Il bilancio di Londra nel giudizio dei principali protagonisti: i coefficienti del successo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 19/08/1924

Il bilancio di Londra nel giudizio dei principali protagonisti: i coefficienti del successo

«Corriere della Sera», 19 agosto 1924[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 799-803

 

 

 

Alla seduta di chiusura di Londra, alta e frequente sovra tutte risuonò sulle labbra degli oratori la parola: arbitrato. Non a caso, perché la parola riassume, meglio di tutte, il risultato principale ottenuto dalla conferenza: gli accordi – quali che essi debbano essere giudicati sostanzialmente; e, tendendo essi all’attuazione del rapporto Dawes, erano già dall’opinione pubblica mondiale considerati gli ottimi possibili nel momento presente gli accordi, dunque, non furono imposti, ma arbitrati. Non più il vincitore che pone il piede sul collo al vinto e lo costringe a firmare; ma uguali di fronte ad uguali, i quali discutono e vengono a transazioni capaci di soddisfare tollerabilmente amendue le parti. Dalla conferenza di Londra rimase assente lo spirito nazionalistico, che pone il proprio paese al disopra di tutti gli altri, che non pone limiti alla propria sicurezza ed è cieco innanzi alle esigenze di quelle altrui, che vuole per sé i fiumi, i mari, il carbone, il ferro, le materie prime e quelle lavorate e concepisce il mondo come creato per servire al proprio impero e gli uomini parlanti un’altra lingua come privi di qualunque diritto, fuor di quello di apprestare ricchezze agli eletti della razza imperiale. Tornò ad aleggiare lo spirito universale della necessità della coabitazione, della tolleranza, delle limitazioni reciproche. Bene disse MacDonald che questo di Londra è il primo trattato vero di pace perché discusso e consentito dagli antichi vinti con la consapevolezza dei sacrifici a cui essi si sottomettono e dai vincitori con la coscienza dei limiti ai quali può giungere il diritto della spada.

 

 

Se questo risultato consensuale poté essere raggiunto, ciò accadde perché a Londra sedette per un mese non una conferenza di capi di governo, ansiosi ognuno di tornare in patria con il bottino più vistoso possibile, ma un parlamento di delegati di nazioni, soggetti al controllo quotidiano di profonde e contrastanti correnti di opinioni nazionali. L’ebrezza imperialistica della vittoria aveva nel 1919 fatto dar di volta ai cervelli. Ogni paese attendeva da Parigi miliardi senza numero e territori immensi. Dalla pace ognuno attendeva la palingenesi del mondo e l’arricchimento privato. Perciò tutti furono delusi per non aver potuto ottenere tutto; e per un pezzo nessun governo osò rinunciare ad una benché minima frazione del bottino che era stato scritto sulla carta e già era stato ipotecato e si andava consumando in patria per fini più o meno importanti. Ad ogni conferenza seguita alla pace di Versaglia, nessuno dei governi alleati voleva spingere la discussione fino al punto di una rottura con la Francia. La Germania era chiamata solo in fine per ascoltare, a capo chino, la sentenza. Erano, per lo più, sentenze interlocutorie, date allo scopo di guadagnar tempo, salvar l’intesa e preparare il terreno alla sentenza definitiva.

 

 

Questa volta non più. I popoli europei sentivano che si giocava una solenne partita decisiva. Stanchi di promesse non mantenute, vollero che si discutesse sul serio una pace accettata. L’ansia diffusa nei popoli verso una pace, il desiderio che questa uscisse fuori da un accordo tra popoli e non dall’imposizione dei vincitori sui vinti, fu dunque il primo coefficiente di successo. Il secondo fu la relativa inesperienza dei due leaders MacDonald ed Herriot. Uomini nuovi al governo, essi non avevano sulla punta delle dita la tecnica intiera dei trattati e delle riparazioni; non erano imbarazzati dai precedenti minuziosi che in questa materia si sono già creati ed aggrovigliati. La folta schiera dei periti reduci da precedenti conferenze, agguerriti da una lunga pratica di faccende europee fu a Londra preziosissima; ed è ragion di orgoglio per l’Italia di aver partecipato brillantemente al lavoro concreto di definizione e risoluzione dei problemi posti dinanzi alla conferenza. Senza dubbio però la verginità «europea» di MacDonald e di Herriot li salvò dall’incubo opprimente dei precedenti e li incoraggiò ad avere ed attuare la volontà di uscir fuori una buona volta dal ginepraio inestricabile.

 

 

Giovò ad essi e giovò altresì al cancelliere tedesco Marx di essere politicamente deboli nel proprio parlamento. Ognuno di essi sapeva che le opposizioni li aspettavano al varco di un insuccesso per sbatterli di seggio. Bastava una mozione di Asquith per costringere MacDonald alle dimissioni; al margine delle sinistre francesi vi sono gruppi pronti, ove la loro voce non sia ascoltata, a consentire la creazione di un governo di centro; e la situazione politica tedesca è notoriamente instabilissima. Ciò rendeva i primi attori inquieti ed ansiosi di non lasciar fuggire l’occasione di un successo. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, anche il delegato degli Stati uniti desiderava di offrire al partito repubblicano la dimostrazione che l’Europa si avviava, grazie al rapporto del generale Dawes, candidato alla vice-presidenza, e grazie all’aiuto dei banchieri americani, verso la pace vera e verso la ricostruzione.

 

 

Il desiderio di rafforzare la propria posizione politica interna si identificava, per i primi ministri, colla necessità di tradurre in fatto il volere delle proprie maggioranze ed insieme di non offendere troppo vivamente le idealità delle opposizioni. I governi di MacDonald e di Herriot sono il frutto di una profonda rivulsione elettorale contro l’imperialismo, contro lo spirito di conquista, contro le tendenze agli armamenti. Partito del lavoro e partito liberale in Inghilterra, partito radicale e socialista radicale in Francia vogliono gli accordi, gli arbitrati. Anche in Germania il governo attuale si fonda sull’appoggio dei partiti repubblicani, disposti alla politica di esecuzione dei trattati di pace. Ma in nessuno di questi paesi il governo è tanto forte da poter affrontare in parlamento e sui giornali l’accusa di avere manomesso qualche sostanziale interesse del paese. Di qui la necessità, per i primi ministri, di sentire le opposizioni, di ritornare nelle proprie capitali per riabbeverarsi alle fonti della pubblica opinione; di qui tutto quell’agitarsi di gruppi, di persone, di partiti che da Parigi e da Berlino misero in forse ripetutamente il successo della conferenza di Londra.

 

 

Ebbene, tutto ciò darà ai deliberati di Londra quella forza morale che mancò ai deliberati delle precedenti conferenze ed a quelli dell’assemblea della Società delle nazioni di Ginevra. Dietro a questi corpi non c’era e non esiste ancora quell’imponente interessamento dell’opinione pubblica, quell’agitarsi di partiti e di giornali che trasformarono per un mese gli uomini radunati a Londra nei veri rappresentanti del mondo.

 

 

AI successo pieno della conferenza di Londra mancò tuttavia un fattore essenziale: la discussione di un problema che interessa l’Europa almeno altrettanto quanto quello delle riparazioni: il problema dei debiti interalleati. A quanto riferirono i comunicati ufficiali, il ministro francese Clementel pare sia riuscito a strappare a MacDonald la promessa di una conferenza interalleata a Parigi dopo le elezioni presidenziali americane. Ma non si sa nulla delle idee del signor Snowden, il cancelliere dello scacchiere più arcigno che, su questo punto, abbia diretto la tesoreria britannica dopo l’armistizio. Gli Stati uniti si sono affrettati a ribadire l’antica affermazione della mancanza assoluta di nesso tra le riparazioni ed i debiti interalleati; ed il signor Snowden pare faccia eco, quasi che l’Inghilterra non possa fare nulla se gli Stati uniti si rifiutano a trattare. Un gran passo indietro dal giorno in cui sostanzialmente il signor Bonar Law offriva, indipendentemente dagli Stati uniti, la remissione quasi intiera dei crediti inglesi a condizioni le quali paiono attuate coll’esecuzione del rapporto Dawes! L’ostinazione americana e – si vorrebbe poter non aggiungere – quella inglese hanno davvero dell’inconcepibile. Quale scopo perseguano le nazioni anglosassoni con la marcata presente politica di favoreggiamento verso la Germania – prestiti larghi per la ricostruzione finanziaria e monetaria a base di prezzi oro – e di indifferenza verso gli antichi alleati, a cui affettano di chiedere pagamenti che li spingerebbero verso la svalutazione del franco e della lira e verso il caos finanziario che ieri sembrava per la Germania tanto spaventoso, davvero non si capisce. Il rimedio alla incomprensione dei nostri bisogni non potrà non essere quello medesimo che giova alla Germania: aperta pubblica discussione, movimenti profondi di opinione, interessamento degli uomini di governo. Il meccanismo per la soluzione dei problemi internazionali ha dimostrato di essere vivo e combattivo e fecondo. Si chiami Londra o Parigi o Ginevra, il parlamento internazionale esiste e dinanzi ad esso non potrà non essere portato e risoluto il problema che, dopo quello delle riparazioni, più tiene in ansia due popoli che nella guerra profusero sangue e ricchezza. Italia e Francia hanno diritto di portare dinanzi a questo parlamento il problema dei debiti interalleati.

 

 



[1] Con il titolo I coefficienti del successo [ndr].

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