Il commercio coi paesi monopolistici

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/03/1924

Il commercio coi paesi monopolistici

«Corriere della Sera», 20 marzo 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 642-646

 

 

 

Il trattato di commercio con la Russia pone un problema, non nuovo del tutto, ma forse per la prima volta di interesse generale. Non è nuovo il fatto di convenzioni tra stati sovrani per regolare il quantitativo di date merci che un paese può o deve ogni anno comprare dall’altro; ma riferivasi a condizioni di guerra, quando, essendo interrotto e spesso proibito il commercio libero, l’acquisto di merci all’estero avveniva esclusivamente per scopi di stato o per soddisfare bisogni privati riconosciuti necessari dallo stato. Era naturale che, dovendosi consumare soltanto ciò che allo stato piaceva, lo stato medesimo dovesse fissare la quantità e la qualità delle merci da comperare all’estero e dovesse negoziare con gli stessi stati la quantità e la qualità delle merci nazionali da consegnare in cambio. È sorta perciò durante la guerra tutta una pratica di «contingentamenti» fra stati, per cui, se si voleva esportare qualcosa all’estero bisognava premere sul proprio stato affinché questo a sua volta ottenesse dallo stato straniero l’inizio o l’allargamento del contingente nazionale di esportazione in quello stato.

 

 

Col venir meno della bardatura di guerra, in gran parte i contingentamenti sono stati aboliti. Il commercio con l’estero è ridivenuto libero. Ma in Russia, quello che era negli altri paesi un istituto provvisorio del tempo di guerra, è invece istituto permanente connaturato al sistema collettivistico. Il collettivismo russo d’oggi è molto simile all’ibrido sistema che formò tra noi la delizia, imposta forse dalla necessità, del tempo di guerra. In pratica, trattasi di un capitalismo falso, in cui è lasciata libertà di produrre e di commerciare a coloro che non danno ombra alla classe dirigente; un capitalismo «regolato» od «associato» del tipo di quello che parve una gran scoperta in Italia verso il 1918. In particolare, nessuno, pare, può importare od esportare in o dalla Russia senza passare attraverso al consenso o mediazione taglia di un ufficio statale.

 

 

I commercianti russi ed italiani non possono contrattare liberamente tra loro; chi compera e vende non sono i privati, bensì è un ente pubblico; una specie di consiglio o soviet o centrale del commercio estero.

 

 

I negoziatori italiani del trattato di commercio con la Russia hanno dovuto perciò compiere, da quel che vedo dai comunicati dei giornali, un nuovo lavoro oltre quello solito di ottenere le massime riduzioni possibili sui dazi doganali per le merci italiane da introdursi in Russia. Qui si sono toccati risultati ragguardevoli: riduzioni forti per talune merci e esenzioni assolute per altre dai dazi fantasticamente proibitivi che i comunisti russi hanno ereditato, inasprendoli, dall’antico regime czarista. Fu ottenuta altresì la clausola della nazione più favorita, cosicché qualunque maggior riduzione o nuova esenzione concessa in avvenire ad un’altra nazione sarà estesa automaticamente all’Italia.

 

 

Ma a che giovano riduzioni, esenzioni e clausole nei rapporti con un paese in cui il commercio estero è in mano dello stato? Se il commercio è libero, prevalgono quei paesi i quali vendono roba migliore o a più basso prezzo o più accetta al gusto dei consumatori. In regime di monopolio statale, prevale il buon volere dei funzionari o capi politici preposti al commercio estero. A nulla vale offrire la merce migliore o al più basso prezzo se il capo dell’ufficio statale risponde: «non mi piace». Ecco la ragione del secondo compito dovuto assolvere dai negoziatori italiani con la Russia: garantirsi, con convenzioni di contingentamento, che l’ufficio statale russo per il commercio estero acquistasse da noi almeno una data quantità di determinate merci industriali e derrate agricole. Noi, in compenso, dovemmo obbligarci ad acquistare dalla Russia date quantità di merci e derrate russe; pare, ad esempio, non meno di 3 milioni di quintali di frumento.

 

 

Purtroppo, il compito dei nostri rappresentanti diplomatici e consolari in Russia può dirsi appena cominciato. Non basta stipulare un contingentamento. Noi siamo, ad esempio, obbligati a comprare 3 milioni di quintali di frumento russo. Ma poiché chi acquista non è il governo, bensì i commercianti privati, che cosa accadrà se questi non troveranno di loro gradimento i prezzi e le qualità del frumento russo in confronto a quello americano e canadese? Che cosa, se ai russi non piaceranno alla lor volta prezzi e qualità delle merci italiane offerte in cambio? Il comunismo trasporta operazioni che prima erano puramente private e commerciali nel campo pubblico; obbliga ambasciatori e consoli a farsi commercianti per persuadere ministri e capi d’ufficio della bontà dei nostri prodotti.

 

 

Ciò che sta avvenendo in Svezia, in Norvegia e nel Canada rispetto ad un tipico prodotto nostro, il vino, è ammonitore. In questi tre paesi il commercio del vino è sostanzialmente divenuto un monopolio di stato. In Svezia il commercio del vino è affidato esclusivamente alla «Aktiebolaget Vin and Sprit centralen» di Stoccolma, la quale si occupa del commercio all’ingrosso. La vendita al minuto avviene a mezzo di altre società anonime «regolate», le quali hanno sede nelle sole città, i cui consigli comunali non abbiano deciso di vietare il consumo del vino. Queste società e altre appositamente formate potrebbero anche «legalmente» importare vini dall’estero; ma le formalità e le tasse sono tante, che in pratica l’importazione libera è impossibile. L’importazione è una privativa di fatto della «Aktiebolaget» di Stoccolma, la quale in fondo è un istituto sociale, il cui capo è di nomina governativa. Sta di fatto che, sebbene ci sia uguaglianza doganale per tutti i paesi, un solo carro di vino italiano entrò in Svezia nel 1920 e nel 1921 contro 430-450 e 300-350 carri importati nei due anni rispettivamente dall’estero.

 

 

Nel 1922 le statistiche doganali svedesi denunciano una importazione italiana di appena 122 – 500 corone su una importazione totale dall’estero di 6 milioni 500.000 corone. Persino nel vermouth che in Italia è considerato quasi una privativa italiana, la Svezia comprò per 5.600 corone dall’Italia contro 29.700 corone dalla Francia. Nelle liste dei vini della «Aktiebolaget» si vedono pochissimi nomi italiani, la grande maggioranza è di vini francesi, spagnuoli e portoghesi.

 

 

In Norvegia non c’è il boicottaggio quasi assoluto svedese; ma il regime di monopolio a favore della «Aktieselskabet Vinmonopolet» di Cristiania, governata da funzionari statali, costituisce un ostacolo gravissimo ai nuovi venuti. I vini italiani non sono affatto importati. La Spagna pretese e, dopo un anno di guerra doganale, ottenne dal governo norvegese l’obbligo di far acquistare dal proprio monopolio almeno 500.000 litri di vino spagnuolo di gradazione superiore ai 14 gradi all’anno, e la garanzia che nessuna modificazione sarebbe stata apportata ai vini stessi in guisa da modificarne le caratteristiche. Su una lista di 160 qualità di vini esteri spacciati dal «Vinmonopolet» ho letto solo 4 qualità di marsala e 7 qualità di vermouth. Tutto il resto sono vini francesi, spagnuoli e portoghesi.

 

 

Nel Canada, le province o stati federati si distinguono in asciutti od umidi. Nelle province a regime asciutto, le bevande alcooliche sono proibite. In quelle «umide» il commercio estero libero è proibito; e l’importazione è affidata a «liquor commissions», che sono specie di enti pubblici largamente autonomi. Sono le commissioni dei liquori che in pratica decidono qual genere di vini si debbono importare. La provincia di Quebec, abitata da discendenti di francesi, dove il vino incontra perciò le migliori accoglienze, fa gli acquisti in Europa per mezzo di un esperto francese, residente a Parigi. Nel 1923 su un totale di 21 milioni di dollari di bevande alcooliche importate nel Canada, quasi tutti erano liquori; e solo 1 milione vini. L’Italia partecipava a questo milione con soli 26.738 dollari, divisi per giusta metà circa tra vini propriamente detti e vermouth. La Francia importava di quest’ultimo assai più di noi (19.256 dollari contro 13.902).

 

 

A mano a mano che la moda dei monopoli di stato si estenderà, la esportazione del vino italiano all’estero diventerà sempre più difficile. Il che è una sciagura, per chi, senza essere proibizionista, reputa tuttavia opportuno la riduzione del consumo paesano delle bevande alcooliche.

 

 

Più in generale, le difficoltà monopolistiche del vino sono un indice ammonitore delle difficoltà che si dovranno superare nei rapporti con un paese, come la Russia, dove tutto il commercio estero, e non soltanto quello del vino, è, monopolizzato dallo stato. Se il commercio è libero, lo stato può limitarsi a fornire agli esportatori italiani tutela giuridica, informazioni, appoggio morale. Dove il commercio è statale, bisogna rassegnarsi a fare molto di più. Bisogna preoccuparsi di ottenere contingenti, e di curarne l’applicazione. Il funzionario statale talvolta non si lascia persuadere a comprare dal negoziante italiano che offre la sua merce. Occorre che l’ambasciatore, il ministro, il console insistano presso ministri e direttori delle centrali monopolistiche. Sembra che i diplomatici francesi compiano miracoli in questo campo di attività. I contingenti non debbono rimanere fissi per sempre; una nazione nuova nella esportazione di una data merce dovrà forse restarsene ferma all’1% delle importazioni totali che era stato fissato quando essa era alle prime armi? Nel commercio libero, vince chi piace ai consumatori. Nel commercio monopolizzato, vince chi sa ottenere un aumento di contingente e, per ottenerlo, dimostra a ministri e capi ufficio che la propria merce è migliorata ed è superiore a quella concorrente.

 

 

Tutto ciò, lo confesso, è oltremodo antipatico. La conquista dei mercati esteri fatta attraverso ad ambasciatori e ministri è artificiosa e precaria. Ma poiché gli altri stati ci obbligano ad usare queste armi, è giuocoforza non lasciarle maneggiare soltanto ai nostri concorrenti.

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