Il caso Dalmine

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Il caso Dalmine

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 383-385

 

 

 

L’agitazione in corso nel Bergamasco pone alcuni quesiti sostanziali.

 

 

1)    Un elemento della discussione pare sia stata l’accusa fatta all’impresa (così almeno narrano taluni diari) di avere inviato in Polonia, Jugoslavia, Argentina, Austria e Cecoslovacchia impianti per la costruzione di tubi che faranno concorrenza alla Dalmine stessa.

 

 

Al punto di vista economico, l’accusa è un residuo della psicologia la quale, tra il secolo XVIII e la prima metà del secolo XIX, aveva in Inghilterra fatto mettere in vigore leggi di proibizione della esportazione dei telai e degli altri macchinari utili all’industria tessile. Si diceva anche allora essere un delitto contro la patria esportare macchinari atti a creare all’estero concorrenza all’industria tessile britannica. Se un’industria deve reggersi con questi mezzi, si è sicuri che essa è destinata alla decadenza. Se la Dalmine dovesse prosperare perché si fa divieto di vendere all’estero i macchinari per la produzione dei tubi, potremmo recitare il de profundis alla Dalmine. In questo modo si promuovono industrie, le quali vivono di vita artificiale, e si rovinano quelle le quali potrebbero trovare sbocco all’estero.

 

 

Il risultato sicuro è di far sorgere all’estero imprese per la fabbricazione di macchinari atti a fabbricare tubi migliori di quelli che si producono tra noi. Se, da quel che pare, la Dalmine è una delle non numerose aziende I.R.I che chiude i propri bilanci con profitto, ciò è dovuto al fatto che essa è stata in grado sinora di competere liberamente con le concorrenti estere, anche con quelle che usufruivano degli stessi macchinari suoi.

 

 

2)    Un altro punto della discussione pare sia stato il licenziamento di due funzionari che sembra fossero anche rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione.

 

 

Qui, come in tutti i casi analoghi, trattasi di questioni di principio senza di cui nessuna azienda può andare avanti. Alla Dalmine sarà sempre conveniente di pagare indennità anche eccessive ai due licenziati, piuttosto che lasciar scuotere la disciplina indispensabile in una azienda. Se poi costoro si divertono ad intentar cause ed a sommuovere uomini politici di tutte le specie per farsi riammettere, tanto più diventa indispensabile, sempre se non si vuole mandare in malora l’azienda, mostrare i denti.

 

 

3)    Dalla cronaca dei giornali risulterebbe che «un giovane curato, alla testa di una decina di uomini in tutto, ciascuno con un fazzoletto rosso al collo, ha fermato un treno, gli è saltato sopra e lo ha perquisito attentamente per assicurarsi che non contenesse materiali degli uffici che la direzione dello stabilimento intendeva trasferire a Milano».

 

 

Dalla stessa cronaca risulterebbe che trecento parroci ed un numero imprecisato di sacerdoti, cappellani del lavoro, assistenti delle A.C.L.I., si sono riuniti e, insieme con essi camera di commercio, camera del lavoro, liberi sindacati, socialisti delle varie confessioni, deputati provinciali, banchieri, bottegai d’accordo richiedono parecchie cose, fra cui la revoca del trasferimento degli uffici da Dalmine a Milano; che, si afferma, sarebbe il preludio al trasferimento totale della Dalmine ed alla conseguente disoccupazione di seimila bergamaschi.

 

 

Di una cosa si può esser certi, ed è che se curati, parroci, comunisti, socialisti, democristiani riescono nel loro intento, le sorti della Dalmine sono segnate. È pratica universale, seguita in tutti i paesi del mondo, collocare gli uffici amministrativi di una impresa industriale là dove è più conveniente per le trattative con la clientela, per i rapporti con le banche, per gli acquisti di materie prime, per le inevitabili, purtroppo, relazioni con i ministeri. Può darsi che talvolta convenga di avere gli uffici nello stesso luogo dove si compiono le operazioni industriali; ma trattasi di puro caso: per lo più conviene stare in una grande città dove meglio si possono curare gli interessi della impresa.

 

 

Quel tal curato che sale sui treni per vedere se ci sono incartamenti trafugati a Milano, senza saperlo, in pura innocenza, vorrebbe ristabilire la servitù della gleba nel Bergamasco. Si dice che egli è in pura innocenza, perché si trova in ottima compagnia con tanti altri che in passato, ed ancora ora, agiscono e legiferano allo scopo di chiudere gli italiani in tanti compartimenti stagni. Questa politica dei compartimenti stagni o, come più correttamente si deve dire, della servitù della gleba, è nel nostro paese fattore potentissimo di disoccupazione.

 

 

Con le migliori buone intenzioni curati e laici, democristiani e comunisti d’accordo invocano provvedimenti i quali contribuiscono all’irrigidimento della società economica ed al suo fatale impoverimento.

 

 

Il caso Dalmine è soltanto uno tra i tentativi di ossificazione delle imprese economiche. Quel che vi è di peculiare è che in questa maniera si mette in opera tutto ciò che è necessario affinché una impresa, celebrata sinora per la sua modernità ed attitudine a progredire ed a fornire profitti, si riduca alla situazione di quelle troppe imprese le quali sono diventate sanguisughe dell’erario pubblico.

 

 

25 marzo 1950.

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