Il calmiere sulle uve e le imposte sull’uva o sul vino

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/09/1919

Il calmiere sulle uve e le imposte sull’uva o sul vino

«Corriere della Sera», 1[1] e 5[2] settembre, 2 ottobre 1919[3]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 405-415

 

 

 

I

 

Qual è il giusto prezzo delle uve?

 

I giornali hanno annunciato che l’on. Murialdi, sottosegretario di stato agli approvvigionamenti, aveva intenzione di pubblicare, nei primissimi giorni di settembre, un decreto di calmiere sulle uve, il quale dovrebbe fissare anche le percentuali «giuste» di aumento che produttori e commercianti sarebbero autorizzati ad apportare al prodotto della fermentazione delle uve, ossia al vino, per mantenere questo in rapporto ragionevole col prezzo delle uve.

 

 

La notizia sorprende, venendo dopo ripetute dichiarazioni dell’on. Murialdi medesimo di non volere decretare un calmiere nazionale del vino e dopo quelle dell’on. Nitti che nella sua circolare del 12 luglio ai prefetti proclamava l’assurdità dei ribassi d’impero «per le bevande alcooliche, l’abuso delle quali, favorito dal basso prezzo, può non solo influire, come è avvenuto in qualche caso, sull’ordine pubblico, ma anche compromettere le condizioni igieniche e la magnifica tradizione di sobrietà delle nostre popolazioni».

 

 

Meglio di così non poteva dirsi; e stupirebbe assai che l’on. Nitti, dopo avere pronunciate così sagge parole, consentisse al suo governo di prendere di fatto partito a pro delle classi della popolazione le quali, illudendosi di trovare nel vino un alimento, sprecano nel consumo di esso i guadagni che meglio sarebbero destinati al risparmio od alla casa.

 

 

Non sono favorevole né al prezzo alto né a quello basso delle uve e del vino. Dico però che in questa materia il governo deve astenersi religiosamente dall’intervenire a favore dell’una o dell’altra categoria di contraenti: produttori e consumatori. Che lo stato non debba artificiosamente rincarare il vino a vantaggio dei produttori e dei commercianti va da sé. Ma lo stato deve altresì astenersi dal ribassare artificiosamente quel prezzo, perché:

 

 

  • non è compito suo, come bene osserva Nitti, favorire l’ubbriachezza;

 

 

  • è augurabile che nelle presenti contingenze un prezzo naturalmente alto restringa il consumo e lasci libera una certa quantità di vino per l’esportazione. Si chiacchiera tanto di produrre ed esportare; ma poi, appena v’è qualcosa di mangiabile o bevibile da esportare, tutti insorgono a protestare che dobbiamo mangiarcelo o bercelo noi. Non è evidente che sarebbe un gran bene esportare molto vino fuor dei confini? E non è evidente che l’esportazione richiede merce non calmierata, non tesserata,non ipotecata per questa o quella classe di consumatori, fosse anche quella dei lavoratori del porto di Genova, i quali stanno assordando il mondo colle loro proteste contro l’alto prezzo del vino e colle querele sulla miseranda situazione del padre di famiglia «costretto» a spendere 2.500 lire l’anno in solo vino?

 

 

  • l’alto prezzo del vino è l’unico mezzo per limitarne il consumo ed indurre talune categorie di gente ad astenersene, in tutto od in parte, dedicando il denaro disponibile a risparmio o ad altri usi più sani, come la casa, il vestito, la migliore educazione dei figli;

 

 

  • se l’alto prezzo non riesce a questo intento, riesce però allo scopo, socialmente utile, di trasferire una certa massa di denaro da categorie sociali poco propense al risparmio, come sono i bevitori di vino, a categorie sociali, come i contadini viticultori, che al risparmio sono i più inclinati. Anche qui bisogna badare ai fatti e non alle chiacchiere. Gli alti prezzi del vino, del bestiame, delle derrate agricole in genere stanno attuando in Italia su vastissima scala quel programma della terra ai contadini che da mezzo secolo è scritto nelle buone intenzioni dei legislatori e su cui si spargono fiumi d’inchiostro sui giornali d’oggi. Il contadino italiano sta dappertutto comprando terra; che le classi proprietarie stanno vendendo attratte dagli alti prezzi. La guerra avrà prodotto alla fine una trasformazione sociale altrettanto profonda quanto la rivoluzione francese. Senza intervento di leggi, ma per effetto degli alti prezzi, il latifondo si spezza, dove è economicamente e socialmente possibile, ed il contadino diventa proprietario. Se questo movimento naturale continua ancora per alcuni anni, l’Italia, che nel 1911 vantava già 3 milioni di proprietari di terre – colle loro famiglie da 12 a 15 milioni – emulerà la Francia come paese di democrazia terriera. Perché frastornare questo potente movimento sociale con calmieri intesi ad impedire ai bevitori di vino di pagarne il prezzo naturale ai viticultori?

 

 

Non accenno alle difficoltà enormi, quasi insuperabili, di fissare per legge il prezzo «giusto» delle uve. Queste si distinguono in un infinito numero di varietà, diverse non solo per gradazione alcoolica, ma per sapore, profumo, acidità, attitudine a produrre vino serbevole. Vi sono uve che producono vino di diretto consumo, altre vino da taglio. C’è del vino che sopporta l’acqua; ed altro no. Mettere acqua nel vino è proibito; ma non v’è senno e forza di governo che riesca ad impedire l’annacquamento dove questo è possibile. Saranno calmierati i vini comuni e non quelli fini o di marca? E come si distingue l’uno dall’altro? Toccare tutto ciò è come mettere le mani in un nido di vespe ed esagitare tutti i viticultori d’Italia contro le ingiustizie governative, convertendo la questione sciocca del calmiere del vino in un problema elettorale di primissima importanza nelle prossime elezioni generali. Il che, è moralmente e politicamente deplorevole.

 

 

Sovratutto non riesco ad immaginare come i ministri del tesoro e delle finanze non intervengano a mettere un reciso veto alle eventuali velleità calmierizzatrici del dittatore ai viveri.

 

 

Se lo stato interviene a calmierare le uve ed il vino, ciò vuol dire che lo stato fissa il «giusto» prezzo che viticultori e produttori di vino hanno diritto di esigere per esercitare la loro industria. È un assurdo, perché lo stato non potrà mai sapere qual è il vero costo di produzione, variabile per infinite gradazioni, delle uve e del vino. Ma la teoria è quella: il calmiere fissa il «giusto» prezzo. Se così è, come può il governo stabilire in seguito, ad esempio, un’imposta di 20 lire per ettolitro, senza aumentare di altrettanto il prezzo d’impero?

 

 

Se non lo aumentasse, provocherebbe una insurrezione di tutti i viticultori, i quali affermerebbero che lo stato, per sua confessione medesima, li costringe a vendere al disotto del giusto prezzo, ossia del costo.

 

 

E chi non vede le difficoltà politiche del necessario aumento? Il bevitore di vino si rassegna, imprecando, all’aumento del prezzo, quando questo è opera di privati. Ma quando l’aumento sarà decretato dal governo, al solo annuncio, già vedo in moto deputati e sindaci per premere sul governo in senso contrario.

 

 

Nulla di più immorale e politicamente corruttore può immaginarsi di una lotta politica imperniata sui prezzi di una derrata di consumo non necessario. Col calmiere lo stato organizza i viticultori alla difesa contro l’imposta giusta e necessaria. Essi saranno rafforzati nella lotta contro l’imposta dalla dichiarazione, fatta dal governo col calmiere, che il prezzo d’impero non consenta lucri eccezionali. D’altro canto il rischio di impopolarità presso i bevitori renderà al governo difficile l’aumento. Una via senza uscita, in cui non si saprebbe davvero per qual cagione il governo debba cacciarsi.

 

 

I ministri del tesoro e delle finanze debbono impedire ad ogni costo un passo così sbagliato. Essi devono invece annunciare subito, per norma di tutti, quale è la misura dell’imposta, 10 o 20 lire per ettolitro, da stabilire sul vino, salvo a regolarne in seguito le modalità . Subito, perché viticultori, produttori di vino, negozianti e consumatori sappiano regolarsi nei loro rapporti reciproci. L’annuncio deve essere immediato, affinché per tempo gli interessati ne traggano norma. Ma nulla più; delle conseguenze sui prezzi il governo deve assolutamente lavarsi le mani.

 

 

II

 

Per l’imposta sul vino

 

L’imposta sul vino sta avviandosi verso la sua attuazione.

 

 

L’Italia è stata preceduta su questa via dalla Francia. Ivi, l’imposta era di fr. 1,50 per ettolitro prima della guerra; crebbe a 3 fr. nel 1916, a 5 il 22 febbraio 1918, a 10 il 29 giugno 1918 ed ora il ministro delle finanze Klotz propone di portarla a 20 franchi. A tale stregua, osserva il «Momento Economico» di Milano da cui ricavo questi dati, supponendo che la quantità accertata e tassata nel 1913 che fu di ettolitri 39.877.752 fosse la quantità media, l’imposta renderebbe circa 800 milioni di franchi.

 

 

Il gettito in Italia non dovrebbe essere minore, e siccome esso è indispensabile, è da augurare che non si tarderà oltre la imminente vendemmia ad organizzare l’esazione del tributo. Oramai anche i viticultori italiani vi si sono rassegnati e stanno solo cercando l’albero a cui impiccarsi. Non l’hanno ancora trovato; ma il fatto straordinario, che qualche tempo fa sarebbe parso impossibile, è che essi lo stanno cercando. Il terrore del monopolio del vino, proposto dalla commissione del dopo guerra, ha prodotto questo benefico effetto: che l’opposizione all’imposta sul vino non è più così viva tra gli interessati. Di questo, non so se voluto, risultato bisogna essere grati alla stravagante idea messa innanzi da quella commissione.

 

 

Ci sono ancora i gruppi più combattivi dei viticultori, i quali si ribellano ad ogni idea di tassazione e votano ordini del giorno feroci contro qualunque genere d’imposta.

 

 

Ma, in altri gruppi, si comincia a discutere se tassare il vino o l’uva.

 

 

Gli argomenti per respingere la tassazione dell’uva e preferire quella del vino sono i seguenti:

 

 

  • Si fa dappertutto così. L’argomento vale quanto l’altro che bisogna fare una certa cosa perché all’estero la si fa o la si propone. Ossia non val nulla per se stesso. Ogni paese deve comportarsi secondo le sue convenienze, le sue tradizioni ed abitudini.

 

 

  • L’imposta sull’uva sarebbe enorme: a 50 quintali di uva prodotta per ettaro, circa 500 lire per ettaro. Anche questo argomento non ha valore. L’imposta sull’uva non è un’imposta sui terreni, ma sulla produzione, similissima in tutto alle imposte che già esistono sulla produzione dello zucchero, degli spiriti, dei surrogati del caffè, sul gas luce, sul glucosio, ecc. ecc. Si può chiamare enorme un’imposta solo perché un tale fabbricante è chiamato ad anticipare una somma forse anche di milioni? Mai più. L’imposta è in ragione della quantità di merce da lui prodotta.

 

 

  • L’imposta di 10 lire per ogni quintale di uva sarebbe una proporzione enorme del prezzo dell’uva. È una formulazione un po’ più precisa della precedente obiezione. Il prezzo dell’uva prima della guerra oscillò da 9 lire per quintale nel 1907 a 31 lire nel 1911. L’imposta di 10 lire sarebbe uguale al 50% del prezzo medio dell’uva in lire 20. Notisi che, dopo la guerra, difficilmente il prezzo dell’uva scenderà di nuovo ad una media di lire 20; finché almeno molta acqua sia passata sotto i ponti e la moneta circolante siasi di molto contratta. Anche se il prezzo si riducesse a 20 lire, l’aliquota non apparirebbe certo soverchia. La maggior parte delle imposte di produzione superavano già prima della guerra il valore della merce tassata. Gli spiriti pagavano centinaia di lire per ettanidro quando il valore della merce, senza tassa, non superava le 100 lire. Lo zucchero pagava 76 lire per una merce che al più valeva 50 lire. L’aliquota di 10 lire per ogni 20 lire di valore dell’uva sarebbe una delle più basse fra le imposte di produzione che si conoscano.

 

 

  • L’imposta è odiosa perché colpisce un solo produttore, il viticultore, il quale non ha denari da anticiparla e spesso attraversa annate penose di crisi. Ogni imposta di produzione è anticipata da certi speciali produttori. Ciò non vuol dire affatto che debba essere pagata da essi. Anzi il contrario è vero. L’imposta, nell’intenzione stessa del legislatore, colpisce non il produttore, ma il consumatore della merce tassata. Il produttore è un semplice esattore dell’imposta per conto del fisco. Né può essere altrimenti: perché come potrebbero i produttori pagare le forti imposte, quasi sempre superiori al valore della merce, se non potessero riversarle sui consumatori?

 

 

I viticultori hanno, in verità, una gran paura di non potere innalzare il prezzo delle uve di una somma uguale all’imposta. Questa è la vera, l’unica cagione della loro opposizione. Fu in passato la vera causa dell’opposizione che i produttori fecero a tutte le imposte sulla produzione oggi esistenti. L’esperienza dimostrò che quel timore era sempre stato, in ogni caso, infondato. Dopo qualche anno di adattamento, le lagnanze cessarono e se gli industriali tassati volessero rifletter bene su quanto loro è successo, oggi sicuramente dovrebbero confessare che l’imposta ha risanato e rassodato la loro industria. L’imposta sulla produzione di certe merci elimina i produttori poco in gambe, che vivono sul credito, che producono, ad alti costi, merce poco buona. I produttori dappoco non resistono all’obbligo di anticipare in contanti l’imposta. Ma quelli che rimangono sono più saldi in arcione, tengono il mercato in pugno, sono meno soggetti a crisi ed a perdite.

 

 

Non mi sembra che vi sia alcuna ragione perché questa esperienza universale non debba ripetersi per i viticultori. Il loro maggior timore di oggi, in realtà si risolverà nella loro maggior fortuna di domani. Le crisi vinicole del passato sono sempre derivate dalla sovrabbondanza di prodotto delle viti di pianura, di uve a scarsa gradazione zuccherina. Eliminati coloro che producono uve cattive di poco valore e poco suscettive di aumenti di prezzi ed anzi possono essere facilmente costretti a svenderle, il mercato diverrà più sano e tranquillo.

 

 

Se l’imposta sulle uve non andasse a ricadere sui consumatori, ossia su coloro che secondo giusta ragione la debbono pagare, sarebbe un miracolo tale da non potere essere creduto senza vederlo con gli occhi e toccarlo con mano. Vi potrà essere qualche anno di straordinaria abbondanza in cui il trasferimento non sarà completo, ma il danno sarà compensato da un eccesso di trasferimento in anni di scarsità.

 

 

Escluso questo timore, rimangono in campo solo ragioni tecniche di comodità per decidersi fra tassare l’uva o tassare il vino. La tassazione dell’uva è più semplice, lascia produttori, negozianti liberi di trasformare le uve in vino, trasportarlo, negoziarlo. Fa correre alla finanza il rischio di denunzie false in meno da parte dei viticultori, non impossibili col passare degli anni a controllarsi con il paragone dei terreni vicini, con i dati della superficie vitata, della qualità e del numero delle viti, della bontà del terreno, con visite periodiche successive lungo l’anno prima della vendemmia.

 

 

La tassazione del vino disturba meno il viticultore che vende le uve, ma frastorna assai di più il viticultore che le vinifica, mette impacci al commercio ed ai trasporti, richiede bollette di accompagnamento. Malgrado ogni avvedimento escogitato parmi più vessatoria; né dà più sicure garanzie alla finanza.

 

 

Ad ogni modo, la questione deve essere risoluta dai tecnici. Viticultori e negozianti di vino devono scegliere essi l’albero a cui impiccarsi; ed hanno interesse ad indicare alla finanza il metodo più gentile per procedere all’operazione. Perché il ministro delle finanze, il quale ha deciso di stabilire l’imposta, non convoca viticultori ed enologi delle varie parti d’Italia e non pone ad essi il quesito: «Poiché voi mi dovete dare 700 milioni – ed in ciò voi stessi siete consenzienti – quale è il modo migliore per farveli pagare col minor vostro disturbo?» È probabile che, così facendo, la soluzione sarebbe migliore di quella che finirebbe di essere immaginata da qualche funzionario del ministero. I funzionari avrebbero già fatto molto se al convegno dei tecnici sapessero presentare un rapporto sui metodi tenuti all’estero per le imposte sul vino, sui metodi, s’intende, quali risultano dalle leggi scritte ed insieme dalla pratica loro applicazione e sugli effettivi risultati ottenuti.

 

 

III

 

Il privilegio dei produttori di vino

 

Cominciano le critiche al decreto-legge che il 2 settembre ha finalmente istituito l’imposta sul vino nella misura di 12 lire l’ettolitro. V’ha chi vorrebbe precisato meglio che cosa si debba intendere per vino, se il solo vino primo od anche il cosidetto torchiatico; al qual proposito sembra che sia impossibile ammettere esenzioni di sorta alcuna, salvo a concedere un ragionevole maggior abbuono per il vino di torchio sempre più carico di materie estranee del primo vino.

 

 

Altri vorrebbe differenziare l’imposta a seconda della gradazione alcoolica del vino; domanda la quale, sebbene abbia un qualche fondo di giustizia, va contro a tre gravissime obiezioni: 1) nessuna imposta di produzione può differenziare a seconda della qualità della merce tassata, salvo sia assolutamente escluso il pericolo delle frodi; 2) la mancanza di differenziazione è utilissima dal punto di vista economico, perché spinge alla produzione di vini ad alta gradazione e all’abbandono delle vigne nei terreni bassi, produttori di uva di scarto e cagione non ultima del rinvilio dei prezzi negli anni di grande abbondanza; 3) la differenziazione tornerebbe vantaggiosa alle provincie viticole settentrionali e dannosa a quelle meridionali, facendo sorgere problemi politicamente inopportuni.

 

 

Forti querimonie sono nate dalla norma che impone il censimento e la tassazione dei vini del 1918 e delle campagne precedenti, che ancora esistono nelle cantine. Or si lamentano i commercianti, che per caso hanno ancora grosse rimanenze; ed or se ne lagnano i produttori, quando le rimanenze sono nelle loro cantine. Ma in verità non si vede in qual modo si sarebbe potuto fare a meno di tassare le rimanenze vecchie, se non si voleva spalancare le porte alla frode. Il punto sembra sia sovratutto di tatto da parte degli agenti tassatori, ai quali deve essere raccomandato di usare prudenza di fronte a quelle piccole scorte di bottiglie di vino che ogni famiglia possiede, sì da evitare multe e lagnanze senza fine.

 

 

Per regola, tuttavia, devesi fare ogni sforzo per impedire le fughe che non farebbero difetto, quando le maglie dell’imposta non fossero serrate strettamente. Leggo di una interrogazione rivolta da un deputato al ministro delle finanze per sapere «se non creda giusto di esonerare la classe agricola e specialmente i contadini dal pagamento dell’imposta sul vino, gravando soltanto la parte di prodotto esuberante e soggetta al commercio». Spero che il ministro delle finanze vorrà rispondere crudamente al deputato interrogante che la sua richiesta di esenzione non solo non è giusta, ma ingiustissima e pericolosissima all’erario e da respingersi con ogni energia. È il privilegio francese dei bouilleurs de cru, che si vorrebbe instaurare in Italia, dopo che in Francia ha dato così cattiva prova, fu il tormento per un secolo dei ministri, creò una classe di privilegiati di null’altro curiosi fuor del proprio privilegio e della sua conservazione.

 

 

L’imposta sul vino colpisce un consumo; e la tassazione dei produttori è solo un mezzo tecnico per raggiungere tal fine. Non il commercio, che sarebbe cosa ingiusta e incomprensibile, si vuol colpire, ma il consumo. I dazi all’entrata del vino nelle città dovrebbero essere aboliti appunto perché colpiscono una parte sola del consumo; e si vorrebbe ricostituire il privilegio esentando i produttori dalla nuova imposta? Tanto varrebbe non metterla; perché sotto la bandiera dei 5 o dei 10 ettolitri passerebbe molta merce di contrabbando. Il contadino produttore non consuma forse vino al pari degli altri consumatori; e per qual mai principio sensatamente ammissibile dovrebbe egli essere immune dal tributo generale?

 

 

Il contadino produttore avrà già il vantaggio di non pagare l’imposta sul vinello o vino d’acqua, prodotto per consumo familiare; e di tal vantaggio, da circondarsi con le più grandi cautele, bisognerà già trovar modo, con non piccolo stento, di impedire gli abusi, perché giovi crescere le difficoltà con un privilegio per il vino propriamente detto, ingiusto verso le altre classi di consumatori.

 

 

I problemi numerosi, che vanno sorgendo e moltiplicandosi, dimostrano l’urgenza di radunare quella commissione che il ministro già ha annunciato, composta di viticultori, enologi e commercianti in vino, la quale dovrebbe costruire un congegno d’imposta produttivo, sicuro, non vessatorio, uguale per tutti, senza esenzioni e senza ingiustizie. Provvisoriamente il governo ha dovuto fare in fretta ed affidare l’accertamento, per ora, ad agenti delle imposte, carabinieri, guardie di finanza, sindaci e simile gente, occupata in tutt’altre faccende e poco atta a misurar botti, a vincolare ed a liberare vino, a immetterlo in commercio e compiere tutte le delicate operazioni richieste dal nuovo tributo. Se non si procede rapidamente ad una seria organizzazione, fatta d’accordo con i produttori – che sono i veri alleati della finanza contro gli annacquamenti e le frodi tributarie – si avranno guai infiniti e forse una non piccola disillusione nel gettito. Il che importa evitare ad ogni costo.

 



[1] Con il titolo Il calmiere sulle uve [ndr].

[2] Con il titolo Imposta sull’uva od imposta sul vino? Un timore infondato dei viticultori [ndr].

[3] Con il titolo Difficoltà vere e richieste ingiuste nella nuova imposta sul vino [ndr].

Torna su