Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Il bilancio inglese: osservazioni e confronti italiani

«Corriere della Sera», 6 maggio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 260-265

 

 

 

Due fra le tre industrie italiane colpite dai nuovi dazi doganali inglesi sembra, a quanto si può giudicare da indici esteriori, come le quotazioni di borsa, non si siano impressionate troppo: l’industria automobilistica e quella della seta artificiale. A quanto si sente dire, l’industria automobilistica italiana è in grado di sopportare l’onere del dazio inglese del 33⅓ ad valorem: 1) saturando quel mercato fino all’1 luglio con le vetture disponibili; 2) importando, appena si potrà, le parti separate invece della vettura intiera e fabbricando, con proprie filiali, gli accessori e la carrozzeria in Inghilterra, così da limitare il dazio alle parti essenziali importate dall’Italia; 3) aumentando alquanto il prezzo di vendita sul mercato inglese il che pare possibile sovratutto per le marche introdotte ed apprezzate in Inghilterra. La vettura italiana, anche aumentata di prezzo, costerà sempre meno della macchina inglese, per due ragioni, di cui una transitoria e l’altra che è augurabile acquisti sempre maggiore importanza. Transitoriamente, e finché il livello dei prezzi e quello dei salari italiani non si siano uguagliati ai prezzi e salari anglosassoni, a cui, tradotti in moneta oro, sono inferiori, l’industria nazionale gode di un vantaggio sulle concorrenti estere. Frattanto, l’organizzazione tecnica dell’industria automobilistica italiana ha compiuto progressi notevoli in confronto di quella inglese; sicché la nostra industria può guardare senza apprensione all’ostacolo del dazio. Questa è una causa permanente di minor costo; che è merito degli industriali italiani aver creata ed è augurabile che essi sappiano accentuare sempre più.

 

 

La minaccia del dazio sulla seta artificiale è meno grave di quanto si credette subito poiché, contrariamente a quanto si suppone pose alle prime notizie, se i filati italiani di seta artificiale pagheranno, entrando in Inghilterra, un dazio di 3 scellini per libbra (circa 40 lire per chilogrammo), anche i filati inglesi della medesima seta pagheranno un’accisa (da noi si dice imposta di fabbricazione) di 2 scellini e 6 pence (circa 33 lire per chilogrammo). Il vero onere differenziale contro cui la seta artificiale dovrà lottare sarà perciò di sole 7 lire per chilogrammo. Ostacolo non lieve; ma che i nostri produttori sperano poter superare.

 

 

La più bistrattata di tutte è l’industria della seta naturale, la quale dovrà pagare dazii variabili da 1 scellino a 6 pence per libbra (circa 20 lire per chilogrammo) per i bozzoli ed i cascami sino a 7 scellini e 9 pence per libbra (circa 100 lire per chilogrammo) per i tessuti più fini contenenti seta. Dico più bistrattata, poiché in questo caso non consta che l’industria nazionale inglese debba pagare alcuna corrispondente imposta di fabbricazione. Ancor più dell’industria italiana, patirà la fabbrica lionese, la quale aveva, per i tessuti fini, un ottimo mercato in Inghilterra.

 

 

Le novità introdotte nelle imposte inglesi hanno, come al solito, destato un certo interesse in Italia; sebbene il modo con cui sono giunte da noi le notizie non abbiano consentito probabilmente al pubblico di formarsene un’idea precisa. All’infuori dell’interesse di pura curiosità, le imposte dei paesi creditori fanno sorgere nel pubblico dei paesi debitori la domanda: è vero che gli inglesi siano schiacciati veramente dalle imposte assai più di noialtri debitori ed è reale perciò il fondamento morale, da essi allegato, di un rimborso da parte nostra?

 

 

La risposta a questa domanda è difficilissima a darsi in modo assolutamente preciso, perché non è agevole paragonare sistemi tributari differenti. All’incirca noi possiamo tuttavia ammettere come pacifico che le imposte sui consumi, quelle di bollo e registro, compresa l’imposta successoria, siano più pesanti in Italia che in Inghilterra. Quelle sui consumi sono indubbiamente più numerose e gravi in Italia e sono esatte con tutta esattezza. In Italia non esiste più nel gruppo famigliare l’imposta successoria; ma giova ricordare che l’imposta successoria inglese che fu aumentata testé dal Churchill, è una cosa tutta diversa dalla successoria italiana colpisce l’intiero patrimonio del defunto, come massa unica, qualunque sia il grado di parentela, invece delle singole quote ereditarie. Andrà, è vero, dopo i proposti aumenti, dall’1 al 40%; ma per i patrimoni fino a 1,2 milioni di lire italiane non supererà il 4%; per quelli di 3,6 milioni di lire italiane sarà del 10%; sarà del 20% per i patrimoni di 15 milioni di lire italiane; del 30% per quelli di 120 milioni; e del 40% per i patrimoni di 240 milioni e più. La gran massa dei contribuenti italiani sarebbe felice di scambiare le nostre indiavolate tasse di registro, le quali, ad ogni trapasso, portano via il 10% del valore dello stabile trasferito, con questa patrimoniale esatta al momento della morte.

 

 

Probabilmente, il confronto residuale più significativo tra ciò che pagano i contribuenti inglesi e ciò che è pagato dagli italiani si può fare nel campo delle imposte sul reddito. Anche qui, le trappole per il maniaco di confronti internazionali sono numerose; ma le recenti riforme italiane hanno reso il confronto meno irto di difficoltà.

 

 

In Inghilterra, le imposte di cui si deve tener conto sono due: l’imposta sul reddito (income-tax) la quale colpisce, con aliquota generale ridotta dal Churchill dal 22,50 al 20%, le varie specie di redditi, e corrisponde all’insieme delle italiane imposte sui terreni, sui fabbricati, di ricchezza mobile e sui redditi agrari, le quali da noi sono pagate colle seguenti aliquote generali:

 

 

Proprietari di terreni

3,33%

Proprietari di fabbricati

10%

Capitalisti puri

24%

Industriali e commercianti

18%

Professionisti

16%

Impiegati privati

12%

Impiegati pubblici

10%

Reddito agrario dei proprietari di terreni

10%

Reddito agrario dei mezzadri e coloni

5%

 

 

Ho dovuto dire che l’aliquota pagata dai proprietari di terreni è del 3,33% e non del 10% come è scritto nella legge; e ciò in conformità del decreto, il quale dichiara che il reddito imponibile dei terreni è valutato in lire oro e moltiplicabile per tre; restando quindi divisibile per tre l’aliquota, se si vuole tenere invariato il reddito.

 

 

Anche l’imposta sul reddito inglese è divisa in categorie o schedule, le quali corrispondono alle varie nostre imposte ed alle categorie dell’imposta di ricchezza mobile; ma tra l’una e l’altra categoria c’è differenza di aliquota, solo per ciò che i redditi di lavoro ricevevano un abbuono del decimo ed ora riceveranno un abbuono del sesto in confronto ai redditi di capitale.

 

 

Al disopra dell’imposta sul reddito, in Inghilterra c’è l’imposta complementare o supertax, la quale va dal 3,75% per le prime eccedenze oltre 2.000 lire sterline di reddito totale fino al 30% per le eccedenze oltre le 30.000 lire sterline. In Italia, al disopra delle imposte reali o generali ora citate, c’è pure l’imposta complementare; la quale va dall’1% per i redditi di 3.000 lire nette imponibili al 10% per i redditi di 1 milione di lire o più.

 

 

Numerose detrazioni, variabili nei due paesi, per carichi di famiglia e per redditi minimi, complicano, insieme con la varietà delle aliquote, i confronti.

 

 

Per giungere a risultati approssimativamente esatti, assumo a scopo di paragone le seguenti ipotesi:

 

 

  • che ai redditi di capitale della tariffa inglese si debbano paragonare i redditi dei capitalisti puri (cat. A della ricchezza mobile) della tariffa italiana. I proprietari di terreni e di fabbricati pagano, è vero, di meno allo stato; ma pagano assai più alle province ed ai comuni; cosicché le partite si compensano;
  • che ai redditi di lavoro della tariffa inglese corrispondano i redditi dei professionisti della tariffa italiana;
  • che, essendo in Italia le categorie più numerose che in Inghilterra, si debba tener conto altresì dei redditi degli industriali e dei commercianti, categoria mista, la quale sta di mezzo alle due categorie inglesi;
  • che il peso delle due complementari, inglese ed italiana, debba essere aggiunto al peso delle imposte base o reali, facendo alcune ipotesi arbitrarie, che qui non posso giustificare, intorno alle varie specie di detrazioni che si debbono fare dal reddito. Tradurrò le lire sterline in lire italiane al cambio corrente, arrotondato, per semplicità di calcolo, a 120.

 

 

Fatte le quali ipotesi ed eseguiti i debiti scongiuri per gli errori possibili, ecco il confronto:

 

 

Redditi in lire italiane

Redditi di lavoro puro

Redditi misti di industr. e comm.

Redditi di capitale puro

Inghilterra %

Italia %

Italia %

Inghilterra %

Italia %

1.000

9,60

10,80

24

2.000

12,80

14,40

24

5.000

16

18

24

10.000

16,61

18,61

24,61

15.000

16,72

18,72

24,72

20.000

16,92

18,92

24,72

30.000

17,09

19,09

1,04

25,09

60.000

3,75

17,42

19,42

6,46

25,42

120.000

10

18,11

20,11

13,33

26,11

240.000

14,16

18,78

20,78

16,66

26,78

360.000

17,50

19,67

21,67

19,16

27,67

600.000

22,29

20,48

22,48

23,33

28,48

960.000

27,70

21,34

23,34

28,33

29,34

1.000.000

21,48

23,48

29,48

2.400.000

36,87

21,48

23,48

37,29

29,48

6.000.000

44,37

21,48

23,48

44,37

29,48

12.000.000

47,08

21,48

23,48

47,29

29,48

18.000.000

48,12

21,48

23,48

48,12

29,48

 

 

Saltano agli occhi le differenze tra i due metodi: in Italia la tassazione comincia molto più in basso ed è subito assai elevata. In Inghilterra le esenzioni alla base sono larghissime e per giungere ad aliquote paragonabili alle nostre bisogna arrivare ai redditi di 600.000 lire all’anno o giù di lì. La nostra aliquota cessa di crescere al milione; mentre l’aliquota inglese continua a salire fino ai 18 milioni di lire.

 

 

Per giustizia, bisogna osservare che si sarebbe dovuto tener conto, in Italia, della imposta straordinaria sul patrimonio, che in Inghilterra non esiste, e che avrebbe fatto aumentare notevolmente le aliquote italiane dei redditi misti e di capitale puro, sì da sostenere benissimo il paragone con le aliquote inglesi dei gradi alti. Non ho voluto tuttavia farmi tacciare di confondere insieme imposte ordinarie e quelle straordinarie.

 

 

In conclusione, pare si possa sostenere che, dopo le recenti riforme, il peso delle imposte è, per i contribuenti che ci sono nei due paesi, notevolmente superiore in Italia. S’intende, facendo i confronti sulla stessa linea di redditi. Pagano forse di più, ove si astragga dalla patrimoniale italiana, i ricchi inglesi dei corrispondenti ricchi italiani. Il punto si è che i ricchi inglesi ci sono e numerosi; laddove se il tesoro italiano fondasse le sue speranze soltanto sulle persone provvedute da 30 o 60.000 lire di reddito in su, rimarrebbe con un pugno di mosche. Nei paesi poveri, come l’Italia, bisogna scendere assai più in giù nella tassazione, di quanto non si possa fare nei paesi ricchi. E poiché i poveri ed i mediocri patiscono molto le imposte, si può affermare che la pressione tributaria è più sentita in Italia che in Inghilterra.

 

 

Torna su