Il caro dei prezzi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 05/03/1900

Il caro dei prezzi

«La Stampa», 5 e 13[1] marzo 1900

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 177-186

 

 

I

 

Negli ultimi mesi un fenomeno, non nuovo nella storia economica del presente secolo, si è manifestato: l’aumento quasi generale dei prezzi, che ha sconcertato tutti i piani dei fabbricanti, ha fatto e fa gettare alte grida ai consumatori e del quale molti, meravigliati, non sanno rendersi ragione.

 

 

Come sempre, l’aumento dei prezzi ha un punto centrale donde esso si irradia, come in tante onde concentriche, in tutti gli altri paesi, perdendo a mano a mano di intensità. Anche stavolta l’Inghilterra è il paese in cui il caro dei prezzi si è prima manifestato, dove esso ha avuto maggiore intensità e donde si è diffuso in tutti gli altri paesi civili. Non è a fare meraviglia che ciò accada se si pensa che Londra è pur sempre la sede del commercio internazionale, dove si transigono masse grandiose di affari, dove risiede una gente abituata per mestiere a tener conto di tutte quelle minime variazioni della domanda e dell’offerta delle merci che valgono a farne mutare il prezzo. Perciò noi dobbiamo guardare sovratutto all’Inghilterra se vogliamo renderci ragione dell’odierno caro dei prezzi.

 

 

Non so se molti dei lettori della «Stampa» sappiano che cosa e un numero indice. Per spiegare la cosa dirò che l’«Economist» di Londra, il più reputato giornale finanziario inglese, usa ogni semestre, all’1 gennaio ed all’1 luglio, calcolare i prezzi di 22 merci scelte fra le più importanti e di gran consumo, e riduce poi i prezzi a centesimi di quello che era il prezzo delle stesse merci nel 1845-50, il quale è supposto uguale a 100. Ad esempio, il grano valeva nel 1845-50 scellini 53; all’1 gennaio 1900 valeva scellini 25. Se noi dovessimo tutte le volte fare il conto della diminuzione percentuale di prezzo del grano dopo il 1845-50, perderemmo del tempo. Col metodo dell’«Economist» si suppone che il prezzo di 53 scellini del periodo 1845-50, sia uguale a 100 centesimi; ed allora si vede che il grano all’1 gennaio 1900, valeva solo più 47 centesimi e si può paragonare la variazione di prezzo del grano con la variazione del prezzo di tutte le altre merci, alcune delle quali sono discese ancora più in basso, a 31, come il tè, mentre altre, come la seta greggia, sono aumentate fino a 139, sempre supposto uguale a 100 il prezzo base del 1845-50.

 

 

Vi è di più; se noi sommiamo tutti i prezzi, base 100, delle 22 merci studiate dall’«Economist», otteniamo il numero 2.200, il quale indica il livello generale dei prezzi nel periodo 1845-50; facendo poi la stessa somma per tutti gli anni successivi si può sapere se e quanto sia aumentato o diminuito proporzionalmente il livello dei prezzi, sia di fronte agli anni di partenza 1845-50, sia di fronte a qualsiasi altro anno intermedio.

 

 

Ecco una serie di questi numeri che si dicono indici, perché servono quasi ad indicarci il livello generale dei prezzi nelle varie epoche:

 

 

1845-50

2.200

1 gennaio 1895

1.923

1 luglio 1857

2.996

1 gennaio 1896

1.999

1 gennaio 1870

2.689

1 gennaio 1897

1.950

1 gennaio 1880

2.538

1 luglio 1897

1.885

1 gennaio 1890

2.236

1 gennaio 1898

1.890

1 gennaio 1891

2.224

1 luglio 1898

1.915

1 gennaio 1892

2.133

1 gennaio 1899

1.918

1 gennaio 1893

2.121

1 luglio 1899

2.028

1 gennaio 1894

2.082

1 gennaio 1900

2.145

 

 

Come si vede molto chiaramente dalle cifre ora esposte, i prezzi (attraverso a momentanee ondulazioni, che non sono nella tabella visibili, specie nei primi decenni) ebbero la tendenza a diminuire dal 1857 in poi, scendendo da 2.996 a 1.885 l’1 luglio 1897. Il ribasso era forte. In seguito cominciò il movimento inverso, dapprima lento, poi progressivamente più rapido. L’1 gennaio 1898 i prezzi complessivi delle 22 merci erano appena aumentati di 5 punti a 1890; l’anno dopo, l’1 gennaio 1899, erano ascesi a 1.918. Tutto ad un tratto l’aumento si accelera: l’1 luglio 1899 il rialzo è di 90 punti sino a 2.028; e, finalmente, l’1 gennaio 1900 siamo giunti a 2.145, con un aumento di 117 punti in un solo semestre.

 

 

Certo l’aumento è notevole: abbiamo già superato i prezzi del 1892 e ci apparecchiamo a ritornare a quel livello di 2.200, che forma come la base media dei prezzi, secondo l’«Economist».

 

 

Ma, appunto per ciò, non si può dire che si tratti di un fenomeno né allarmante né tale da farci impensierire troppo sulle venture prossime difficoltà di vestirci, di riscaldarci, di muoverci, ecc. ecc. Dobbiamo, è vero, comprare le nostre merci un po’ più care dell’anno scorso, e sovratutto di due o tre anni fa; ma siamo ancora ben lungi dal dovere pagare i prezzi altissimi del 1870 e del 1857.

 

 

Si aggiunga, inoltre, che, mentre noi, come consumatori, dobbiamo pagare alquanto più care le nostre merci, abbiamo però il vantaggio di non doverle pagare tutte più care. Il grano, ad esempio, che nell’Inghilterra non entra molto nella alimentazione, mentre in Italia ha una importanza somma, si compra a più buon mercato; l’1 luglio 1898 era a 77 centesimi del prezzo base; ed è ininterrottamente disceso fino ad essere, l’1 gennaio 1900, solo più a 47 centesimi dello stesso prezzo.

 

 

Si aggiunga che in quelle merci in cui il caro dei prezzi fu più marcato, ossia il carbone, le macchine, i minerali, i tessuti, esso fu dovuto ad una grande prosperità delle relative industrie e diede modo agli operai ed alle masse consumatrici di poter far fronte, coi più alti salari, all’aumento dei prezzi, che, del resto, fu dagli operai sentito solo per quanto si riferisce ai tessuti e, nei paesi freddi, al carbone.

 

 

E qui possiamo indicare le cause dalle quali fu originato il recente aumento dei prezzi. La guerra anglo – boera vi ebbe parte certamente notevole. Sovratutto i prezzi del carbone e dei metalli ed i noli delle navi aumentarono per questo motivo. Le antraciti di Cardiff, le quali sono usate molto nei trasporti marittimi, aumentarono, da una media di 12-15 scellini, fino a 27 scellini per tonnellata, appunto per le grandi richieste del governo inglese. Così anche il coke, che nel 1897 valeva 7 scellini vicino agli alti forni, adesso vale circa 22 scellini. È la necessità di apprestare in fretta armi, munizioni, ecc., che fu la causa di questo aumento subitaneo di prezzi.

 

 

Ma errerebbe chi volesse attribuire l’aumento dei prezzi soltanto alla guerra anglo-boera. Questa fu l’occasione che rese più avvertito e subitaneo un aumento che si sarebbe manifestato egualmente, forse con maggior calma.

 

 

La prova si ha leggendo le cifre relative al commercio del medesimo carbone di cui il più accentuato rialzo fu apparentemente dovuto alla sola guerra africana. Le esportazioni del carbone inglese sono nell’ultimo anno aumentate in tutte le direzioni, anche verso paesi che non hanno nulla a che fare colla guerra. Mentre per l’uso delle navi in partenza dall’Inghilterra fu necessario solo un milione di tonnellate di più, le esportazioni per l’estero crebbero da 36 milioni e mezzo a 43 milioni, ossia di più di 6 milioni e mezzo di tonnellate. Moltissimi paesi parteciparono a questa maggior richiesta di carbone inglese. La Russia ne chiese 1 milione e 200 mila tonnellate di più, la Svezia e la Norvegia 900 mila tonnellate di più, la Germania, che pure possiede grandiosi bacini carboniferi, 300 mila tonnellate, l’Olanda 300 mila, la Francia 1 milione e 150 mila, la Spagna mezzo milione, l’Italia 850 mila, l’Egitto 220 mila ed i paesi diversi 1 milione di tonnellate di più.

 

 

Si disse a ragione che il carbone è il pane dell’industria. Tutto questo aumento nella domanda del carbone nei paesi più diversi, indica che la causa del caro dei prezzi si deve sovratutto ricercare nello sviluppo meraviglioso delle industrie nell’ultimo anno. L’«Economist» comincia la sua cronaca economica del 1899 così: «Raramente l’Inghilterra ha potuto allietarsi di una attività industriale e di una prosperità così generale e sensibile come nel 1899» Quel che si dice dell’Inghilterra, si può ripetere per tutti gli altri paesi. Tutte le industrie tessili, elettriche, ecc. ecc., sono come per incanto rifiorite nell’ultimo anno. Le società industriali e commerciali si stanno moltiplicando sotto i nostri occhi, i salari aumentano, i guadagni si ingrossano. Dacché l’Italia è costituita a nazione, non si era mai visto un fatto simile a quello verificatosi nell’anno scorso, e cioè di un movimento commerciale giunto alla cifra, per noi straordinaria, di 3 miliardi di lire.

 

 

È ben naturale, quindi, che, crescendo le domande delle merci, i prezzi aumentino. Ciò importa un sacrificio ai produttori che comprano le materie prime a più caro prezzo; ma essi se ne possono rifare aumentando i prezzi; ed i consumatori sono ben lieti di pagare questi prezzi più alti perché i loro salari ed i loro guadagni sono cresciuti.

 

 

Noi siamo, insomma, nel momento presente, sulla cresta di una ondata di prosperità; ed il caro dei prezzi non è se non una manifestazione della prosperità universale nell’attuale periodo economico. Il fatto si è ripetuto spesso nel nostro secolo; alcuni asseverano persino che si ripeta periodicamente e regolarmente ogni dieci anni. Esso non ha nulla di allarmante, né di insolito. Passerà nello stesso modo come è venuto. Danni gravissimi si avrebbero soltanto se i produttori facessero troppo a fidanza nell’attuale periodo di prosperità, e facessero dagli impianti esagerati e troppo costosi, i quali non saranno più rimuneratori quando i prezzi torneranno a ribassare per il ritorno degli anni cattivi.

 

 

II

 

Abbiamo esaminato sopra i sintomi e le cause dell’attuale caro dei prezzi. È naturale domandare perciò se la prosperità del momento sia destinata a durare e se gli anni buoni siano costretti novamente a lasciare il passo ad anni cattivi.

 

 

Nello stesso modo che può essere utile sapere preventivamente quanto durano le stagioni fredde e le calde, se i venti continueranno a soffiare in una direzione o invece questa muterà, il corso dei fiumi, le maree, ecc. ecc., così sarebbe utilissimo prevedere il corso futuro degli avvenimenti economici di un paese per adattare a quello la propria azione, per evitare di commettere spropositi, per non iniziare intraprese, le quali, promettentissime ora, possono in breve volgere di tempo diventare poco proficue e passive.

 

 

Disgraziatamente però i mezzi che la scienza economica ha a sua disposizione per prevedere il futuro sono ben scarsi in confronto a quelli che l’astronomia ha per calcolare il corso degli astri, la medicina le vicende di una malattia o la meteorologia le successioni delle stagioni, dei venti, delle maree, ecc.

 

 

La causa della imperfezione della scienza economica sotto tale riguardo non è difficile ad indicare. Se l’astronomo riesce a prevedere con precisione matematica il corso degli astri, la comparsa di una cometa, l’eclisse del sole o della luna, si è perché egli deve calcolare su pochi elementi semplicissimi, quali sono i corpi detti astri, in base alla legge della gravitazione. Dati i corpi, i quali esistono nello spazio, data la conoscenza delle leggi di attrazione reciproca, è possibile calcolare la traiettoria che in un dato periodo di tempo percorrerà l’astro, così come è possibile matematicamente calcolare la traiettoria percorsa da una palla da cannone quando noi ne conosciamo la forza propulsiva iniziale, la resistenza dell’aria, la tendenza dei gravi a cadere sulla terra, ecc.

 

 

Nella metereologia le previsioni riescono già difficili perché gli elementi di cui conviene tener calcolo sono più numerosi e mutevoli continuamente; se perciò è facile prevedere che all’inverno succederà la primavera, ed ai venti spiranti dal mare succederanno i venti spiranti dalla terra, perché così è sempre avvenuto e così avviene in virtù di cause molto semplici, è molto più arduo prevedere se da qui a quindici giorni farà bello o brutto tempo, mancandoci la conoscenza di tutte le cause che allora potranno agire sulla temperatura di un determinato luogo. Lo stesso accade, ed in misura molto più accentuata, per quanto riguarda il corso degli avvenimenti economici. Se noi conoscessimo con precisione il modo di agire di tutti gli uomini, gli avvenimenti politici probabili, il corso delle stagioni favorevole od avverso all’agricoltura, la probabilità e l’importanza delle nuove scoperte, se noi, insomma, potessimo conoscere con precisione tutti i movimenti psicologici e le forze esterne le quali spingono gli uomini ad agire economicamente in un senso o nell’altro, noi potremmo predire con sufficiente esattezza che cosa capiterà nel mondo degli affari in un periodo prossimo di tempo.

 

 

Tutto ciò manifestamente è impossibile. La natura umana è così complessa che, per quanto si sappia che il suo sentimento predominante nelle faccende economiche è l’egoismo, non si può prevedere quali forme assumerà questo egoismo e fino a qual punto la sua azione sarà controbilanciata da altri sentimenti, i quali talora, in momenti di eccitazione politica, religiosa o militare, acquistano un’intensità straordinaria. Negli avvenimenti politici, nelle scoperte industriali ha troppa parte il caso perché noi possiamo con fiducia ricavare dai fatti oggi accaduti indizi sicuri relativamente a ciò che accadrà dimani.

 

 

Malgrado tutte queste difficoltà, gli economisti hanno cominciato a constatare un fatto: che cioè i periodi di crisi e di prosperità si succedono regolarmente e periodicamente, secondo una legge che si potrebbe all’ingrosso persino tradurre in cifre. Il fatto era del resto conosciuto da lungo tempo; basta ricordare la storia biblica delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. Nel nostro secolo gli anni grassi si sono succeduti agli anni magri in questo ordine:

 

1803 – 1810 – 1815 – 1825 – 1836-39 – 1847 – 1857 – 1864-66 – 1873 – 1882 – 1891-93 – 19 …?

 

 

Gli anni sovra segnati sono quelli in cui l’attività industriale e commerciale giunge al suo grado estremo, in cui i prezzi diventano altissimi, in cui gli affari vanno così bene che la gente compie speculazioni azzardate ed in cui l’arco troppo teso si rompe e scoppia la crisi. Fra un anno ed il successivo si compie la liquidazione della crisi, gli affari cattivi si liquidano, le case malferme scompaiono dal mercato e gli affari tornano ad incamminarsi per la buona via prima lentamente ed in seguito più velocemente finché si giunge ad un altro anno di prosperità in cui scoppia di nuovo la crisi.

 

 

Una prima cosa dunque è certa: che cioè gli industriali, i commercianti, gli agricoltori non si debbono illudere che gli anni buoni, i prezzi alti debbano continuare sempre. Se l’esperienza serve a qualcosa, questa dovrebbe insegnare loro che nel presente secolo ai prezzi alti sono sempre succeduti i prezzi bassi, alle vacche grasse le vacche magre. È dunque probabile che anche nel futuro lo stesso ordine di avvenimenti seguirà e che più o meno presto vedremo di nuovo gli anni di stagnazione e di morta gora. Ed è ragionevole che così sia.

 

 

Alcuni economisti hanno voluto rintracciare la ragione di questo singolare succedersi – che sembra verificarsi entro un termine quasi regolare di dieci anni – degli anni di crisi e di prosperità, in un fatto apparentemente privo di qualsiasi influenza sugli uomini, ossia nelle macchie del sole.

 

 

Si dice infatti che le macchie solari si riproducono ogni 10 anni, e che la loro comparsa coincide quasi sempre con i cattivi raccolti; i cattivi raccolti alla loro volta fanno scemare gli acquisti degli agricoltori e mettono in crisi le industrie ed i commerci. La spiegazione è insufficiente perché non è provato quale influenza le macchie solari esercitino sui raccolti; i cattivi raccolti non coincidono sempre colle macchie solari, e le crisi industriali non seguono sempre i cattivi raccolti.

 

 

Del fatto si può dare una spiegazione più semplice esaminando una qualunque delle crisi, per esempio, quella che rimane famosa del 1873 in tutto il mondo o la crisi edilizia in Italia.

 

 

Prima del 1870 le industrie ed i commerci erano rimasti alcuni anni in ristagno per rimarginare le ferite della crisi del 1866. Dopo il 1870 si succedono la guerra franco-tedesca, l’indennità di 5 miliardi alla Germania, il bisogno di questo paese di diventare grande economicamente come già lo era politicamente; l’impianto delle ferrovie negli Stati uniti ed in tutti i paesi nuovi; l’ingigantirsi della marineria a vapore. Di qui un impulso vivissimo a tutte le industrie, sovratutto a quelle metallurgiche e carbonifere. I prezzi rialzarono rapidamente. Il carbone si vendette persino a 50 scellini la tonnellata a Londra, invece di 20. Ciò fece sì che numerose miniere si aprissero, che i capitalisti facessero sorgere nuove fabbriche come funghi. Quando poi le ferrovie furono costrutte, le navi a vapore varate, e furono colmati i bisogni lasciati insoddisfatti dalla guerra, la domanda di merci scemò, i prezzi ribassarono e molte fabbriche che si erano costituite facendo a fidanza sui prezzi alti dovettero chiudersi.

 

 

La causa della crisi edilizia italiana si deve ricercare nelle speranze esagerate riposte sulla influenza del trasporto della capitale a Roma a farne aumentare la popolazione. Adescati dai lauti profitti i capitalisti accorsero a costruire case nella capitale; le banche imprestarono capitali a chi non ne aveva, e ne imprestarono anche a chi non meritava di averne, e che in quella furia universale di guadagnar enormi ricchezze in breve tempo riuscì ciononostante a scontare le sue cambiali. Quando poi il milione sperato di abitanti non venne, le banche cominciarono a volere ottenere in restituzione i capitali imprestati; i costruttori dovettero interrompere le costruzioni; i prezzi delle case e dei terreni svilirono e la crisi imperversò.

 

 

È sempre dunque una domanda nuova di merci e di servigi quella la quale fa aumentare i profitti degli imprenditori in alcune industrie. Nei primi tempi le cose vanno bene finché non si è in troppi. Ma a poco a poco i capitali disoccupati si accorgono della possibilità di potere guadagnare ed accorrono in folla verso le industrie nuove, e gli impieghi che erano rimuneratori diventano sempre meno proficui per l’accrescersi dei concorrenti. L’aumento della produzione fa ribassare i prezzi e questo è il segnale della débâcle. Dopo un po’ di resistenza, tutto precipita e comincia di nuovo la stagnazione, durante la quale la produzione si restringe, gli affari cattivi si liquidano e si prepara di nuovo la via ad una novella prosperità quando nel momento propizio sorga il bisogno di far fronte ad una novella o ridestata domanda di merci o di servigi.

 

 

Così accade con metro ricorrente e quasi fatale e così accadrà molto probabilmente per il presente periodo di prosperità e di prezzi alti.

 

 

I quali, come già dicemmo, furono originati in parte dal bisogno di provvedere alle spese degli armamenti anglo – boeri, ed in parte del sorgere di nuove industrie, come le industrie elettriche, e dal ravvivarsi delle antiche, come le tessili, le quali possono vendere molti milioni di più di metri di stoffa agli operai che guadagnano meglio ed agli agricoltori che hanno forse finito di pagare i debiti degli anni pessimi attraversati in passato.

 

 

Quando la guerra anglo-boera sarà finita, quando la gente avrà ricostituito un po’ la provvista della biancheria e sostituito i vestiti usati, quando le industrie elettriche avranno compiuto i primi e più costosi impianti, quando si saranno costruite le linee ferroviarie più necessarie nella Cina, nell’Africa, nell’America meridionale, la domanda di merci ritornerà al suo livello normale, i prezzi esagerati del carbone, del ferro, dei tessuti, ecc., torneranno a diminuire ed agli anni prosperi faranno seguito di nuovo anni cattivi.

 

 

L’abilità degli industriali consiste tutta nel sapere prevedere caso per caso la lunghezza del tempo che deve ancora decorrere prima dell’inizio della crisi ed uniformare a questa lunghezza l’importanza degli impianti e la velocità dell’ammortamento dei capitali.

 

 

A ciò giova sovratutto l’esperienza personale; e giovano anche taluni sistemi delicati di previsione in base ai bilanci delle banche di emissione, sistemi però troppo complicati e delicati per potere essere per ora utilizzati se non con prudenza somma e con scarso successo.

 



[1] Con il titolo La durata dei prezzi alti.

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