ivi, Capo 54. Registro lettere Piemonte, n. 23.

[34]A. S. F. seconda a. Capo 57. “Lettere diverse”, n. 656. Lettera del marchese del Borgo a Groppello dall’Haia l’8 aprile 1704.

[35]A. S. F. seconda a. Capo 40. Registro memorie e contratti, n. 6, pag. 52 verso e 81 recto.

[36]Contratto fra il patrimoniale generale Rombellied il banchiere G.B. Facio del 27 ottobre 1706, in A. S. F. seconda a. Capo 40. “Registro memorie e contratti”, n. 6, pag. 82 verso.

[37]Contratto con li signori banchieri Facio e Charier per l’imprestanza fatta alle R. Finanze d’un miglione di lire, tra il patrimoniale generale Fecia di Cossato e i banchieri Gio. Batta et AutonioFacio, Charrier e Grenoileau il 31 agosto 1707, in A. S. F. seconda a. Capo 40. Registro memorie e contratti, n. 6, pag. 145 verso.

[38]A. S. F. seconda a. Capo 58. R. Viglietti, n. 158, R.B. da Crescentino al Groppello del 16 giugno e dell’1 agosto 1704; e Capo 54. Registro lettere Piemonte n. 23. Lettera di Groppello al conte Maffei del 12 marzo 1705 in cui si parla di “una capellata nelle forme al banchiere Gamba, che è stato convinto del suo errore”.

[39] Abbiamo dovuto dare questa spiegazione d’indole contabile per mettere in chiaro la natura degli “assegni anticipati di tasso”. Per le questioni relative alla contabilità dell’epoca, cfr. EINAUDI, B. e C. T. 1700/1713, e specialmente il par. 11, pag. 78.

[40]A. S. F. seconda a. Capo 62, n. 23. Registro assegni anticipati sovra le gabelle generali, tasso e sussidio dal 1709 al 1711.

[41]Cfr. in A. S. F. seconda a. Capo 57. Lettere diverse, n. 660, la lettera del conte di Brianzone da Londra del 16 marzo 1703 a Groppello, copia di lettera dell’11 maggio 1708 a S.A.R., e la lettera del 26 ottobre 1708 a Groppello. Quanto alle Vicende della Banca d’Inghilterra ed alla fusione delle due compagnie rivali delle Indie in quel torno di tempo, cfr. altresì W. CUNNINGHAM, The growth of English industry and commerce in modern Times, Part. I, pag. 268 e 439 e segg., Cambridge, At the University Press, 1903.

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