Il commercio internazionale dell’Italia al principio del 1912

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/05/1912

Il commercio internazionale dell’Italia al principio del 1912

«Corriere della Sera», 9 maggio 1912

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 422-426

 

 

 

 

Dicono che gli economisti son da meno dei fisici, dei chimici, degli astronomi perché non riescono a prevedere il futuro, mentre gli astronomi calcolano con precisione assoluta il momento degli eclissi, l’avvicinarsi della cometa; ed i fisici ed i chimici possono prevedere gli effetti anche lontani delle forze naturali da essi studiate. Della quale inferiorità degli economisti son persuaso anch’io; sebbene sia facile spiegarla con la complessità grandemente maggiore dei fattori di cui si dovrebbe – e spesso non si può – calcolare la forza e la direzione per poter prevedere lo svolgersi degli avvenimenti futuri. Tuttavia, malgrado il loro stato di inferiorità irrimediabile e innegabile, il dono della profezia non è del tutto negato agli economisti. È vero che, quando azzardano qualche timida previsione, gli economisti non sono ascoltati da nessuno; non quando profetano sciagure, perché allora tutti sono di buon umore e le Cassandre sono invise agli uomini allegri; e neppure quando parlano un linguaggio incoraggiante, perché di solito accade in quel tempo che gli uomini siano scoraggiati e trattino da visionari coloro che vedono l’avvenire tinto in colore di rosa.

 

 

Malgrado il mediocre successo dei loro tentativi di emulazione profetica con gli astronomi, gli economisti persistono a voler fare di quando in quando qualche timida e modesta previsione; dimostrando, non foss’altro, la loro fede nella bontà della dottrina insegnata. Fede, che i fatti dimostrano dappoi quasi sempre fondata. Del che un mirabile esempio si ha nelle vicende recentissime del traffico dell’Italia con l’estero. Ricordava, nel novembre 1911, il direttore generale della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher – in una memoria su La bilancia dei pagamenti fra l’Italia e l’estero – l’antico canone economico secondo cui, nel commercio internazionale, le merci si pagano con le merci, e le deficienze si saldano con altri elementi di credito e soltanto in via supplementare con specie monetarie; e dal ricordo di questo canone traeva la seguente conclusione:

 

 

È convincimento di chi scrive che se dovessero stringersi le fonti di reddito che hanno contribuito a ingrossare di anno in anno le correnti monetarie a pro dell’Italia in questi primi anni del secolo, si vedrebbero diminuire gradatamente le importazioni delle merci dall’estero, e aumentare verosimilmente l’esportazione dei prodotti italiani. Fenomeno non nuovo nella storia dei commerci dell’Italia con l’estero, a conferma delle grandi leggi economiche, che si possono disconoscere dagli spiriti superficiali, ma s’impongono anche a chi non vi creda.

 

 

Il pensiero dello Stringher si può riassumere così: i debiti dell’Italia verso l’estero per interessi passivi e per compre di merci devono in qualche modo essere pagati: o vendendo merci o incassando interessi attivi o con rimesse di emigranti o con denaro speso dai forastieri in Italia o con tutti questi mezzi presi insieme. Se per caso vengono a diminuire alcune delle partite dell’avere, non per ciò il conto non dovrà saldarsi in pareggio. Tanto si riceve quanto si dà; e viceversa. Vorrà dire che o compreremo meno merci dall’estero (diminuzione delle importazioni) o ne venderemo di più (aumento delle esportazioni).

 

 

Le previsioni dello Stringher stanno appunto verificandosi. È accaduto che nel 1911 il concorso dei forastieri in Italia difettò alquanto in confronto degli anni precedenti; e scemarono pure le rimesse degli emigranti per le poco prospere condizioni economiche degli Stati uniti. Adesso le cose pare vadano mutandosi: i forastieri accorrono a frotte nel nostro paese; e gli Stati uniti paiono avviati ad un risveglio impetuoso di attività economica, con buoni guadagni per i nostri connazionali. Ma per ora noi subiamo ancora le conseguenze del 1911, in cui le rimesse degli emigranti e dei forastieri furono in diminuzione. Il pareggio tra le partite del dare e dell’avere minacciava di rompersi, per la diminuzione di due delle partite di credito. In qual modo invece si è esso conservato? Precisamente nel modo preveduto dall’economista: diminuendo una delle partite di debito (diminuzione delle importazioni) e aumentando una delle partite di credito (aumento delle esportazioni). Ho sott’occhio il fascicolo di febbraio 1912 del solerte ufficio trattati e legislazione doganale, ed ecco i risultati del primo bimestre 1912 in confronto al primo bimestre 1911. Preferisco citare queste cifre benché i giornali abbiano anche riportato i dati riassuntivi di marzo, perché più compiute; e del resto anche marzo non muta l’andamento delle correnti di traffico:

 

 

Importazione

Esportazione

1911

L. 561.524.473

323.594.844

1912

524.850.159

351.686.928

– 36.674.314

+ 28.092.084

 

 

Ecco le previsioni verificate: diminuiscono le importazioni ossia le merci comperate, ossia ancora le ragioni di debito per quasi 37 milioni; e crescono le esportazioni, ossia le merci vendute e cioè le ragioni di credito per 28 milioni. La differenza fra le importazioni e le esportazioni scema perciò notevolmente:

 

 

Primo bimestre

1911

 

Primo bimestre

1912

 

Importazioni

L. 561.524.473

524.850.109

Esportazioni

323.594.844

351.686.928

Differenze

237.929.629

173.163.181

 

 

La differenza, che è comunemente chiamata lo sbilancio commerciale, è dunque diminuita di quasi 65 milioni di lire (37 milioni di meno di debiti e 28 milioni di più di crediti); il che vuol dire che l’anno scorso saldavamo il cosidetto deficit di 237 milioni con le rimesse emigranti e forastieri dette di sopra; mentre nel primo bimestre del 1912, essendo scemate un po’ le rimesse, noi ci siamo aggiustati in modo da avere un deficit commerciale di soli 173 milioni da saldare.

 

 

Le cifre sopra riportate non rappresentano fedelmente la realtà, non solo per le cause d’errore insite in ogni statistica, le quali però potrebbero trascurarsi, essendo, casomai, l’errore uguale in amendue gli anni; ma per una circostanza inevitabile: voglio accennare alla maniera di calcolare i valori doganali. Quelle tali cifre sopra riportate di importazioni e di esportazioni sono bensì espresse in lire italiane; ma in realtà trattasi di lire in parte immaginarie. Difatto per calcolare il valore delle merci importate ed esportate nel 1911 e nel 1912 non si moltiplicarono i quintali, gli ettolitri, i metri per i prezzi rispettivi del 1911 e del 1912; ma per i prezzi del 1910. È un errore; ma è un errore inevitabile, poiché la commissione centrale dei valori per le dogane non ha ancora potuto fissare i valori del 1911 e tanto meno quelli del 1912; e quindi i valori del 1910 sono i soli legalmente conosciuti. Come varierebbero le cifre se, invece dei prezzi del 1910, noi applicassimo alle quantità del 1911 i prezzi del 1911 e medesimamente i prezzi del 1912 alle quantità del 1912? Probabilmente, siccome i prezzi nel 1911 hanno continuato ad aumentare in confronto al 1910 e nel 1912 sono più alti che nel 1911, tutte queste cifre dovrebbero essere più vistose di quanto non appaiono. Se l’aumento fosse avvenuto in maniera da lasciare immutata la differenza fra le importazioni e le esportazioni, la cosa per noi sarebbe quasi indifferente. Se invece fosse aumentato il prezzo delle merci importate più che delle esportate, la differenza da saldare sarebbe maggiore; e il contrario avverrebbe se fossero cresciuti di più i prezzi delle merci esportate.

 

 

Comunque sia di ciò – e le statistiche venture ci illumineranno in proposito – sembra che il saldo si sia fatto nel primo bimestre I912; ed anzi sembra che il pareggio sia stato ottenuto con un piccolo saldo di metalli preziosi a favore dell’Italia. Ecco infatti come si comportarono le importazioni e le esportazioni di metalli preziosi (non compresi nelle cifre precedenti):

 

 

Primo bimestre

1911

Primo bimestre

1912

 

Importazioni

L. 3.164.600

6.728.300

Esportazioni

7.549.900

6.375.300

Saldo

– 4.385.300

+ 353.000

 

 

I metalli preziosi si scambiano fra i diversi paesi, oltreché per i bisogni industriali, per saldare in contanti le partite di dare e di avere che non si possono compensare con assegni bancari rappresentativi delle rispettive partite di dare e di avere. Ora, nel primo bimestre 1911 noi abbiamo dovuto mandare all’estero 4.385.300 lire di più di quanto ne abbiamo ricevuto; mentre nel primo bimestre del 1912 l’oro ricevuto fu in quantità maggiore di quello spedito.

 

 

Di tutto ciò, come dell’aumento delle esportazioni e della diminuzione delle importazioni, sarebbe fuor di luogo rallegrarsi o dolersi. Per conto mio sarò lietissimo se la ripresa, che or s’annuncia, nel concorso dei forastieri e nelle rimesse degli emigranti provocherà fra qualche mese un aumento nelle importazioni ed una diminuzione nelle esportazioni; perché sono convinto che quelle rimesse siano una maniera più lucrosa di procacciarsi ricchezza che non la vendita di merci, che farebbe comodo di poter consumare noi stessi. Le importazioni non sono per se stesse un male, né le esportazioni sono un bene sicuro; come neppure è vero il contrario. Ciò che importa innanzi tutto è che in ogni momento si possa risolvere il problema di pagare ciò che si compra e non comprare di più di ciò che si può pagare. Il qual problema sembra stia, anche nel 1912, egregiamente risolvendosi. Resta l’altro problema: di scegliere, per vendere e per comprare, la via più economica. Qui non si tratta più di pareggio della bilancia economica, che si raggiunge per forza, sotto qualsiasi regime. Si tratta dell’intiero indirizzo da imprimersi all’attività economica del paese: se siano o no da incoraggiarsi o da ostacolarsi i concorsi di forastieri o le emigrazioni degli uomini; se convenga o non convenga facilitare od ostacolare l’avvento dei capitali esteri in Italia o l’uscita dei capitali italiani all’estero; se si debbano regolare o non le importazioni e le esportazioni di merci. Grossi problemi, su cui i pareri possono essere discordi; mentre nessun disparere può sorgere sulla verità, qui messa in luce, con un esempio calzante, secondo cui la bilancia dei crediti e dei debiti di un paese coll’estero, si deve chiudere in pareggio.

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