Tratto da:

Giornale d’Italia

Il cambio alto e il commercio internazionale. Il prof. Einaudi replica al prof. Amoroso

«Giornale d’Italia», 7 settembre 1913

 

 

 

La nostra larga inchiesta sul cambio, alla quale hanno risposto l’on. Luzzatti, il prof. Amoroso, Enrico Barone, il professor Del Vecchio, ha suscitato molte discussioni fra gli scienziati e gli uomini politici. Oggi l’Einaudi – economista di ingegno profondo e vivo e di dottrina vasta e nuova – replica alla breve nota dell’Amoroso con questa lettera, che mostra ancora una volta la chiarezza intellettuale del sommo e illustre direttore della Riforma sociale;

 

 

Signor Direttore,

 

 

Voglia consentirmi, in risposta al suo cortese invito, di intervenire nella discussione intorno al corso dei cambi, una breve riflessione intorno all’errore che avrei commesso, secondo l’egregio prof. Amoroso, asserendo che, se anche il cambio salisse al 200 per cento, ma poi si fermasse li per sempre, alla lunga ogni danno scomparirebbe. L’Amoroso ritiene che ciò stia benissimo per i rapporti commerciali interni, non per gli scambi coll’estero, poiché, col cambio al 200 per cento, bisognerebbe dare una doppia quantità di vino e di olio per ottenere la stessa quantità di ferro o di carbone. Certo, se ciò avvenisse, non sarebbe senza importanza per l’economia generale del paese. Ma a me non pare possa avvenire. Infatti, se, come supposi, il cambio ha cessato di salire e si è fermato da tempo intorno al 200 per cento, da tempo, tutti i prezzi, i salari, gli interessi, le rendite, ecc. ecc. si sono adattati al nuovo stato di cose. Epperò anche vi si è adattato il commercio internazionale. Supponiamo che prima, quando il cambio era alla pari, noi vendessimo un ettolitro di vino per 30 lire in oro all’estero e con quelle 30 lire in oro ottenessimo 30 lire in carta, e comprassimo, per ipotesi, una tonnellata di carbone dando 30 lire in oro, le quali ci procuravamo con 30 lire di carta. Quindi prima, in sostanza, con una tonnellata di vino si comprava una tonnellata di carbone.

 

 

Che cosa accade quando il cambio da tempo si è stabilizzato sul 200? Che all’estero i prezzi del vino e del carbone continuano ad essere di 30 lire in oro; né si vede perché debbano essere cambiati, potendosi ritenere come trascurabile l’influenza dell’uscita dell’oro dal paese a corso forzoso e della maggiore abbondanza d’oro per ciò creata in tutti gli altri paesi del mondo. All’interno invece il vino costerà 60 lire in carta e così pure il carbone, rispettivamente per ettolitro e per tonnellata. Quindi noi, vendendo all’estero un ettolitro di vino, riscuoteremo 30 lire in oro, che si scambieranno con 60 lire in carta; e, viceversa, dovremo ridare le 60 lire in carta, per avere le 30 lire in oro con cui compreremo una tonnellata di carbone. S’intende che le cose in realtà vanno più per le spicce, senza tutto questo andirivieni d’oro e di carta; e che l’esempio fu fatto per dimostrare che noi seguiteremmo a dover dare un ettolitro di vino e nulla più contro una tonnellata di carbone.

 

 

Non credo che ai meriti, che sono grandissimi e indiscutibili, della scuola matematica in economia politica, si possa aggiungere questo: di poter far dubitare della verità da tempo assodata, essere il cambio alto o basso indifferente, purché da tempo oramai fisso e purché non si prevedano più di esso ulteriori variazioni, cosicché tutti i prezzi vi si siano oramai adattati. Se questa dottrina non fosse vera rimarrebbe inspiegabile il successo indiscutibile di tanti paesi nel fissare il cambio ad un punto al disopra della pari.

 

 

Come pure mi rincrescerebbe troppo di dover mettere la scuola matematica nel novero di quelle che, a furia di dire che un problema è complicato e per ora pochissimo conosciuto, tornano comodissime a coloro che hanno interesse a mettere in luce i lati oscuri di un problema, per non essere inquietati intorno a quel punto preciso, su cui essi possono avere una influenza decisiva. Lo sappiamo che tutto a questo mondo si lega; e che il corso del cambio in Italia può risentire la ripercussione delle guerre balcaniche, delle rivoluzioni in Cina, delle macchie del sole, della speculazione parigina e di mille altre diavolerie. In uno studio scientifico, come in quelli egregi che l’amico Del Vecchio da tempo viene pubblicando, può essere interessantissimo misurare la azione di tutte queste forze, le quali possono concorrere a determinare l’altezza del cambio in un paese. Ma quando si scrive per essere letti dal pubblico, è inutile fermarsi sulle quisquilie o sulle cose che, quando sono risapute, non servono a niente. Bisogna fermarsi al grosso, tanto più se il grosso del malanno può essere riparabile dall’opera degli uomini. Nel caso dell’aggio, sembra certo che la chiave di volta del problema stia nell’eccessiva quantità di biglietti emessa dal 1911 al 1912. Converrebbe, si, a coloro, i quali hanno di ciò la responsabilità, di richiamare l’attenzione del pubblico solo sulle guerre e sugli altri accidenti internazionali, sui movimenti dei forestieri e sulle rimesse degli emigranti, sulla psicologia nevrastenica degli uomini – ogni tanto gli uomini politici, in Italia come in Inghilterra come in Austria si mettono a fare gli psicologi quando il cambio oscilla – che possono spiegare la parte minore del fenomeno che tutti lamentiamo. Sarebbe comodo per gli altri; non per chi ami la verità ed il bene del proprio paese. La discussione praticamente è utile sia concentrata sulla parte dell’aggio, che dipende dalla volontà dei dirigenti. Se è impossibile far scomparire quel tanto dell’aggio che dipende dalle diavolerie mondiali e dalla psicologia o fantasia turbata degli uomini, è possibilissimo far scomparire quella parte dell’aggio che dipende dall’eccessività della circolazione. Perciò mi pare ozioso discutere sulla prima parte ed utilissimo insistere sulla seconda. Perciò mi sono permesso, a suo tempo, di lamentare che i dirigenti avessero allargata la circolazione e li lodo ora che coi fatti dimostrano di volerla tenere a freno. Più li loderò se la restringeranno ancora e se si decideranno a vendere cambi esteri a prezzo non superiore al punto massimo dell’oro. Tanto più essendo persuaso che, se si giungerà a tanto, i perturbamenti della politica mondiale, e della psicologia italiana, le lagnanze sullo sbilancio del commercio internazionale rientreranno nel limbo delle cose che mai non furono, e da cui li trasse l’urgenza di giustificare il ritorno indeprecabile dell’aggio, conseguente al ripetersi delle circostanze che altre volte vi avevano dato origine.

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