Il breviario del non conformista

Tratto da:

Notiziario Einaudi

Data di pubblicazione: 01/12/1956

Il breviario del non conformista

«Notiziario Einaudi», dicembre 1956, pp. 3-4

 

 

 

A proposito del volume Scritti e discorsi opportuni e importuni, somma dell’attività parlamentare e giornalistica, dal 1947 al 1955, di Pasquale Jannaccone.

 

 

In uno degli articoli, raccolti insieme con più ampi saggi e con discorsi al Senato in questo volume di Scritti e discorsi opportuni e importuni (1947-1955), Pasquale Jannaccone ricorda un saggio da lui pubblicato nel giugno 1898 sulla rivista «La riforma sociale» col titolo Per un programma. Il saggio del 1898 recava, al luogo della firma, una dichiarazione nella quale si diceva che «l’autore, parendogli che il suo nome nulla avrebbe aggiunto ai fatti ed alle considerazioni qui esposte, ha preferito tacerlo». Ma, in verità, chi conosceva la preparazione che egli, allora ventiseienne, si era fatta nelle cose politiche ed economiche forestiere, non tardò un istante ad attribuire la paternità dell’articolo allo Jannaccone; ed io che in quel giorno stavo leggendo il fascicolo appena aggiunto della rivista nella prima delle due salette, delle quali si componeva allora il Laboratorio di economia politica Salvatore Cognetti de Martiis della Università di Torino, ed ero seduto allo stesso suo tavolo, subito glielo dissi, consentendo senz’altro Jannaccone nell’attribuzione. Nessun altro fuori di lui poteva ricordare e sintetizzare tanta copia di fatti e di opinioni a chiarire la tesi dello scritto: mancare il governo italiano del tempo di una chiara visione dei mali i quali avevano dato origine alle agitazioni sociali del 1898 e dei mezzi idonei a fronteggiarli, sicché l’analisi governativa si riduceva ad ipotesi di complotti e coalizioni e quella dei rimedia propositi di soppressioni e prigioni. Il mancamento dei ceti politici a sua volta derivava dalla mancanza negli italiani e principalmente nella borghesia della consapevolezza dei propri compiti, della necessità di tutti i gruppi sociali operai, contadini, professionisti, industriali di organizzarsi, sì da chiarire a se stessi e propugnare un programma concreto, atto a fornire al governo un indirizzo preciso, invece di attenderlo da chi dall’alto non era in grado di formularlo.

 

 

Ancor oggi gli ammonimenti contenuti nelle pagine Per un programma hanno una eco negli articoli che lo Jannaccone a distanza di più di mezzo secolo scrive per avvertire i partiti politici della urgenza di darsi un programma che possa essere guida ad un’azione non uniformata soltanto a complicate combinazioni elettorali e ministeriali. E sia un programma vero; non una olla podrida di decine di postulati, intesi a risolvere i problemi dell’umanità passata presente e futura. «Con reti così larghe non si pigliano pesci, perché gli elettori ben sanno che gli stessi principii sono enunciati e le medesime proposte sono fatte, anche da altri partiti e, manco a dirlo, dal governo. Ciò che interessa il cittadino non è la proclamazione di una moltitudine di scopi, parecchi dei quali sono compresi l’uno nell’altro e parecchi sono in contrasto l’uno con l’altro; ma la soluzione e impostazione di alcune determinate questioni». Destra e sinistra, liberalismo e socialismo, corporativismo e solidarismo sono divenute parole prive di significato; nelle quali ognuno ficca tutto e niente. Dica ogni partito due, tre cose sole, non principii generici, ma propositi precisi, ben chiari, quei propositi rispetto ai quali i capi del partito sanno di non avere il consenso degli altri partiti, anzi di essere con questi in profondo insanabile contrasto. Gli elettori, posti dinanzi ad una idea precisa, non diranno certamente tutti no a chi ha veramente qualcosa di suo da dire e non ripete quel che tutti raccontano suppergiù con le stesse parole.

 

 

Il libro di Jannaccone può essere definito il breviario del non conformista. Nelle sue settecento pagine tutti i problemi i quali sono stati posti, negli anni dal 1947 al 1955, in Italia sono discussi in piena libertà di giudizio e senza ossequio alle parole d’ordine od alle frasi fatte di partiti e di governi. Perciò l’autore definisce «importuni» i suoi scritti, i quali hanno certamente arrecato qualche fastidio a ministri ed a partitanti. Fastidio benefico, perché soltanto col contrastare il conformismo, con è soltanto favore ai governi costituiti, ma ed anche e forse più ubbidienza, nel parlare e nel votare, ai comandamenti del proprio partito, comandamenti venuti non si sa da dove,,e formulati non si sa da chi ed ubbidienti quasi sempre ad una ventata popolaresca d’opinione, destinata a venir meno non appena siano scomparse le ragioni momentanee del suo manifestarsi. Perciò i discorsi «importuni» si palesano alla lunga opportunissimi!

 

 

Il libro non deve tuttavia essere segnalato per la sola virtù, pur rara e necessaria, del non conformismo. Si legge anche per trarne luci positive di verità originali o mal note o suggestive. Ricordo alla rinfusa. Ho letto mai altrove essere pregio delle azioni «al portatore» creare «una scala di categorie di titoli aventi ciascuna un diverso grado di trasferibilità e di liquidità. Quelli che posseggono in massimo grado questi due attributi hanno nello stesso tempo il pregio di essere una forma di investimento ed un mezzo attuale o virtuale di pagamento; diventano cioè una specie di moneta fruttifera, il cui possesso attenua la necessità o la velleità di tesoreggiare moneta legale»? Quindi, la nominatività obbligatoria irrigidisce tutta la massa dei titoli azionari; e spingendo ad emettere nuova moneta per controbilanciare il tesoreggiamento e ad indebitarsi per procacciarsi mezzi liquidi, spinge all’inflazione. È un vizio mal noto, da annotare accanto ai tanti vizi noti della nominatività obbligatoria inutile ai fini fiscali e dannosa a quelli sociali.

 

 

Dove si leggono critiche così appropriate ai calcoli del reddito nazionale ed alle sue applicazioni di piani finanziari ed economici? Le cifre proprie dei calcoli del reddito nazionale si riferiscono, dimostra lo Jannaccone, a quantità «immaginarie», laddove le spese e le entrate dello stato sono quantità «reali», effettive e quelle dei piani di investimento dovrebbero, per valer qualcosa, riferirsi a quantità «reali». Quali i legami tra l’immaginazione e la realtà? invano da tempo l’autore chiede, in articoli e scritti.

 

 

Credo di aver ricordato ripetutamente un ammonimento di Keynes agli uomini politici i quali sono persuasi di essere all’avanguardia del pensiero economico e sociale e invece rimasticano tesi antiquate; ma citavo a memoria per l’impazienza di sfogliare troppe pagine per rintracciare la citazione precisa. Jannaccone, invece riproduce il testo:

 

 

Uomini pratici che si credono immuni da ogni influenza teorica; uomini politici che si credono ispirati da voci soprannaturali, sono sempre gli schiavi delle idee di qualche economista morto venti o trent’anni prima.

 

 

Keynes seguitava:

 

 

giuste o storte, queste idee, sono sempre più potenti di quanto comunemente si crede, ed io sono sicuro che si esagera di molto la forza degli interessi costituiti in confronto di quello del graduale imporsi delle idee (ivi).

 

 

Laddove la constatazione del fatto (idee proclamate nuove che hanno la barba lunga come quella di Mosé) ha una punta ironica, il seguito è terribile. Noi, nell’azione legislativa pratica, siamo succubi delle idee che dominano una generazione ed, aggiungo io, spesso due o tre generazioni addietro e quindi, seguono indirizzi che il pensiero moderno ha profondamente rinnovato od abiurato. Poiché non gli interessi, ma le idee dominano sovrattutto il mondo, noi, perseguendo idee fruste, continuamente turbiamo l’equilibrio economico e sociale che risponderebbe agli interessi degli uomini viventi oggi.

 

 

Il Manifesto dei comunisti di Carlo Marx e Federico Engels è stato fatto oggetto di molte critiche, e parecchie di esse sono ricordate nel libro dello Jannaccone. Nessuna delle analisi dialettiche marxiste sul divenire sociale si è avverata nei cento anni dopo il 1848 nei paesi occidentali, «dove l’economia borghese si è estesa, sviluppata ed irrobustita, apprestando essa stessa gli antidoti a quelle forze che, per la dialettica marxista, avrebbero dovuto disgregarla. Da sé, essa ha spesso mutato le forme ed i limiti della proprietà privata per adattarla a nuove esigenze sociali; in seno ad essa le classi lavoratrici non sono divenute quella squallida turba di proletari, incapaci di mutare stato per la loro stessa miseria, che il manifesto dipinge; né le crisi economiche, pur frequenti, hanno cagionato quel progressivo accrescersi del proletariato e indebolirsi della compagine capitalista, che avrebbe dovuto affrettarne l’immancabile catastrofe».

 

 

La vittoria del manifesto è venuta per altre vie ed in paesi diversi da quelli logicamente determinati dallo schema dialettico marxista. La rivoluzione russa non è stata «la conclusione fatale di una economia borghese giunta all’estremo delle sue possibilità di sviluppo; ché la Russia del 1917 era al fondo della scala delle società borghesi e delle economie capitalistiche». In verità non era necessario che il trionfo della rivoluzione comunista fosse preparato dalle condizioni economiche presupposte nel manifesto. Importava cogliere con risolutezza ed energia il momento opportuno della sconfitta militare per conseguire quel trionfo «dell’attivismo politico al quale il Manifesto assegnava il compito finale».

 

 

Se la rivoluzione russa non è la prova della adeguatezza della interpretazione storica contenuta nelle pagine del manifesto, è la riprova della importanza che nella storia ha la volontà dell’uomo. Un gruppo di uomini consapevoli, convinti dei propri ideali e decisi ad attuarli ebbe ragione del ceto dominante, che di ideali era privo ed ai quali mancava risolutezza nel difendere una causa, che già reputava perduta.

 

 

Gran parte dei saggi compresi nel denso volume erano stati pubblicati in un grande quotidiano. Poi, nel maggio 1953 la collaborazione ebbe termine e nel libro è pubblicato l’articolo che il giornale ritenne di non potere pubblicare (La commedia degli errori). Non so dar torto all’autore, che da quel momento ha cessato la collaborazione al giornale; né al direttore del giornale, il quale dovette avere qualche buon motivo di non pubblicare. Forse, è inevitabile che la collaborazione degli scrittori non conformisti ai giornale ed ai periodici settimanali non possa continuare al di là di un certo momento. La impossibilità è evidente per i giornali di partito, di gruppi economici od anche di scuole artistiche e letterarie. Questi giornali hanno valore perché difendono un’idea, un interesse e si sa che tale è il loro ufficio. Talvolta il giornale dichiara la sua indipendenza; ma si sa che questa incontra limiti dovuti a chi ha la signoria di esso; e non si può pretendere che costui venga meno alla difesa dei propri ideali ed interessi. Ma anche se un giornale ed un periodico è veramente e pienamente indipendente da governi, da partiti e da gruppi di interessi, Forseché, appunto perché esso è indipendente, il suo direttore non ha un’idea sua da far trionfare? Se così non fosse, il giornale sarebbe un’antologia, dove si raccolgono scritti di autori, i quali si ispirano a principii e ad idee le une alle altre repugnanti. Quello non è un giornale, non è un settimanale e non esercita alcun potere di persuasione sull’opinione. Tutt’al più informa su quel che pensano gli altri, dell’opinione dei quali il direttore del giornale dice ai lettori: a me non importa nulla di quel che stampo, fatene voi il conto che credete migliore. I lettori traggono le ovvie conclusioni dal discorso; e dopo un po’, stanchi di tanta frigidità, abbandonano il giornale.

 

 

Perciò, forse, la sola via aperta agli scrittori non conformisti, i quali non abbiano trovato miracolosamente una piena corrispondenza di affetti e di idee nel direttore del giornale indipendente su cui scrivono, è quello di scrivere o da disjecta membra comporre un libro. È quel che ha fatto Jannaccone; e di qui anche il pregio del libro, nel quale egli raccoglie le verità importune enunciate negli anni recenti. Di qui, in generale, l’importanza che forse è cresciuta del libro nel formare un’opinione, destinata col tempo ad avere influenza notabile anche sull’azione dei ceti politici.

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