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Risorgimento liberale

Il Blocco nazionale a Campobasso. L’aiuto dello stato è strumento di solidarietà. Un elevato messaggio di Einaudi al comizio tenuto dagli on. Morelli e Colitto

«Risorgimento liberale», 13 aprile 1948

 

 

 

Caro On. Morelli,

 

 

Avrei voluto avere l’onore di essere con Lei e con gli amici insigni molisani mentre essi fanno appello, in nome della grande idea liberale, agli elettori della regione desiderosi di inviare al parlamento uomini intenti a servire, insieme con quelli locali e regionali, gli interessi più alti della nazione intera. Noi settentrionali abbiamo conosciuto la grande tradizione politica del Molise, riandando primamente le cronache degli anni in cui i profughi delle sanguinose rappresaglie del 1799 in Napoli, calcando le vie dell’esilio, giunti a Milano prendevano parte alle accese discussioni politiche di quel tempo. Tra quei giovani pensosi spiccavano i nomi di Gabriele Pepe e di Vincenzo Cuoco, e non è senza commozione che mi accadde un giorno di mettere le mani a riporre tra i libri della mia biblioteca una copia in edizione originale (Milano, 1801) dei tre volumi del suo famoso Saggio storico sulla rivoluzione napoletana: grande saggio, testimonianza di un pensiero politico originale e fecondo. Quel pensiero, attraverso i moti del 1821 e del 1848, si trasmise alle nuove generazioni di meridionali, i quali, uniti ai miei piemontesi, anch’essi passati attraverso a prove dolorose, riuscirono poi alla meta della unificazione italiana.

 

 

Oggi, usciti fuori da rinnovate durissime prove, dobbiamo ancora una volta, uomini di tutte le regioni, collaborare alla ricostruzione dell’Italia. In questa opera di ricostruzione il mezzogiorno ha oggi il primo luogo. Scrisse Carlo Cattaneo, grande scrittore e politico del Risorgimento, che l’agricoltura della sua Lombardia così progredita fin dai suoi giorni, or son più di cent’anni, era il risultato di una creazione che era una costruzione; ché, lungo i secoli, gli agricoltori lombardi avevano trasformato le paludi micidiali in prati irrigui, quasi costruendo passo a passo il terreno, spianando elevazioni, colmando avvallamenti e conducendo le acque da lontano a trasformare in opime terre prima sterili. Miracoli non meno grandi si contemplano ad ogni passo nei giardini, nei vigneti e negli agrumeti costruiti, tra sassi e dirupi, sulle coste meridionali del Tirreno e lungo la fascia marittima siciliana.

 

 

Ma urge ed importa all’Italia intiera che i miracoli compiuti dal paziente contadino del Mezzogiorno per rendere la sua terra produttiva di olio, di vino, di mandorle e di agrumi si compiano altresì nelle zone agrarie interne, là dove ancora imperversa la malaria e dove le terre nude e dilavate di quell’Italia che gli antichi denominavano calva, troppo scarso frutto danno agli operosi loro coltivatori. Sistemazione di terre denudate con imbrigliamenti e rimboschimenti, sistemazioni di fiumi e torrenti impetuosi, sicché l’acqua devastatrice si muti in feconda ed acqua sia data alle sitibonde popolazioni e forza motrice alle nascenti ed auspicate nuove industrie; costruzione di strade necessarie per condurre ai mercati i prodotti del suolo; ecco l’opera che i singoli non possono affrontare ove siano stati abbandonati alle sole loro forze, ed a cui essi debbono essere incoraggiati mercé l’aiuto dello Stato. Aiuto che non è elemosina largita ad incapaci e neghittosi; ma strumento di solidarietà fraterna offerta dai più forti ai più deboli che da per sé non potrebbero rizzarsi in piedi, ma che, grazie all’incoraggiamento iniziale, hanno l’animo per compiere poi da soli lunga strada a vantaggio proprio e della cosa comune.

 

 

Ma non voglio tediarla più a lungo, caro Morelli, nell’elencare le maniere nelle quali lo Stato, rappresentante degli enti collettivi, ha il dovere di aiutare le regioni, come il Molise, a cui le vicende storiche e la natura avversa hanno vietato di giungere sinora ai livelli di ricchezza e benessere di contrade più avanzate. I Suoi compaesani sono gente forte la quale non chiede grazie; ma sa di avere le virtù le quali bastano a restituire a mille doppi alla Patria comune il bene ricevuto.

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