Il circolo vizioso

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/09/1922

Il circolo vizioso

«Corriere della Sera», 2 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 851-855

 

 

 

Il volume di «dati statistici sul rendimento delle imposte dirette» pubblicato or ora, con adatte note illustrative del direttore generale D’Aroma è un prezioso contributo alla conoscenza delle condizioni della finanza pubblica ed alla esatta valutazione dello sforzo fatto per aumentare il gettito delle imposte e del futuro andamento delle entrate pubbliche. Purtroppo, quel documento è il solo. Mancano analoghi rapporti per gli altri rami dell’amministrazione finanziaria: dogane, tasse di fabbricazione, registro e bollo, ed altre tasse sugli affari, monopoli, demanio e catasto. Le relazioni speciali delle singole direzioni generali furono sospese con la guerra; e la relazione generale per tutta l’amministrazione è cosa troppo arida e secca e burocratica, perché il lettore ci possa trovare dentro quell’anima che il D’Aroma ha dato alla sua relazione e che sola consente di vedere dentro ad ogni tributo, di seguirne le variazioni, di apprezzare le speranze che i dirigenti nutrono intorno all’avvenire delle imposte affidate alle loro cure. Ricordino i valorosi direttori generali alle finanze che i ministri passano ed essi restano; che la loro volontà e le loro idee, ben più di quelle dei ministri, hanno avuto ed avranno influenza nel decidere della salvezza del bilancio italiano. E ci dicano che cosa essi vogliono fare, che cosa pensano dei tributi che essi devono amministrare; quali pregi e quali vizi hanno e quali riforme essi desiderano che il parlamento apporti al loro funzionamento. Non occorre che essi ci parlino di una volontà politica o di scopi economici da raggiungere. Lascino pure questa briga ai ministri ed al parlamento; ma ci espongano il loro giudizio «tecnico» sui risultati “concreti” che si sono ottenuti e si otterranno dai provvedimenti che governi e parlamento hanno adottato. Essi sono troppo esperti nei modi di esprimere prudentemente e decentemente un giudizio tecnico intorno alle idee buone ed ai capricci demagogici dei loro capi, perché la loro relazione non possa essere di guida preziosa al lettore attento.

 

 

Più che i giudizi sul passato, contano i propositi per l’avvenire. Noi abbiamo bisogno di conoscerli questi propositi, per lodarli o criticarli, a norma delle nostre convinzioni. Lodi e critiche devono essere desideratissime dai cinque o sei uomini, alla cui volontà ed al cui criterio è affidata tanta parte del risanamento finanziario d’Italia. Quale sia la volontà precisa e netta di D’Aroma noi sappiamo: avvicinare i redditi accertati ai redditi veri. Egli certo non si avrà a male se gli osserverò che mentre tutti sono d’accordo con lui nella necessità di questo avvicinamento, molti forse, ed io con essi, ritengono che egli non abbia con sufficiente energia e con uguale nitida chiarezza, direi quasi con violenza, affermato che l’ideale è irraggiungibile finché permangono le attuali stravaganti aliquote delle imposte.

 

 

Con poche cifre tratte dal volumetto si dimostra la verità della tesi fondamentale del direttore generale delle imposte:

 

 

Miliardi di lire

A) Reddito nazionale, ossia somma dei redditi netti di tutte le persone esistenti in Italia

60

B) Redditi accertati, ossia conosciuti dalla finanza:
Reddito dei proprietari dei terreni

1

Reddito dei proprietari di fabbricati

0,8

Reddito dei capitalisti, industriali, commercianti, agricoltori, professionisti, impiegati, operai, contadini (cosidetto di ricchezza mobile)

10,2

Redditi accertati e tassati

12

Redditi noti alla finanza, ma esenti per legge (interessi di debiti pubblici, esenzioni di favore)

6

Totale redditi noti

18

 

 

Paragonando 18 a 60, si vede su quale massa di redditi sconosciuti, la finanza possa ancor mietere per il miglioramento del bilancio. Moltissimo è già stato fatto in argomento. D’Aroma ed i suoi funzionari marciano a passi da bersagliere. Sui 10 miliardi di redditi di ricchezza mobile, 6 sono accertati per ruoli e gli altri per ritenuta. Orbene i 6 miliardi accertati per il 1922 erano appena 2 nel 1918 e 4 nel 1921. Se si va avanti di questo passo, i miliardi accertati cresceranno a vista d’occhio.

 

 

Difatti l’amministrazione è ancora insoddisfatta del suo operato. Essa osserva che a formare i 6 miliardi, concorrono 508.077 industriali e commercianti per un reddito medio di 3.000 lire a testa; e 96.103 professionisti per un reddito medio di circa 2.200 lire. Come è possibile, dice la relazione, che industriali, commercianti e professionisti si adattino a guadagnare appena 3.000 o 2.200 lire all’anno? Qualunque più umile lavoro renderebbe ad essi di più, senza le preoccupazioni ed i rischi di una impresa o di una professione indipendente. E quanti sfuggono al tributo? Fatto un calcolo per i soli comuni capoluoghi di provincia, fu riscontrato che appena 170.000 persone pagano allo stato imposta di ricchezza mobile; mentre 250.000 persone pagano ai comuni la tassa d’esercizio, che è la stessa precisa cosa, salvo la diversità del nome e dell’ente tassatore. Il che vuol dire che esistono 80.000 industriali, commercianti e professionisti noti e contribuenti ai comuni e rimasti ignoti allo stato.

 

 

Chi può credere, si aggiunga, che il reddito netto dei terreni di tutta Italia sia solo di 1 miliardo e quello sui fabbricati sia solo di 800 milioni? Ed è noto che i proprietari coltivatori di terreni proprii non pagano un centesimo per il reddito che essi ricavano in qualità di esercenti l’industria agricola e coltivatori diretti, ed è arcinoto che gli operai ed i contadini in genere non pagano del pari nulla; ed il D’Aroma ci rivela che i soli operai assicurati agli infortuni furono nel 1920 ben 2.536.340 e percepirono un salario medio di lire 2.806 all’anno e totale di 7,1 miliardi di lire, intieramente immuni da imposta.

 

 

Si vegga ora l’altro lato della medaglia; ossia le imposte che i redditi noti alla finanza assolvono. Mi riferisco non più al 1922, ma al 1921, perché solo per questi si conoscono i carichi d’imposta (in milioni di lire):

 

 

  Redditi di Redditi accertati Imposte principali e relative sovrimposte locali Imposte minori e locali Totale Carico medio per cento
Terreni

1.000

806

70

876

88%

Fabbricati

800

585

54

639

80%

Ricchezza mobile per ruoli

4.000

1.054

550

1.604

40%

Ricchezza mobile per ritenuta

4.500

450

45

495

11%

 

 

Le imposte principali comprendono le imposte e sovrimposte sui terreni, fabbricati e ricchezza mobile. La distribuzione di queste per categorie di redditi è esatta. Le imposte minori e locali sono: quelle sui proventi degli amministratori e dirigenti di società, sui dividendi ed interessi di titoli, la complementare sui redditi, il contributo straordinario di guerra, l’imposta sui terreni bonificati, sui canoni enfiteutici, sulle riserve di caccia, la tassa famiglia, la tassa sul valor locativo, di esercizio, sul bestiame agricolo e diversi tributi minori. La distribuzione delle imposte minori solo approssimativa. Non si tenne conto delle imposte straordinarie sui profitti di guerra e sul patrimonio, non potendosi esse riferire esattamente ai redditi del 1921.

 

 

Basta guardare alla tabella per essere persuasi che il problema del maggior rendimento e della migliore distribuzione dei tributi è insolubile, assolutamente e radicalmente insolubile finché le aliquote complessive delle imposte rimangono all’88, all’80 ed al 40% dei redditi accertati. D’Aroma non dice abbastanza forte, tanto forte e tanto rumorosamente che anche i sordi più inveterati siano costretti a sentire, che bisogna affrontare il problema contemporaneamente ai due lati: accertare meglio i redditi e scemare le aliquote complessive, di stato e di comuni e province. Il circolo è viziosissimo: le aliquote sono alte perché i redditi sono accertati in modo ridicolmente basso; ed i redditi sono male accertati perché le aliquote sono alte.

 

 

L’ideale a cui bisogna tendere è indicato dall’ultima linea della tabella. I redditi accertati per ritenuta, ossia principalmente quelli degli impiegati di stato e dei creditori pubblici non esenti, sono accertati fino al centesimo, perché lo stato sa ciò che paga; e su di essi basta stabilire un’imposta mista dell’11%, per ottenere un cospicuo reddito. Se non all’11%, bisogna abbassare i massimi complessivi delle altre categorie al 25%, se si vuole uscire dal circolo vizioso. E bisogna farlo subito e mentre si procede ai migliori accertamenti. Altrimenti vivremo sempre in una gabbia di matti finanziaria; né gli sforzi erculei dei benemeriti accertatori delle imposte potranno mai raggiungere la meta.

 

 

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