Il certo e l’incerto (II)

Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 23/09/1944

Il certo e l’incerto (II)

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 23 settembre 1944

 

 

 

Depurato degli elementi estranei, il profitto d’intrapresa resta quel che sopra si disse: un compenso incerto e variabile di lavoro compiuto, di servizio reso.

 

 

La parola «profittatore» dovrebbe essere riservata a coloro i quali traggono lucro da monopoli, da offerte immorali; da avvenimenti, come la guerra, che richiedono sacrifici alla collettività, o che, come la corruzione propria dei regimi totalitari, arricchiscono gli uni a danno degli altri.

 

 

Ma non è profittatore colui che crea l’impresa e la fa prosperare in concorrenza con altri; colui il quale osa creare qualcosa di nuovo pur sapendo di avere da lottare contro imprese antiche, già salde ed avviate.

 

 

Se egli vuole ottenere profitto, deve far del nuovo, dell’insolito, del più conveniente per qualità o prezzo. Non c’è via di scampo. Il sarto, il calzolaio i quali producono merce solita ai prezzi soliti, perdono invece di guadagnare. Se vogliono ottenere profitti, occorre che il taglio dei loro vestiti sia più elegante o nuovo od attraente dei tagli soliti; che le scarpe siano dimostrate dall’esperienza dei primi clienti più solide o comode o piacenti di quelle viste in tutte le vetrine. In un paese totalitario, quale editore riesce a conquistare l’affetto e l’attenzione del pubblico? Non certo chi vende le solite apologie dell’uomo provvidenziale e dei suoi accoliti; le consuete parafrasi dei discorsi ufficiali in lode del regime. Il pubblico ha nausea di questa roba e l’acquista solo se forzato.

 

 

Ma si rivolge ai libri non conformisti, ai libri i quali aprono orizzonti nuovi alla mente ed alla coscienza. Anche se non vi legge critiche specifiche al regime imperante, perché esse sarebbero represse colla violenza, respira un’aria nuova e diversa, conosce teorie e uomini e fatti i quali acuiscono ed affinano il suo spirito critico. Se l’editore si fa così conoscere e mette le fondamenta ai guadagni futuri, forse ché il profitto non sarà poi meritato?

 

 

Non ha forse egli lavorato, creato, osato, quando gli altri pedissequamente seguivano ed ubbidivano? Il punto da risolvere non è se il profitto di impresa sia meritato o no. Non vi è ombra di dubbio che il lavoro dell’imprenditore è uno dei più fecondi che si conoscano; che esso è il motore del progresso economico e sociale.

 

 

Non gli imitatori, i pedissequi, gli esecutori di ordini altrui, hanno fatto marciare innanzi l’umanità e l’hanno condotta dalla miseria antica alla civiltà presente e la condurranno a più alte mete; ma gli innovatori, i ribelli, i capi, che a loro rischio sfidano la gente assisa nei comodi posti e la forzano a innovare o a cadere. Se il mondo fosse composto solo di impiegati e di salariati esecutori, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne dell’età della pietra.

 

 

Il punto è un altro: il compenso all’imprenditore deve essere, come è oggi, incerto e variabile o diventare fisso? Deve la legge fissare un massimo percentuale al profitto?

 

 

La risposta che razionalmente si deve dare al quesito è una sola: purtroppo le urgenze della vita, la immaginata convenienza dei più, la paura dell’ignoto persuadono gli uomini a preferire compensi fissi a quelli variabili; ma è parimenti certo che la predilezione verso il fisso, verso il certo è una grande sciagura.

 

 

Si parta da una constatazione indiscutibile: il prodotto totale sociale, la massa dei beni e dei servigi prodotti di anno in anno, di giorno in giorno in un qualunque paese è, per quantità e per valore, incerta e variabile. Variano i raccolti in quantità e prezzo; variano i ricavi delle miniere; variano le quantità di energia elettrica a seconda delle piogge e delle siccità; variano i metodi produttivi.

 

 

Nulla vi è e vi sarà mai di stabile nella produzione. Variano i gusti degli uomini; e quel che ieri era grandemente apprezzato, oggi è vilipeso. Domani, finita la guerra, impianti e prodotti oggi preziosissimi, saranno abbandonati ed arrugginiranno senza remissione. Non vi è forza umana la quale possa fermare a 100 il valore totale della torta da dividere fra imprenditori, che hanno organizzato l’impresa e combinato i fattori produttivi, capitalisti che hanno fornito il capitale materiale, salariati i quali hanno dato il lavoro materiale e intellettuale, e, last but not least, lo Stato, il quale ha fornito l’ambiente esterno di sicurezza, giustizia, difesa, educazione, igiene, viabilità entro il quale l’impresa deve pur vivere.

 

 

Cento e non più è oggi il totale da dividere; domani sarà 120 od 80 e poi tornerà ad essere 100 o forse 105 o 75 o 150. Ogni giorno varia il prodotto da ripartire; eppure, quasi tutti i partecipanti vorrebbero vedere fissata in un tanto non variabile in meno la quota che ad essi spetta. Primissimo lo Stato, il quale, quia nominor leo, fissa d’autorità la quota che gli spetta; e volenti o nolenti gli altri, se la appropria colla forza dell’esattore.

 

 

Oggi la quota statale non è in quasi tutti i paesi belligeranti minore del 50 per cento; al ritorno della pace difficilmente cadrà al disotto del 30 per cento. Impiegati ed operai, i quali debbono mantenere sé e la famiglia, a ragione insistono nel sapere a priori su che cosa possono contare.

 

 

Preferiscono 10 franchi sicuri ad 8 ovvero 12 incerti a seconda dei risultati dell’impresa. Il capitalista, anche lui, animale timido per eccellenza, che scappa e si nasconde ad ogni stormir di foglie, preferisce gli investimenti a reddito fisso. Nove su dieci, almeno, i capitalisti preferiscono il 3 per cento delle casse di risparmio ed il 3,50 per cento delle obbligazioni cantonali o federali o statali a qualunque dividendo variabile delle azioni industriali!

 

 

Quanti lai dei proprietari coltivatori per l’incertezza dei raccolti e la fissità delle spese, degli interessi passivi e delle imposte e quanta emigrazione dalle campagne alle città, dove sui salari e sugli stipendi non piove e non grandina! Tutti vogliono il certo e paventano l’incerto. Il solo che, tratto dalla speranza del profitto e mosso dalla paura di cadere in perdita, si adatti all’incerto è l’imprenditore.

 

 

Non solo deve assoggettarsi a richieste sempre più gravi di prelievi certi – imposte, assicurazioni sociali, quote assistenziali – ma sul residuo incerto si appuntano i desideri degli altri partecipanti, particolarmente lavoratori intellettuali e manuali i quali, tenendo ben stretto il certo già consentito, vorrebbero per sé in aggiunta la parte più cospicua del residuo eventuale e, per conseguire cotal residuo, vorrebbero trasformare in stipendio fisso anche la quota spettante all’imprenditore.

 

 

Tutti gli addendi dovrebbero rimanere fissi: stipendi, imposte, interessi (ridotti al minimo) e profitti. In più dovrebbe esserci ancora un resto da assegnare ai lavoratori. Ma poiché il totale balla e seguiterà sempre a ballare, il problema è insolubile.

 

 

Non pochi economisti vedono nella contraddizione insanabile, fra un totale (prodotto lordo) variabile ed una somma di addendi fissi la causa dell’irrigidimento crescente dell’economia contemporanea e della sua incapacità a fronteggiare le conseguenze delle crisi. Variazione è sinonimo di crisi.

 

 

Quando variano i raccolti, i prezzi, i gusti, variano necessariamente i ricavi. Se le quote rimangono fisse, se la struttura economica non li può rapidamente adattare alle variazioni; se le leghe operaie tengono duro alle tariffe stabilite, se gli industriali si trincerano dentro ai loro monopoli, la crisi, la disoccupazione sono inevitabili.

 

 

Non giova nazionalizzare e socializzare; perché il dissidio fra prodotto totale variabile e somma fissa delle quote rimane. Taluno immagina di uscire dal dilemma attribuendo ad un centro (Stato, ente pubblico, ministero dei piani) il compito di redigere un programma complessivo, che si suol dire organico o razionale, il quale preordini quel che si deve produrre e quel che si deve consumare. A pensarci bene, trattasi di attribuire ad un consesso di tecnici il compito di far coincidere produzione e consumo riducendo al minimo le variazioni impreviste dell’uno e dell’altro.

 

 

Chi si contenta gode.

 

 

Nei conventi, nelle caserme, nei reclusori tutto è programmato e non ci sono crisi. Ma tutto è irrigidito. Quello è il contrario della vita, che è il nuovo, l’impreveduto, l’incerto. Non sembra giunto il momento di riflettere al tragico contrasto fra la aspirazione, profondamente umana, al fisso ed al certo e la inevitabilità dell’incerto e del variabile?

 

 

Uomini di Stato, dirigenti di imprese, capi di associazioni di lavoratori, invece di favorire lo scivolio sul piano inclinato del fisso e del certo, che mena verso l’irrigidimento cadaverico, non dovrebbero urgentemente ritornare alle idee semplici, alle nozioni spontanee inculcate dalla contemplazione della natura? Il contadino, il quale ha dietro di sé la sapienza dei secoli espressa nei proverbi, è rassegnato dinnanzi alla grandine. Sa che non tutte le stagioni sono propizie ai raccolti.

 

 

Così dovremmo far tutti. Pretendere un punto di partenza sicuro è umano e può essere uno stimolo a volere e ad ottenere un di più incerto. Ma non oltrepassiamo il segno nella esigenza del certo. Se il mondo moderno vuole salvarsi dalla morte per lento irrigidimento progressivo, fa d’uopo che il meccanismo economico ritorni ad essere mobile, elastico, adattabile.

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