Il commercio italiano nel 1901

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 06/03/1902

Il commercio italiano nel 1901

«La Stampa», 6 marzo 1902

 

 

 

La Direzione generale delle Gabelle ha pubblicato di questi giorni la solita statistica annua sul commercio internazionale italiano dell’anno ora decorso.

 

 

È questa – pur venendo a due mesi di distanza dalla fine dell’anno – una delle più celeri statistiche che si siano pubblicate in Italia.

 

 

Eccone i risultati. Come già dicemmo per il 1900, così si può ripetere per il 1901, che fu l’anno di maggior espansione, dopo la costituzione del Regno, del commercio italiano. Dedotti i metalli preziosi, raggiunse la cifra di 3092 milioni all’entrata ed all’uscita.

 

 

L’anno che più si avvicinò a questo massimo fu il 1900 con 3038 milioni, e subito dopo vengono il 1899 con 2937 ed il 1887 con 2610 milioni di lire.

 

 

Ecco uno specchietto del commercio per alcune date precedenti e per gli ultimi cinque anni in milioni di lire (sempre dedotti i metalli preziosi).

 

 

 

Importazione

Esportazione

1870

894

756

1880

1186

1104

1890

1319

895

1897

1191

1091

1896

1413

1203

1899

1506

1431

1900

1700

1338

1901

1717

1374

 

 

Il progresso fu quasi continuo; sebbene la velocità sua sia stata minore dal 1900 al 1901 di quella che fu, ad esempio, dal 1897 al 1898 ed anche dal 1898 al 1899, e per le importazioni dal 1899 al 1900.

 

 

E parrebbe doversene concludere che noi andiamo aumentando il nostro commercio internazionale, ma con una velocità sempre minore.

 

 

Ma sarebbe conclusione affrettata; poiché dal 1900 al 1901 intervenne un fatto notevole, di cui conviene tener conto in tutti questi calcoli: vogliamo accennare al ribasso dei prezzi. Se i prezzi ribassano, si può magari comprare e vendere molto più vino, carbone, tessuti, grano a quintali, a metri e ad ettolitri; ma con tutto ciò la cifra delle importazioni e delle esportazioni in lire e centesimi può diminuire.

 

 

Per poter vedere se il volume del commercio sia aumentato è necessario fare una supposizione: che i prezzi delle merci siano rimasti immutati da un anno all’altro.

 

 

Ora, se noi facciamo questa supposizione, se noi supponiamo, cioè, che anche nel 1901 si siano applicati i prezzi esistenti nel 1900, abbiamo il seguente risultato: L’importazione invece di aumentare da 1700 a 1717 milioni, con un incremento di 17 milioni, cresce da 1700 a 1864 milioni, con un soprappiù di 164 milioni. La esportazione non cresce più soltanto da 1338 a 1374, ma balza da 1338 a 1419, con un guadagno di 80 milioni.

 

 

Il che vuol dire, che se i prezzi fossero rimasti stazionari e non fossero caduti, il nostro commercio complessivo sarebbe aumentato, non di 53, ma di ben 244 milioni.

 

 

In fondo però non dobbiamo essere malcontenti che i prezzi siano ribassati; perché è vero che noi abbiamo vendute le nostre merci all’estero per soli 1374 milioni di lire, invece di venderle per 1419 milioni, rimettendovi 45 milioni; ma è altresì vero che le merci comprate all’estero furono pagate da noi solo 1717 milioni, invece di 1864, con un guadagno di ben 147 milioni, ossia, in sostanza, il ribasso dei prezzi ci fruttò il non indifferente guadagno di 102 milioni.

 

 

Non possiamo dunque lamentarci dell’andamento complessivo del nostro commercio internazionale. Importammo ed esportammo di più. Vendemmo, è vero, le nostre merci ad un prezzo un po’ minore degli anni precedenti, ma la perdita fu ad usura compensata dal fatto che comprammo ad un prezzo ancora minore le merci estere di cui avevamo bisogno.

 

 

Ed ora alcune cifre particolari.

 

 

All’importazione, le materie prime necessarie all’industria che figuravano nel 1900 per 691 milioni di lire, nel 1901 figuravano solo più per 655 milioni di lire, con una diminuzione di 36 milioni di lire. Non ce ne dobbiamo rammaricare. La causa di ciò sta nel ribasso dei prezzi del carbon fossile, di cui comprammo suppergiù la stessa quantità di tonnellate, ma ad un maggior buon mercato notevole.

 

 

Le altre materie necessarie all’industria entrarono per una cifra di 350.3 milioni, invece di 344.8, con un guadagno di 5 milioni è mezzo. Sono gli olii, la seta, i prodotti chimici, ecc.

 

 

I manufatti (petrolio, tabacco, tessuti, acciaio e ferro lavorato, strumenti, ecc., ecc.) entrarono per 353.8 milioni, invece di 373, con una diminuzione di 19 milioni. Segno probabile che le industrie interne vincono la concorrenza di quelle estere in misura maggiore di prima.

 

 

Il punto nero dell’importazione sta nei generi alimentari. Dovemmo spendere 357 milioni invece di 290, con un aumento di 67 milioni; sovratutto a causa del grano, di cui importammo 1,046 mila invece di 732 mila tonnellate, ossia 314 mila in più. Colpa in parte dei cattivi raccolti fattisi in Italia; per cui non c’è che da sperare che non tutti gli anni volgano avverse le vicende atmosferiche. Ma frutto (che noi riteniamo lieto) in parte della cresciuta capacità di consumo delle masse italiane, le quali cominciano a mangiare di più del passato, come molti altri indizi concorrono pure a dimostrare.

 

 

Passando all’esportazione, è da notare innanzitutto una diminuzione di 31 milioni (da 235 a 204) nelle materie prime necessarie all’industria. Brutto segno in parte, perché la diminuzione dipese dall’avere esportato in meno 42 mila quintali di tartaro o feccia di vino, 118 mila quintali di canapa greggia, 8,850 tonnellate di minerale di zinco, 651 mila quintali di zolfo; e qui deve ridestarsi la nostra iniziativa per riconquistare i mercati perduti. Ma indizio d’altra parte che noi troviamo forse più tornaconto a lavorare in casa le nostre materie prime.

 

 

In grande aumento invece di ben 55 milioni (da 449.7 a 505.3) la categoria delle altre materie necessarie all’industria. Ed il grosso dell’aumento è dato da due delle più poderose industrie italiane; quella cotoniera che esporta 36 mila tonnellate di più di filati di cotone e quella serica che esporta 12 mila quintali di più di seta tratta, semplice o torta.

 

 

In aumento pure di 8 milioni (da 303 a 311) l’esportazione dei manufatti. Eccellono di nuovo le due industrie sovradette, quella cotoniera che esporta 24 mila quintali di più di tessuti di cotone e quella serica che esporta 162 mila chilogrammi di più di tessuti ed altri manufatti di seta.

 

 

Lieta e triste nello stesso tempo è l’ultima categoria dei generi alimentari. Esportammo 3700 mila lire in più, passando da 349 a 353 milioni. Ma le vittorie bene auspicanti sono contrastate da dolorose sconfitte. Dolora sovratutto l’industria del vino che ha esportato 540 mila ettolitri in meno; e si accasciano pure, benché in grado minore, le esportazioni dei legumi (13 mila quintali in meno), degli animali bovini (12 mila capi in meno), delle carni, pollame e cacciagione (16 mila quintali in meno) e persino delle uova di pollame (26 mila quintali in meno, ossia da 357 a 330 mila).

 

 

Ma per contro vincono splendide vittorie sui mercati esteri le industrie dei mandorli, noci, nocciuole ed altre frutta oleose (116 mila quintali e 17 milioni e mezzo di lire in più), dell’olio d’oliva (103 mila quintali ed 11 milioni e mezzo in più), delle frutta fresche, degli agrumi, del riso, ecc.

 

 

Dunque, anche se si bada alle cifre particolari, l’anno fu buono. Alcune industrie soffersero durissimi colpi, ma un numero maggiore ebbe vittorie promettenti. Persino le prime a raddoppiare di energia per rimarginare le dolorose ferite e non si arrestino le altre sull’arduo cammino della vittoria. E provvedano tutte insieme affinché una più liberale legislazione sui dazi di frontiera accordi agli italiani il diritto di comprare a buon mercato dall’estero e la sicurezza di poter vendere sui mercati stranieri senza l’ostacolo di dazi proibitivi. Sono questi due termini che non si possono scindere; poiché se vogliamo vendere dobbiamo anche comprare. Ed un sistema proibitivo di dazi intristisce sia la potenza consumatrice, come l’attività produttiva.

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