Il ciclone americano

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/11/1907

Il ciclone americano

«Corriere della sera», 18 novembre 1907

 

 

 

La crisi americana, scatenatasi a guisa di violento uragano sulla Borsa di New York il 23 ottobre, ha avuto già una ripercussione grandiosa e clamorosa in Europa. Successivamente la Banca d’Inghilterra ha rialzato il tasso dello sconto dal 4,1/2 al 5,1/2, al 6,1/2 ed al 7 per cento; la Banca dell’Impero germanico si affrettò a portarlo al 7 e 1/2 per cento, mentre cresceva il tasso sulle anticipazioni all’8,1/2 per cento. Anche i paesi più restii a questo provvedimento dovettero piegarsi; e la Banca Nazionale svizzera portava il tasso dello sconto al 5,1/2; la Banca Nazionale belga al 6, la Banca di Francia al 4% (4,1/2 per cento sulle anticipazioni e persino gli Istituti di emissione italiani, che da taluno si afferma a torto potersi considerare fuori delle correnti monetarie internazionali, dovettero chiedere al ministro del tesoro di poter aumentare il tasso dello sconto al 6,1/2 per cento. In tutti i paesi – e specialmente, e in ordine decrescente, nell’Olanda, nella Germania e nell’Italia – cause interne ben note hanno contribuito ad iniziare ed intensificare la crisi di borsa. Ma non è dubbio, ed i fatti oramai mostrano quanta ragione si avesse alcuni mesi or sono di tener conto su queste colonne di fatti accaduti fuori d’Italia, non è dubbio che il punto di partenza ed il teatro delle maggiori devastazioni dell’odierno uragano economico si trovano negli Stati Uniti.

 

 

Sicché un breve sguardo alle cause ed ai caratteri principali della crisi americana non sarà inutile, tanto più che parecchie di quelle cause furono le stesse che in proporzioni di gran lunga minori, danno frutti che sanno di losco anche in Italia.

 

 

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In America sono abituati alle crisi. Dopo il 1890 è questa la quarta grande crisi finanziaria ed è anche quella che ha la proporzioni più colossali.

 

 

Nel 1890 una speculazione sfrenata sui titoli ferroviari condusse ad una crisi di borsa. Nel 1891-92 la febbre di creazione di trusts è calmata da gravi dissesti nel trust del rame e dall’insuccesso del trust dell’Oceano. Nel 1903 si verifica un panico in borsa, con un ribasso generale di tutti i valori, richiamo di oro dall’Europa su garanzia di emissioni di obbligazioni ferroviarie. L’attuale crisi si può dire riassuma tutte le precedenti, e sia destinata a liquidare le imprese deboli che avevano saputo resistere ai precedenti attacchi ed a risanare il mercato dalle malsane creazioni che in tanti anni di speculazione sfrenata si erano accumulate. Le guerre tra gli Stati Uniti e la Spagna, tra l’Inghilterra ed i boeri e tra la Russia ed il Giappone avevano limitata l’espansione dell’attività economica dove più dove meno in tutti i paesi del mondo. La loro fine, come già il chiudersi del periodo di guerre durato dal 1859 al 1870, fu il segnale di una gigantesca ripresa della domanda di quasi tutte le merci e di un febbrile intensificarsi della produzione. Negli Stati Uniti dal settembre 1905 per più di un anno e mezzo la prosperità commerciale ed industriale parve crescere continuamente, con benefizi straordinari per le società per azioni e per le aziende private e con una domanda insaziabile di merci a prezzi ognora più elevati. Ripetuti magnifici raccolti agricoli a prezzi elevati provocarono un afflusso continuo di oro dall’Europa, un incremento nella capacità di consumo degli agricoltori, una richiesta crescente di vestiti, ferro ed altri materiali da costruzione, concimi chimici, macchine agricole, ecc. Le ferrovie si trovarono imbarazzate grandemente a trasportare le masse enormi di derrate e di merci che venivano loro consegnate; di qui progetti grandiosi di nuove linee e di miglioramenti degli impianti esistenti. Dal 1896 al 1905 soltanto erano state costruite 30 mila miglia di nuove linee, erano stati trasportati 180 milioni di viaggiatori ed 80 milioni di tonnellate di merci di più; cosicché non a torto i direttori delle Compagnie ferroviarie americane credevano l’anno scorso di potere saggiamente progettare nuovi impianti per più di 5 miliardi di lire all’anno.

 

 

Al sano incremento dell’attività produttrice ed ai progetti di nuovi investimenti di capitali – che erano eccessivi, sproporzionati alla capacità di annuo risparmio della popolazione ma non avrebbero potuto portare alla crisi odierna, bastando il rincaro del denaro a far graduare in una serie di anni gli appelli al capitale privato a seconda della loro importanza – si aggiunsero gli eccessi di una speculazione sfrenata. Come sempre, gli speculatori invece di limitarsi a prevedere i movimenti economici ed a trarre un legittimo guadagno da questa previsione, esagerarono lo stato di prosperità in cui si trovava l’economia del paese e non solo cercarono di far credere che questa prosperità era duratura, ma la dipinsero al pubblico come destinata a crescere di continuo. Un po’ per volta la mania guadagnò tutte le classi della popolazione e le spinse a speculare in terreni, in azioni minerarie in titoli di ogni sorta, in merci in minerali. Esempio tipico di questa tendenza speculativa al gonfiamento di tutti i valori fu il rame, spinto un po’ per volta dalle 60.7 lire sterline per tonnellata sino a toccare l’inverosimile prezzo di L. st. 108. Oggi il rame G.M.B. contanti oscilla di nuovo intorno alle 60 L. st. per tonnellata ma intanto, durante il periodo della ascesa – fomentata con ogni mezzo, dal diniego delle case produttrici di fornire statistiche esatte alla pubblicazione di statistiche false, alle compre artificiali di rame sul mercato a Londra, eseguite per dimostrare che l’America era assolutamente sprovvista di metallo – i proprietari delle principali miniere insieme ad un gruppo di banchieri organizzavano il trust del rame, conosciuto sotto il nome di Amalgamated Copper; e emettevano per 75 milioni di dollari delle azioni che i periti valutarono soltanto 39 milioni. Le azioni furono in seguito spinte a 133 dollari, procurando un altro cospicuo profitto ai promotori. In seguito i promotori stessi le fecero cadere a 33 dollari per ricomprarle a buon mercato e rivenderle in seguito a prezzi assai più elevati, sino a 115 dollari. Oggi si aggirano sui 50 dollari ed i detentori possono chiamarsi fortunati di non aver perso tutto il loro capitale, come accadde per moltissimi altri titoli che non valgono ormai la carta su cui sono stampati. Nella creazione di titoli si fece in grande ciò che in piccolo fu tra il 1905 e il 1906 comprato con fortuna non minore in parecchie borse italiane. Nel distretto produttore di cobalto (Ontario nel Canadà) esistono circa 15 miniere che producono con fortuna variabile, quel metallo. Nella borsa di New York si lanciarono azioni nientemeno che di 250 Compagnie produttrici di cobalto. L’United Cobalt Exportation Company da sola offerse al pubblico 5 milioni di azioni da un dollaro. Il pubblico ne sottoscrisse per 25 milioni e molti finirono di comprarle al prezzo di 8 dollari l’una, benché nessuno sia mai riuscito a sapere se e dove le miniere esistessero. Che meraviglia se i capitalisti alla fine aprirono gli occhi e si lasciarono sorprendere dal panico? Ma prima aveano avidamente assorbito una quantità enorme di carta fabbricata appositamente dalla speculazione; nel solo primo semestre del 1906, ben 4 miliardi e 400 milioni di lire di azioni e di obbligazioni erano stati lasciati sul mercato. Venne il giorno in cui i capitalisti coi risparmi disponibili non poterono seguitare a comprare tutta la carta che a getto incessante era loro offerta ma siccome continuavano a credere nel rialzo, impegnarono presso le banche prima i loro titoli buoni, poi i mediocri per ottenere anticipazioni con cui seguitare nella compra e nella speculazione sui titoli che montavano eccessivamente. Grave torto delle banche americane e anche delle banche di qualche altro paese fu di largheggiare oltre misura nelle anticipazioni di questo genere a scapito dello sconto di buona carta commerciale. Era un castello di carta destinato a crollare: quando i titoli non aumentarono più ed anzi discesero, le banche chiesero ai debitori di restituire la parte delle somme, che non era più coperta dalle garanzie di titoli; e come i debitori non poterono restituire sempre, le vendite forzate di titoli accentuarono precipitosamente la discesa. Il tracollo si ebbe quando si seppe che non solo i privati ma anche le banche avevano furiosamente giocato al rialzo nell’interesse dei loro amministratori. Le scoperte più sensazionali furono quelle relative alle Trust Companies. Bisogna avvertire qui che le trust companies non hanno nulla a che fare coi trusts, notissimi oramai al pubblico italiano. I trusts sono sindacati di produttori che si uniscono insieme con legami più o meno stretti per regolare la produzione di una merce, dominare il mercato e di solito rialzare i prezzi. Invece le trust companies sono qualcosa di simile alle nostre Casse di risparmio; ricevono depositi, in gran parte di gente minuta, amministrano titoli che sono loro affidati (donde il nome di trust che vuole appunto dire fiducia, geriscono sostanze di vedove, pupilli, enti morali, ecc., ecc. La scoperta che gli amministratori di parecchie trust companies, invece di impiegare con tutta prudenza i capitali da loro amministrati li avevano malversati in speculazioni di Borsa a loro vantaggio e avevano comprato titoli industriali di dubbio valore, spesso fornendo ai promotori dei trusts propriamente detti il mezzo di costituire i loro monopoli invisi ai consumatori e di lanciare in Borsa i loro titoli a prezzi gonfiati, produsse una impressione enorme.

 

 

Durissima fu la sorpresa generale quando la National Bank of Commerce dichiarò di non voler più fare le operazioni solite alla stanza di compensazione per conto del Knickerbocker trust, di cui essa era agente. Fu il segnale di un terribile run di depositanti. Il Knickerbocker trust (knickerbocker è un soprannome dei vecchi olandesi che furono i primi abitanti di New York, quand’essa si chiamava ancora New Amsterdam), che aveva 312 milioni di lire di depositi, dopo avere sostenuto per 24 ore l’assalto dei depositanti, dovette chiudere gli sportelli in mezzo a scene selvaggie di furore e di disperazione. Da allora cominciarono i fallimenti di trusts companies, di banche, di industriali privi di credito, le adunanze dei magnati dell’alta finanza per vedere di salvare il mercato, su cui la cronaca ha riferito e che non mette conto qui di narrare nuovamente.

 

 

Noteremo soltanto che hanno torto coloro i quali accusano il Presidente Roosevelt delle sciagure odierne. È il solito lamento di coloro che sono colpiti dai ribassi, i quali accusano i ribassisti ed il Governo dei malanni, i quali invece derivano dalle loro cattive o poco scrupolose operazioni. A ragione l’Evening Post di New York scriveva all’indomani dello scoppio della crisi: “Non fu il signor Roosevelt a tentare il monopolio del rame. Non fu egli che si impadronì di una catena di banche, puramente a scopi speculativi. Non fu il suo nome che per lungo tempo rimase il simbolo di tutto ciò che è sospetto e malvisto dai solidi ed onesti banchieri. No. Furono gli Heinze, i Morse, i Thomas e i loro socii che con i loro giochi e colle loro piraterie estese al meccanismo del credito, cagionarono gli odierni disordini. Il Presidente fu certo imprudente nei suoi discorsi; ma egli avrebbe potuto discorrere sino al giorno del giudizio universale, senza cagionare una millesima parte del male cagionato in un solo giorno da questi briganti della finanza.

 

 

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Ed è questo aspetto morale della crisi odierna che è cagione delle sue più interessanti e pericolose manifestazioni. Come dice bene l’Economist di Londra, il grande giornale finanziario della City, l’odierna crisi economica e finanziaria è sovrattutto una crisi morale, cagionata dal diffondersi di una sfiducia generale nei metodi e nell’onestà dei magnati che hanno posto le mani sulle corporazioni industriali e sulle trust companies. Il programma comunicato da Pierpont Morgan ai giornali riconosce esplicitamente questo dominante carattere morale della crisi quando dichiara essere dovere urgente di purificare anzitutto le direzioni delle banche e delle casse di risparmio mercé le dimissioni imposte alle persone poco scrupolose che si sono infiltrate nei Consigli d’amministrazione per trascuratezza o per fare dell’«alta finanza». Frattanto, sinché la fiducia non sia rinata, il pubblico accorre in massa a ritirare i proprii depositi e vuole oro o biglietti convertibili in oro. In questo momento gli Stati Uniti sembrano ritornati alle condizioni del medio evo o dell’India odierna, quando nessuno si fidava delle banche e tutti tesorizzavano i proprii risparmi, nascondendoli sotto terra. Si dice che ben 100 milioni di lire ritirati dalle sole trusts companies di New York siano stati nascosti in tal guisa.

 

 

In certi momenti l’oro fece un premio del 4% sulla carta, perché tutti volevano procurarsene al più presto.

 

 

Colla loro solita energia, gli americani oppongono a questo immane pericolo della scomparsa dell’oro dalla circolazione i più energici rimedi. Le richieste di un aumento della circolazione sono divenute più insistenti che mai. Negli Stati Uniti la circolazione posa su una base diversa dalla nostra. Le banche nazionali di cui esistono più di 5 mila, possono emettere, secondo l’ultima legge del 1900, biglietti fino al 100 per cento del valore dei titoli di debito pubblico da esse depositati alla tesoreria della Confederazione. I biglietti sono rimborsabili dalla banca emittente, da tutte le altre banche nazionali e dalla tesoreria federale. I biglietti sono colpiti da una tassa del 1/2 per cento ed il capitale impiegato nella loro emissione, oltre allo sconto ordinario, frutta l’annuo interesse pagato sui titoli di debito pubblico depositati. Il sistema in origine aveva per iscopo di creare uno sbocco ai titoli di debito pubblico che erano deprezzatissimi all’epoca della guerra di secessione; e raggiunse il suo scopo così bene che adesso i titoli 2% superano la pari per la interessante domanda che ne fanno le banche di emissione allo scopo di potere accrescere la propria circolazione di biglietti. Ma è un sistema malsano perché non dà una garanzia sufficiente ai biglietti, essendo i titoli di debito pubblico al 2% sopravalutati solo perché le banche fanno a gara a strapparseli di mano. Il giorno che quei titoli fossero posti sul mercato non troverebbero compratori ai prezzi odierni. Ed è pericoloso perché spinge a crescere la circolazione di continuo, colla sola condizione di depositare titoli di debito federale ed ora, per una interpretazione larga data dall’ex segretario del tesoro signor Shaw, anche titoli di debito degli Stati e delle città. La circolazione delle banche nazionali crebbe dal 1900 al 1906 da 214 a 600 milioni di dollari e più cresceva più fomentava la speculazione e contribuiva al gonfiamento di tutti i valori e dei prezzi.

 

 

Sicché oggi che occorrerebbe imporre un freno a questa mania di affari da ogni parte si chiede un’ulteriore aumento di circolazione; aumento che forse si finirà per concedere. Anzi, poiché i mezzi usuali sembrano troppo lenti ad ottenere il desiderato fine, si chiede il corso forzoso e la emissione di biglietti senza alcuna garanzia, discreditando così un’ultima volta il sistema monetario americano che non fu mai molto pregiato dai competenti. E la riserva monetaria aurea del paese chi la detiene – diranno i lettori – e perché di essa non si fa largo uso nelle circostanze presenti? La riserva esiste ma non nelle casse delle banche sibbene in quelle dello Stato. Siccome le dogane sono esatte in oro, mentre lo Stato federale fa i suoi pagamenti in biglietti, accade da molto tempo che la tesoreria federale ha una riserva formidabile aurea a sua disposizione. Al 30 settembre questa riserva saliva a 380 milioni di dollari. Una volta il segretario del Tesoro non poteva disfarsi in nessuna maniera di quest’oro e doveva assistere impassibile ed impotente allo scatenarsi delle più fiere crisi. La legge del 1900 diede facoltà al segretario del Tesoro di depositare presso le banche nazionali parte della riserva aurea del paese. Questa è la spiegazione dell’intervento continuo del signor Cortelyeu, segretario del Tesoro, durante l’odierna crisi e dei suoi viaggi incessanti da Washington a New York per conferire con Pierpont Morgan ed altri magnati dell’alta finanza. A torto lo si additò da taluni ad esempio dei ministri del Tesoro di altri paesi che non si agitano tanto e non fanno quanto da essi la speculazione richiederebbe. Egli è che il segretario del Tesoro americano possiede, egli solo o quasi, la riserva metallica del paese ed il suo non intervento sarebbe un delitto. Grosse somme in oro sono state dal signor Cortelyeu depositate presso le banche; e non si può negare che abbiano recato un qualche sollievo.

 

 

Ad altri mezzi ricorrono i banchieri e gli industriali americani per procurarsi moneta o suoi surrogati. Le banche maggiori indirizzarono circolari ai loro clienti pregandoli di non trarre assegni su di esse per grosse somme. È una restrizione forzata imposta sui clienti per non correre il rischio di vedere in breve ora scomparire le riserve delle banche. Gli industriali e i commercianti dal canto loro, non riuscendo a procurarsi oro o biglietti di banca, tesaurizzati dappertutto, hanno cominciato a pagare i salari con assegni che altri industriali e commercianti accettano, in mancanza di meglio, dai loro clienti. È una circolazione clandestina che si istituisce, di cui anche in Italia si conoscono esempi non remoti.

 

 

Finalmente le Stanze di compensazione (Clearing Houses) si decisero ad emettere i cosidetti Clearing-house certificates che sono l’ultima ancora di salvezza in tempi di crisi violentissima. È noto che nelle Stanze di compensazione i banchieri associati compensano ogni mese, ogni quindicina e ogni giorno, a seconda degli affari, le loro partite di dare ed avere, pagando il saldo in moneta contante. In questi giorni, in cui la moneta contante è scomparsa, sarebbe stato impossibile pagare i saldi nella Stanze di compensazione, e, se non si fosse escogitato qualche mezzo, i fallimenti di banche e di Ditte reputatissime sarebbero stati numerosi e colossali. In Inghilterra nei momenti supremi di crisi si ricorre alla sospensione dell’Atto bancario del 1844, dando facoltà alla Banca d’Inghilterra di sospendere il cambio in oro dei biglietti senza limite. In America il senatus consultum ultimum della legge bancaria è la emissione dei certificati delle Stanze di compensazione. Questi certificati sono promesse di pagamento che i banchieri associati alle Stanze sono autorizzati a consegnare invece della moneta contante per pagare i saldi passivi delle liquidazioni. Questi certificati sono accettati come moneta contante dalle Banche associate e quindi provvisoriamente fungono come moneta. Diciamo provvisoriamente, perché essendo i certificati gravati di fortissimi interessi giornalieri, le banche emittenti hanno interesse a ritirarli appena la tormenta sia passata. L’emissione dei certificati è anzi il segno che si è raggiunto il punto più alto della crisi e che si entra nel periodo di liquidazione dei misfatti economici commessi nel periodo di rialzi insensati. I certificati furono emessi per la prima volta il 23 novembre 1860; ed il 9 marzo 1861 erano completamente ritirati. Anche le volte successive la liquidazione fu egualmente rapida; le date estreme di emissione e di ritiro finale essendo le seguenti:

 

 

  • 16 settembre 1861-28 aprile 1862
  • 15 settembre 1863-1 febbraio 1864
  • 29 febbraio 1864-13 giugno 1864
  • 12 settembre 1873-14 gennaio 1874
  • 15 maggio 1884-6 giugno 1884
  • 12 novembre 1890-7 febbraio 1891
  • 21 giugno 1893-1 novembre 1893

 

 

Notisi che i certificati emessi nell’autunno, che è il periodo più pericoloso dell’anno, erano ritirati quasi sempre entro il febbraio, e che una sola volta si giunse al 28 aprile. Se l’esperienza del passato ha un valore, anche stavolta il punto maggiore della crisi dovrebbe essere superato; e quantunque non siano da escludersi altri rialzi nel tasso dello sconto in Europa prima della fine dell’anno per difendersi contro il richiamo dell’oro da parte dell’America, la quale ci deve ancor spedire quasi tutta l’eccedenza di raccolto del suo grano, e dell’Egitto, a cui bisognerà pagare il cotone, ecc. ecc., pur tuttavia è da sperare che i primi mesi del 1908 vedranno chiarirsi la situazione americana e scemare per conseguenza la tensione monetaria europea. Anche nel 1873, data alla quale bisogna risalire per trovare un tasso dello sconto uguale a quello odierno, il 25 settembre la Banca d’Inghilterra, dopo successivi aumenti, rialzava affannosamente lo sconto al 9 per cento. Ma nei primi mesi del 1874 il tasso dello sconto era con altrettanta rapidità riportato al 3,1/2 per cento; ed a tal saggio si manteneva per il resto dell’anno. Non è possibile prevedere se anche stavolta si seguirà la stessa vicenda. Certo però entriamo nel periodo di liquidazione; e se anche questo sarà laborioso e difficile si può fare affidanza su un prezzo del denaro meno elevato di quello che si deve oggi pagare, mentre infuria la tormenta.

 

 

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