Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Il colpo d’arresto di Caillaux

«Corriere della Sera», 4 luglio 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 348-351

 

 

 

Sono note le circostanze le quali hanno indotto il ministro delle finanze Caillaux a presentare alle camere francesi alcuni provvedimenti urgenti per l’assestamento della tesoreria: 1 miliardo 800 milioni di franchi di buoni del credito nazionale in scadenza all’1 luglio e per cui fu già preavvisata l’intenzione del portatore di chiedere il rimborso; 3 miliardi 800 milioni di franchi scadenti e preavvisati pel rimborso al 25 settembre; 10 miliardi 90 milioni 100 mila franchi scadenti all’8 dicembre e per cui non è ancora scaduto il termine per il preavviso di rimborso. Dinanzi a queste formidabili scadenze, il Caillaux non aveva altra via d’uscita fuorché ricorrere al solito mezzo dei momenti estremi: il torchio dei biglietti. Fu chiesta e ottenuta perciò d’urgenza dalle camere la facoltà di aumentare il limite della circolazione della Banca di Francia da 46 a 51 miliardi, con un aumento di 5 miliardi. Con i biglietti nuovi, si provvederà alle scadenze.

 

 

Ma il Caillaux è ben persuaso che questo è un provvedimento di fortuna. Se non si riuscisse a trovare altra via definitiva, sarebbe decisa la sorte del franco. L’inflazione cartacea distrugge se stessa. Entrati in circolazione, i 5 miliardi in più produrranno il solito effetto: mettere in mano al pubblico maggior copia di biglietti, ossia di mezzi per far domanda di merci, di servizi, di capitali. Per la concorrenza dei richiedenti, i prezzi aumenteranno, il costo della vita crescerà, gli industriali si troveranno domani a non avere di nuovo danaro abbastanza per fronteggiare il fabbisogno di capitale circolante. Altre richieste di biglietti, nuove domande di rimborso di buoni del tesoro; nuove scadenze e nuova spinta all’insù della circolazione. Messisi su questa china, non si sa dove possa andare a finire il franco. I francesi cominciano a chiedersi, inquieti: non è meglio vendere franchi finché si è in tempo di acquistare divise forti? È il panico che comincia; è la corsa verso l’abisso.

 

 

A questo punto, interviene il colpo di audacia di Caillaux, il quale da taluni primi sintomi pare destinato ad aver fortuna. È impossibile fare pronostici; ma quelli che fanno oggi i competenti francesi sono ottimistici. Si è verificato un colpo d’arresto.

 

 

Il concetto di Caillaux fu: «riassorbiamo i biglietti emessi per far fronte alle scadenze. Se riusciamo a riassorbire prima del 25 settembre i 1.800 milioni pagati all’1 luglio, al 25 settembre nessuno ci chiederà più il rimborso dei 3.800 milioni scadenti allora e saremo salvi».

 

 

Il mezzo scelto fu l’offerta ai portatori dei vecchi buoni in franchi-carta di un nuovo buono al 4% in franchi-carta, con garanzia di un cambio minimo in oro. I portatori francesi degli attuali buoni chiedevano il rimborso perché temevano che i 100 franchi-carta, se lasciati al tesoro ancora per sei mesi, alla scadenza, invece di valere gli attuali 23 franchi-oro, valessero solo più 20 e 18 franchi o meno? Ebbene, il Caillaux garantisce loro che meno di 23 franchi-oro non varranno. Dà, cioè, a essi il diritto di scegliere alla scadenza, fra tre, sei o dodici mesi, tra il rimborso in 100 franchi-carta ed il rimborso in quella quantità di franchi-carta che, al cambio del giorno della scadenza, equivalga a 23 franchi-oro. Essi avranno diritto di non ricevere mai meno di 100 franchi-carta. Potranno avere il diritto di ricevere di più, se il franco-carta si fosse nel frattempo deprezzato. Se il cambio sull’oro, ad esempio, fosse salito a 500, i portatori avrebbero diritto di chiedere 115 franchi-carta; perché 115 franchi al cambio del giorno equivarrebbero appunto a 23 franchi-oro. Se il cambio salisse a 600, potrebbero chiedere 138 franchi-carta e così via. La stessa garanzia fu data per gli interessi. In tal modo il sottoscrittore dei buoni nuovi resta garantito contro le future eventuali diminuzioni di valore del franco. Queste non lo interessano più, perché quanto più il franco ribassa, tanti più franchi gli devono essere pagati.

 

 

Il signor Caillaux spera, in tal modo, che, venendo a mancare la ragione per cui molti chiedevano il rimborso dei buoni scaduti, ossia la paura di perdite sul valore del franco, le domande di rimborso cessino ed affluiscano nuove sottoscrizioni. Egli sarebbe così messo in grado di ricuperare i nuovi biglietti emessi od addirittura di non emetterli. Non emettendo carta nuova, non si verificherebbe il rialzo dei prezzi e non si metterebbe in moto quel pauroso meccanismo che dà le vertigini, che si produsse in Germania e che spingerebbe il franco nell’abisso.

 

 

Le prime notizie paiono dar ragione all’audacia di Caillaux. Le sottoscrizioni al nuovo buono a cambio garantito arrivano abbondanti.

 

 

Una obbiezione di peso fu fatta in Francia al progetto: che cosa accadrà alle vecchie rendite francesi, all’ammortizzabile ed ai prestiti diversi non godenti della clausola del cambio minimo garantito? Si teme che il confronto col titolo nuovo spinga il pubblico a vendere o svendere i titoli antichi a cambio non garantito. La fuga del franco, arginata per i buoni nuovi, si accentrerebbe per i titoli vecchi non convertibili nei nuovi buoni, con conseguenze cattive per il credito dello stato. Se si pronunciasse un panico sui titoli vecchi, si potrebbero avere conseguenze psicologiche diffuse, le quali tornerebbero di danno anche al successo dei nuovi buoni. Parecchi perciò ritengono che il Caillaux sarà costretto a chiedere al parlamento l’estensione di diritto ai titoli vecchi della stessa garanzia, per capitale ed interessi, ora promessa ai nuovi buoni.

 

 

Gli economisti i quali in Francia, dal 1914 in poi, invano predicarono, come su queste colonne sempre fece lo scrivente, contro l’inflazione monetaria, contro il torchio dei biglietti, assistono oggi, impotenti, alle ultime conseguenze d’una politica monetaria da essi sempre deprecata. Quando nel 1914, nel 1915, e poi negli anni seguenti si diceva: niente biglietti, ma imposte, e poi imposte e di nuovo imposte, il pubblico non capiva l’ostinazione fastidiosa degli economisti. Se in Francia si fossero decisi allora a istituire le imposte che adesso si pagano, non si sarebbero dovuti emettere tanti biglietti e il franco sarebbe alla pari o quasi alla pari. La Francia avrebbe potuto imitare l’Inghilterra la quale è già ritornata alla parità aurea. Non si sarebbe verificata la tragedia delle classi medie, la vera dolorosissima tragedia delle classi risparmiatrici, le quali si sono viste fondere tra le mani i sudati risparmi e ridursi al 20% del valore-oro antico. Quanto grave sia per la Francia la tragedia delle classi medie, che sono le maggiori risparmiatrici in ogni paese, ognuno immagina che sappia come la Francia sia per eccellenza il paese delle classi medie. Il colpo dato dal deprezzamento del franco allo spirito di risparmio fu terribile e sta producendo ripercussioni gravissime sulle industrie, le quali, se i risparmiatori non risparmiano più e invece spendono, vanno incontro al pericolo di non trovare più capitali.

 

 

Evidentemente, Caillaux ha perso ogni speranza di riportare il franco alla pari. Chi intuisca le difficoltà formidabili dell’impresa del ritorno dal franco-carta attuale al franco-oro, non può non riconoscere, col Caillaux, che l’impresa è forse disperata. Se nel 1919, appena finita la guerra, si fosse spezzato per sempre il torchio dei biglietti, come gli economisti urgevano si facesse, si sarebbe potuto salvare il vecchio risparmio francese. Oggi, Caillaux si propone il compito più modesto di salvare il salvabile: ossia il 20 o il 22 o il 23%, che esiste ancora. La scelta per i risparmiatori francesi non pare dubbia tra il mettere al sicuro il valore attuale oro dei loro titoli e il correre le alee dell’inevitabile caos che si pronuncerebbe se la tesoreria dovesse, per far fronte alle scadenze, stampare sempre nuova carta-moneta. I dirigenti delle banche inglesi e americane dovrebbero, per quanto sta in essi, aiutare Caillaux nel tentativo di porre un argine alla sfiducia interna. Che cosa potrebbero altrimenti sperare da una Francia in cui gli antagonismi di classe si acuissero, per i contrasti crescenti di interesse fra risparmiatori e imprenditori, fra classi medie e classi operaie e plutocratiche?

 

 

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