Il censimento

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 08/02/1901

Il censimento

«La Stampa», 8 febbraio 1901

 

 

 

In questi giorni in quasi tutte le famiglie sono state recapitate le buste e le schede per il censimento; e molti che non si ricordano più delle volte passate in cui la medesima operazione si fece (l’ultima fu il 31 dicembre 1881) si saranno chiesti: Perché tutta questa seccatura? Non si è vissuti egualmente bene od egualmente male finora, senza che ci si venisse a domandare il nome, l’età, la professione, il luogo di nascita, le malattie congenite, se abbiamo fondi o case, se sappiamo o non leggere, ecc., ecc.?

 

 

Il motivo per cui il censimento non si è più fatto da 19 anni è veramente un po’ poco onorevole per noi. Si pretese che mancassero i quattrini per farlo; benché forse non sarebbe stato impossibile trovare 850 mila lire, mentre si trovavano dei milioni per tante altre spese meno necessarie e meno urgenti.

 

 

Ma la mancanza di denari non toglie che il censimento sia davvero una operazione necessaria ed urgente. Una volta lo si faceva per conoscere quanti soldati validi il paese contava; come avvenne quando Mosè fece il famoso censimento degli israeliti nel deserto, vicino al Monte Sinai. Nel medio evo lo si faceva talvolta eziandio per poter mettere certe imposte. Si contavano i fuochi, ossia le famiglie, e si faceva pagare una somma per ogni famiglia.

 

 

Ma ora il Governo non ha più bisogno del censimento per conoscere il numero dei suoi soldati, perché la legge sul reclutamento obbligatorio è applicata molto rigorosamente; e non ha più bisogno di contar le famiglie per mettere delle imposte. I suoi agenti dispongono di mezzi molto più perfetti per conoscere i redditi dei contribuenti. Il pubblico non deve perciò temere affatto che le risposte da lui scritte sul foglio del censimento debbano servire a qualche scopo recondito o possano riuscirgli dannose.

 

 

Tutti hanno il dovere di dare delle risposte esatte e giuste, perché il censimento deve servire a due importantissimi scopi, indispensabili in uno Stato civile come l’Italia:

 

 

1)    Applicare le leggi esistenti. – Vi sono ben ventisette leggi che non si possono applicare se non si conosce la cifra della popolazione. Per esempio, la legge elettorale politica dispone che l’Italia sia divisa in tanti Collegi ognuno dei quali elegge un deputato. La divisione dei Collegi si fa in proporzione alla popolazione. Ora, come si fa a dividere il territorio in Collegi uguali, se da 19 anni non si fa il censimento e non si conosce quanti siano gli abitanti? Capiterà che vi siano, come ora, dei Collegi con un numero di abitanti molto superiore a quello degli altri. E quel che si dice dei deputati, si può ripetere per molte altre leggi; come per il numero dei consiglieri comunali, le opere di beneficenza, le fiere ed i mercati, le quantità di monete spicciole che si possono emettere, ecc., ecc..

 

2)    Conoscere come è composta la popolazione italiana. – Un Paese moderno ha obbligo, innanzi tutto, di conoscere il suo stato attuale per poter progredire. Conosci te stesso è un proverbio antico che si applica sia agli Stati che agli individui. Molti si saranno meravigliati che sulla scheda si debba dire il luogo di nascita, la provincia dove si è nati, se si è assenti dalla famiglia (domande 4, 7, 8). Che cosa importa allo Stato sapere di dove siamo venuti e dove ci troviamo?

 

 

Invece, se si pensa bene, è molto importante sapere tutto ciò per potere conoscere se la popolazione abbia la tendenza ad andare dalle campagne alle città o viceversa. Supponiamo, ad esempio, che si verifichi che dal 1881 in poi la popolazione ha abbandonato la campagna ed è venuta a stare in città. Subito si chiederà: perché è avvenuto questo movimento? Potrà darsi che si dimostri che in parte la gente ha lasciato le campagne perché ci stava troppo male; e ci stava troppo male o perché le imposte erano troppo forti o perché non poteva vendere bene le derrate prodotte.

 

 

Ed allora si chiederà che le imposte vengano diminuite e che si facciano dei buoni trattati di commercio che permettano agli agricoltori di vendere bene le loro derrate e li inducano a fermarsi in campagna. Questo è uno dei tanti dubbi che possono nascere a proposito delle varie domande. Ma non ve ne è nessuna che non sia stata fatta senza un qualche motivo utile e legittimo.

 

 

Si chiede il sesso (domanda 5), l’anno di nascita (domanda 6), se si è celibe, nubile, coniugato o vedovo (domanda 9), se si è ciechi o sordomuti (domanda 19), per avere un’idea approssimativa del modo con cui è costituita la popolazione italiana o poter fare dei confronti interessantissimi con gli altri Stati.

 

 

Si sa che suppergiù il numero degli uomini è uguale a quello delle donne; ma però c’è quasi sempre una certa differenza. Per esempio, in Italia ci sono all’incirca 105 maschi per 100 femmine, mentre altrove capita il contrario. Ed è necessario saper questo, come pure l’età e lo stato civile per conoscere se in Italia sono molti i bambini e quelli di bassa età in confronto degli uomini maturi e se la popolazione tende ad aumentare, ed in quali proporzioni. Si capisce bene come tali notizie siano preziose per l’uomo di Stato.

 

 

 

Alcuni sono riluttanti a dar l’indicazione precisa dell’età o dello stato civile, perché non vogliono far sapere ai vicini, ai portieri, ecc., gli anni propri o la propria condizione che può essere alquanto incerta, come accade per le persone che vivono insieme, pur non essendo maritati. è consigliabile in questi casi dire la verità, sottolineando la parola celibe, nubile, coniugato, vedovo, che corrisponde al proprio stato di fronte alla legge e dichiarando poi, alla domanda 2, di essere o pigionati, o ospiti, o quella qualsiasi altra cosa che si preferisca meglio. Non c’è pericolo che le informazioni scritte sulla scheda vengano mai a conoscenza di persone indiscrete. Il commesso deve leggerle per obbligo suo, per verificare se ci siano errori o dimenticanze; ma fuori di lui nessun altro verrà mai a conoscere i fatti esposti nella scheda. Egli ha l’obbligo del segreto.

 

 

Chiunque venga a conoscenza di indelicatezze di qualche commesso – e saranno rarissime perché i commessi sono scelti con molta cura – faccia la sua brava denuncia ed il commesso sarà severamente punito.

 

 

Ma, ripeto, neanche nei piccoli paesi si avranno indelicatezze di questo genere; tanto meno poi nelle città dove il commesso non conosce personalmente nessuna delle famiglie e non gli importa nulla delle dichiarazioni scritte sulla scheda, eccetto che per quanto si riferisce all’adempimento del suo dovere.

 

 

Una volta poi che le schede sono raccolte nell’ufficio comunale e di lì mandate a Roma, allora ogni individuo cessa di essere una persona; diventa un numero, che gli impiegati classificano e sommano con altri numeri che hanno le stesse qualità; per esempio, che hanno 10, oppure 11 anni. è evidente che allora la curiosità non riguarda più la persona, ma i risultati complessivi in cui i casi individuali, per così dire, scompaiono e sono dimenticati.

 

 

Un’altra domanda, che ad alcuni sembra superflua, è quella 10.ma del saper leggere oppure no. Ma è una domanda necessaria per mettere in grado lo Stato di sapere se vi sono ancora molti che non sappiano leggere, e in che misura l’istruzione abbia progredito dopo il 1881; e per poter istituire nuove scuole dove ne sia manifesto il bisogno. L’Italia è uno dei Paesi in cui vi sono più analfabeti. Occorre perciò rispondere con esattezza per sapere come sia ancora diffusa l’ignoranza e per poter combatterla meglio.

 

 

La domanda 11.ma, sulla religione, è abbastanza chiara. Chi appartiene ad una religione dica quale è; chi non appartiene a nessuna religione non scriva niente.

 

 

È necessario rispondere bene alla domanda, per non far sì che nel totale vi siano più o meno individui appartenenti ad una religione di quanto non siano in realtà. Chi si dimentica di rispondere, va ad accrescere il numero di quelli che non appartengono a nessun culto. La domanda 12.ma si riferisce a chi possiede terreni o fabbricati. Badisi bene che non basta essere figli di proprietari; ma occorre proprio avere terreni o fabbricati iscritti nel catasto a proprio nome. Chi ha terreni o fabbricati in comunione con altri, deve denunciare di essere proprietario. Chi ha dei crediti, denari alla Cassa di risparmio o alla Banca o titoli non deve denunciare cosa alcuna. L’obbligo di denunciare di essere proprietari lo hanno solo quelli che hanno terreni o fabbricati iscritti al loro nome nel catasto o nei ruoli delle imposte.

 

 

Ed allora, chiederanno molti, se la qualità di proprietario risulta già dal catasto, perché obbligar la gente a dire una cosa che lo Stato sa già? Il motivo, è questo: che dai catasti non si rileva quanti siano i proprietari, ma quanti siano gli articoli di ruolo. Una persona può possedere terreni in due o tre Comuni e figura nel catasto due o tre volte, come altrettanti articoli di ruolo.

 

 

Invece è molto interessante sapere quanti siano i proprietari veri e propri per conoscere se la proprietà sia molto diffusa o se invece sono pochi i proprietari.

 

 

Si ritiene dai più che un paese sia tanto più felice e prospero quanto più numerosi sono coloro che posseggono qualcosa. Il censimento dovrebbe a questo riguardo fornirci qualche notizia che sarebbe preziosissima per conoscere lo stato reale del paese.

 

 

Così pure è importante conoscere quali professioni sono esercitate in Italia; ed a ciò si riferiscono le domande 13 e 18, che devono essere prese unitamente. Colla domanda 13 si chiede la professione unica o principale, ossia quella professione da cui si ricava la maggior parte dei mezzi di esistenza. Siccome poi una persona può esercitare parecchie professioni, si indica alla domanda 18 la professione secondaria.

 

 

Colle domande 14 e 15 coloro che sono occupati nell’agricoltura, nell’industria o nei commerci sono invitati a dare indicazioni più particolareggiate. Tutte queste notizie sono importanti per sapere quanti in Italia vi sono che fanno gli agricoltori o i commercianti o gli industriali. Si può cosi formarsi un’idea del modo con cui sono distribuite la ricchezza e le industrie, da quali professioni la gente trae i mezzi di vivere; e ricavarne utilissime indicazioni per far sì che la ricchezza possa svolgersi ancor meglio e le professioni diventare ognora più proficue. Così pure la domanda 17.ma si riferisce ad un fenomeno doloroso, quello della disoccupazione, che sarebbe desiderabile far scomparire od almeno scemare.

 

 

Ma perciò è prima necessario conoscere l’intensità e la estensione del male. Solo dopo si potrà pensare a guarirlo. In conclusione deve essere profonda in tutti la convinzione che riempiendo con diligenza e con la maggiore buona volontà le schede del censimento si fa un’alta opera civile.

 

 

Si dà modo innanzi tutto di obbedire alle leggi esistenti, ed inoltre si contribuisce alla conoscenza della nostra amata patria. Da un pezzo si dice che bisogna progredire; che è necessario fare delle riforme perché la gente possa lavorare e guadagnare.

 

 

Il censimento ci offre appunto il mezzo di dire al Governo quanti siamo, quali sono i rapporti famigliari che ci avvincono, quali sono le professioni, umili od alte, che ci danno da vivere, qual è la diffusione della cultura fra noi.

 

 

Se dal censimento risulterà che, pur avendo progredito rispetto al 1881, siamo ancora molto arretrati, che molti non sanno leggere, che il numero dei proprietari è troppo tenue, che vi sono molti disoccupati, o molte persone attendenti ad umili lavori; ebbene questo sarà un argomento nuovo perché si facciano finalmente quelle grandi riforme da cui noi tutti aspettiamo un po’ più di benessere materiale e morale per il nostro Paese.

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