Il chinino di Stato
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 08/03/1904

Il chinino di Stato

«Corriere della sera», 8 marzo 1904

 

 

 

È stato annunciato di questi giorni che una Commissione della Camera lavora a studiare le modificazioni da apportarsi alla legge sul chinino di Stato: legge che parve un giorno destinata ad infrangersi nella sua attuazione contro insormontabili ostacoli e che ora sembra invece entrata in un periodo di funzionamento tranquillo e normale.

 

 

Riesce perciò interessante riassumere una relazione recentissima, nella quale il comm. Roberto Sandri, direttore generale delle privative, espone i risultati del primo esercizio dell’azienda del chinino di Stato dal suo impianto al 30 giugno 1903. È un documento questo del Sandri veramente importante perché ci narra le peripezie numerose attraverso alle quali l’iniziativa feconda del chinino di Stato poté attuarsi. Suppergiù tutte le nuove intraprese nei loro inizi debbono lottare contro difficoltà; ma contro il chinino di Stato congiurarono uniti la malevolenza e l’intrigo degli industriali danneggiati, i ritardi dei pareri del Consiglio superiore di sanità, i conflitti fra il Consiglio superiore di sanità che ebbe a ritenere impuro ed inaccettabile un campione di bisolfato e l’Istituto chimico farmaceutico dell’Università di Roma, ch’ebbe a sentenziare non solo soddisfacente quel medesimo campione, ma benanco superiore in purezza al campione di controllo. Così, malgrado che la Direzione generale delle privative sin dal 26 dicembre 1900 – ossia appena tre giorni dopo l’approvazione della legge – avesse presentato, con esempio non facilmente imitabile di celerità, lo schema di regolamento per l’applicazione dalla legge, fu solo nell’aprile 1902 che si poté fare qualcosa di concreto, affidando alla farmacia centrale militare di Torino l’incarico di acquistare e di preparare in tavolette una prima partita di mille chilogrammi di sali di chinino, a cui fecero seguito, a brevi intervalli, altre provviste sufficienti ad assicurare la continuità del lavoro alla stessa farmacia.

 

 

Dopo d’allora i progressi furono veramente notevoli, sì che il comm. Sandri può a ragion vantarsi di essere riuscito a vendere il chinino a prezzi bassissimi e nello stesso tempo remuneratori e di essere in grado di affrontare con animo sicuro la prossima campagna antimalarica. Il prezzo del bisolfato fu stabilito in centesimi 12 e mezzo al grammo per la minuta vendita al pubblico in tavolette da 20 centigrammi ciascuna, racchiuse in tubetti da 10 pezzi e venduti a mezzo dei farmacisti e rivenditori di generi di privative; ed in centesimi 8 al grammo per le tavolette spalmate di zucchero e riposte alla rinfusa in scatole vendute alle Congregazioni di carità, ai Comuni ed alle pubbliche amministrazioni che le distribuiscono gratuitamente ai poveri. La scorta di chinino, che al 30 giugno scorso era di kg. 13.225, è cresciuta per modo che per la campagna malarica di quest’anno si potrà disporre certamente di una quantità non inferiore a kg. 23 mila, valido mezzo «per infrenare gli abusi di smodati ed illeciti guadagni che si risolvevano in danno dell’umanità sofferente».

 

 

Malgrado i tenuissimi prezzi e le forti spese per la costituzione di una scorta bastevole ai bisogni futuri, l’azienda del chinino di Stato ha dato dei risultati finanziari che si possono chiamar buoni. La spesa complessiva risultò in lire 1.384.285.77 dalle quali detraendo lire 1.138.184, valore delle rimanenze esistenti al 30 giugno 1903, si ottiene la cifra di lire 246.101,77 a rappresentare il costo del chinino venduto, comprendendo in questo costo alcune spese eccezionali, come lire 41.735,01 per l’ampliamento dei locali della farmacia militare, lire 18 per stampati di prima istituzione del servizio; e lire 12 mila per la transazione colla ditta Candiani che era risultata assuntrice della provvista del bisolfato. Contro alle 246 mila lire di spesa figura però un’entrata di lire 280.372,58, con un utile di lire 34.270,81, il quale andrà a suo tempo a beneficio del fondo sussidi per la malaria. È un bilancio di cui le privative possono davvero andare orgogliose, e che lascia intravvedere la fondata speranza di future diminuzioni di prezzo del chinino.

 

 

La quantità di chinino venduto ammontò a kg. 2.242 di cui però 2.201 si vendettero nelle 23 provincie dove la vendita ebbe inizio sin dall’1 luglio 1902; mentre il resto fu venduto nelle provincie dove lo smercio cominciò solo l’1 giugno 1903. Il consumo massimo nelle 23 provincie, dove la vendita ebbe subito inizio, si ebbe nella provincia di Foggia con 286 chilogrammi; vengono dopo Lecce con 218, Potenza con 178, Sassari con 174, Venezia con 162, Cagliari con 157, Trapani con 145, Palermo con 90, Girgenti e Siracusa con 85, Cosenza con 83, Ferrara con 72. Rovigo con 69, Grosseto con 65 e Mantova con 61. Il minimo si ebbe nella provincia di Rovigo, con soli 4,2 chilogrammi.

 

 

Vinti i primi ostacoli, il chinino di Stato comincia dunque ad esercitare la sua benefica influenza a tutela della igiene e della salute pubblica, contro una delle più dolorose malattie che affliggono l’Italia. Giova che il bene sia riconosciuto, per trarne argomento a nuove opere ed a novelli trionfi.

 

 

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