Il commercio con gli stati comunisti

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Il commercio con gli stati comunisti

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 178-183

 

 

 

Essendo discussa la opportunità di partecipare, ufficialmente ovvero privatamente, ad un congresso internazionale del commercio in Mosca, fu approntata l’unita nota, che ha contenuto di questionario.

 

 

Il commercio con i paesi sovietici e di democrazia popolare deve essere considerato da ambo le parti un commercio esclusivamente fra organi statali? Entro i limiti in cui questa ipotesi si avvera quali regole si può supporre vengano osservate dagli stati contraenti? L’esperienza del passato, le convenzioni già stabilite che cosa ci dicono al riguardo?

 

 

Se è vero che il commercio da parte sovietica è un commercio necessariamente esercitato da stati o da loro organi, bisogna riconoscere che da parte occidentale, e specialmente da parte italiana, il commercio rimane ancora un fatto prevalentemente privato. Entro i limiti in cui il commercio tra oriente ed occidente ha luogo per mezzo di organi statali sembra difficile venire a conoscere quali siano le norme in base a cui il commercio si compie. Ma per la parte maggiore del commercio che gli occidentali e gli italiani compiono come privati, nascono alcuni quesiti importanti; se si vuol commerciare è necessario sapere che cosa dal commercio ci si ripromette, se utili o perdite; è indispensabile poter fare queste previsioni per un certo lasso di tempo, non convenendo mai di fare le spese iniziali in rapporti commerciali per vederli interrotti dopo pochi mesi o anche dopo un anno o due. L’industriale, l’agricoltore, il commerciante privato deve poter fare qualche previsione prima di iniziare rapporti.

 

 

Scarsissima, per non dire nessuna, illuminazione può venire dalla convenzione con cui i diplomatici sovietici da una parte e quelli italiani dall’altra fissassero dei contingenti, su per giù ritenuti equilibrati, di merci da scambiare. La fissazione di contingenti di merci da scambiare ha una qualche sostanza quando i due contraenti possano eseguire quello che hanno scritto. Se un governo collettivista che promette di vendere o di comprare certe fisse quantità di merci, può mantenere le sue promesse; il governo di altro tipo che per mezzo dei suoi diplomatici scrive sulle convenzioni queste o quelle cifre di promesse di compra o rispettivamente di vendita, non scrive forse cifre campate in aria? I suoi cittadini non hanno nessun obbligo di comprare o di vendere quel che i suoi diplomatici hanno immaginato. Comprano o vendono se hanno convenienza. E perciò nella maggior parte dei casi le cifre convenute fra le due parti servono soltanto a recriminazioni dannose e accuse reciproche di mancamento di fede. I partecipanti al congresso di parte sovietica sono disposti a prendere in considerazione il problema? Ed in caso affermativo quali soluzioni essi sono disposti ad offrire?

 

 

Il commercio internazionale condotto fra privati industriali e commercianti da una parte e dall’altra è fondato su previsioni di prezzi futuri. I commercianti si possono sbagliare e lo sbaglio sull’andamento dei prezzi futuri è parte essenziale dei rischi che essi corrono. Ed un tempo quando i governi non si impicciavano di queste faccende, si erano creati meccanismi in virtù dei quali il rischio delle variazioni dei prezzi futuri poteva essere calcolato, e, con adatto meccanismo di contratti a termine, anche assicurato. Adesso la maggior parte di questi meccanismi si sono rotti; ma qualche cosa si comincia a fare per ricostruirli. Gli economisti di parte sovietica hanno studiato questo problema? In quale modo essi dimostrano agli economisti di parte occidentale che anche nei loro paesi si possono fare previsioni sui prezzi futuri? Come essi persuadono i commercianti occidentali che il commercio con i paesi orientali è un commercio su cui si può fare assegnamento? I prezzi delle materie prime dei prodotti alimentari e dei prodotti industriali che i paesi sovietici potrebbero offrire su che basi sono calcolati? Nei paesi occidentali esiste più o meno un mercato; i prezzi delle merci sono fatti su questi mercati e sono quindi, entro limiti apprezzabili, sottratti alla volontà, all’arbitrio e al capriccio dei produttori. Nei paesi sovietici esiste un mercato? Come si fanno i prezzi? Quali ipotesi si possono fare intorno ai metodi con cui i dirigenti degli enti pubblici produttori fissano i loro prezzi? Su per giù nel mondo occidentale chi intende rifornirsi di una merce parte dall’idea che alla lunga i produttori non abbiano desiderio di perdere. Sicché con calcoli più o meno plausibili gli eventuali compratori possono fare qualche ragionamento intorno ai limiti di oscillazione dei prezzi delle merci che desiderano comprare o vendere. È possibile fare previsioni intorno ai criteri con cui i dirigenti le organizzazioni produttive sovietiche calcolano i loro prezzi? Il calcolo è fatto dai singoli dirigenti i diversi rami di produzione? Ovvero è fatto da consessi di ordine superiore i quali regolano la loro azione non solo e non sovratutto e magari solo per la minor parte in base a criteri economici e forse in maggior parte in base a criteri politici? Sono prevedibili ed in che senso queste variazioni di carattere politico?

 

 

Nei paesi occidentali si può fare affidamento che per quanto si riferisce al commercio privato gli uomini seguiteranno in avvenire a comportarsi su per giù come si sono comportati in passato, ad essere cioè mossi dalla paura di perdere e di andare in malora e dal desiderio di guadagnare ed arricchire. Quali sono i moventi dei dirigenti economici nei paesi sovietici? Si può ritenere che i criteri prevalentemente politici da cui essi sono mossi abbiano una qualche durata o non mutino in modo imprevedibile? Eppure se si vuol commerciare è necessario poter fare qualche calcolo sul comportamento futuro di coloro con i quali si intende commerciare.

 

 

Che significato hanno i rapporti di cambio tra una moneta e un’altra se non esiste un mercato dei cambi? Per quali ragioni il commercio internazionale tra i paesi occidentali ed i paesi sovietici si fa oggi prevalentemente sulla base di monete occidentali e sovratutto sulla base del dollaro?

 

 

Se gli scambi avvengono fra governi, i prezzi a cui sono valutate le merci scambiate hanno scarsa importanza. Facciamo un caso immaginario. Oggi il prezzo del frumento americano supponiamo sia di due dollari il bushel. Supponiamo che il prezzo di vendita di una certa vettura automobile Fiat sui mercati neutrali, ad esempio la Svizzera, sia di mille dollari. L’esempio è ipotetico e si parla di automobili Fiat solo perché è marca meritamente notissima in tutto il mondo. Non è affatto necessario perché lo scambio avvenga fra grano russo e automobili italiane che i due prezzi siano di due e di mille dollari rispettivamente. Il governo italiano, se è lui il contraente, può decidersi ad acquistare il grano russo al prezzo di tre dollari e il governo, o l’agenzia governativa russa può benissimo acquistare una vettura automobile Fiat al prezzo di millecinquecento dollari. Come il governo russo aggiusterà la sua contabilità sarebbe interessante saperlo e potrebbe essere argomento di qualche utile informazione. Per quel che riguarda l’Italia il fatto si ridurrebbe in sostanza a questo: i mangiatori di pane dovrebbero pagare più caro il pane perché il governo italiano ha comprato il grano russo a tre dollari invece che a due, affinché lo stesso governo non perda, acquistando, per rivenderle ai russi, le vetture automobili Fiat a millecinquecento invece che a mille dollari. Tratterebbesi semplicemente di una taglia pagata dai mangiatori italiani di pane a favore dei produttori italiani di automobili. Il meccanismo funziona, sebbene con qualche dispiacere dei mangiatori di pane e soddisfazione dei dirigenti, impiegati ed operai della Fiat i quali ricevono stipendi e salari non meritati. Ma il meccanismo funziona soltanto perché si è supposto che in questo caso il commercio del frumento e delle automobili avvenisse esclusivamente a mezzo di agenzie governative. Se invece si suppone che da parte italiana il commercio avvenga per mezzo di privati, il meccanismo non funziona più. Chi compra il frumento russo a tre dollari quando è possibile acquistarlo altrove ad un prezzo minore? Quale agenzia governativa russa acquista in Italia quella certa automobile vettura Fiat al prezzo di millecinquecento dollari quando la può acquistare sul mercato neutrale svizzero a mille dollari? Da ciò discende che il commercio internazionale debba compiersi fra due paesi soltanto a mezzo di agenzie governative? Quale soluzione gli studiosi di ambo le parti darebbero al problema?Ed esiste una soluzione duratura?

 

 

Può esistere e durare un commercio fra due paesi se commercianti dell’uno e commercianti dell’altro non possono liberamente muoversi fra i due paesi? Un tempo quando l’Italia si riforniva in parte notevole per il suo fabbisogno di frumento in Russia vi erano intermediari e commercianti italiani che risiedevano ad Odessa e si muovevano liberamente nei paesi ucraini, grandi fornitori di frumento al mondo e vi erano rappresentanze russe a Genova e a Milano. Quali garanzie i dirigenti e gli economisti russi possono fornire ai negozianti italiani desiderosi di conoscere mercati e merci russe? Se per i diplomatici italiani esistono oggi restrizioni ai loro movimenti all’infuori di Mosca, queste restrizioni permarranno per i privati cittadini commercianti italiani? E senza libertà di muoversi, di contrattare e di informarsi si può sperare in un grande sviluppo nel commercio internazionale privato?

 

 

Quali furono i rapporti di commercio fra l’Italia da una parte e la Russia dall’altra? Per quali ragioni prima del 1914, quando esistevano, entro i limiti dei trattati commerciali e delle tariffe doganali, notevoli facilità di commerciare, il commercio fra l’Italia e la Russia, nonostante i grandi acquisti di frumento da parte nostra, fu sempre relativamente e notevolmente modesto? Quali le ragioni per le quali innanzi al 1914 era ritenuto per lo più che il commercio internazionale della grande Russia fosse in cifre assolute inferiore al commercio internazionale del piccolo Belgio? Le ragioni del basso livello del commercio internazionale russo di un tempo hanno cessato di esistere oggi?

 

 

Il commercio internazionale fra occidente e oriente deve prender nota del fatto che gli Stati Uniti, per ragioni che gli altri paesi non sono chiamati a discutere, non intendono fornire all’Europa, ed anche all’Italia, certe materie prime destinate a trasformarsi in prodotti finiti da vendersi alla Russia ed hanno elencato una certa lista di esportazioni vietate verso i paesi d’osservanza comunista. Quali sono perciò le correnti di commercio, le merci da scambiare, le quali non contravvengano ad una condizione posta al di fuori della volontà dei paesi europei e sovietici?

 

 

5 aprile 1952.

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