Il confine italo francese

Tratto da:

L’Opinione

Data di pubblicazione: 06/04/1946

Il confine italo francese

«L’Opinione», 6 aprile 1946

«Risorgimento liberale», 6 aprile 1946[1]

 

 

 

Narrai altra volta lo sforzo durato dalla Casa di Savoia per due secoli tra il 1559 ed il trattato di Torino del 24 marzo 1760 per recare i confini italiani sino alla displuviale alpina. Grazie a questo sforzo, ben più importante per i destini d’Italia di quella che fu detta la politica del carciofo, l’Italia conquistava definitivamente dal punto d’incontro tra la Val d’Aosta, la Savoia ora francese ed i cantoni svizzeri sino al Passo di Collalunga i suoi confini naturali sulle Alpi e si consacrava la pace perpetua tra l’Italia e la Francia.

 

 

L’unità d’Italia non corse mai più grande pericolo di quello durato dal 1800 al 1814 quando, obliterati quei sacri confini posti dalle alte montagne coperte di neve e dalle acque scendenti sulle due versanti al mare, la Francia si spinse sino al Ticino ed alla Magra. Chi ha talvolta occasione di leggere verbali di consigli municipali ed atti notarili di quel tempo della pianura e dei colli piemontesi redatti in lingua francese prova una stretta al cuore. L’affinità dei dialetti, i rapporti millenari statali tra Savoia e Piemonte, innocui sinché le regioni diverse conservavano la loro autonomia in uno stato sostanzialmente informato al concetto pre-federalistico dell’unione personale regia, diventavano pericolosissimi in uno stato accentrato a tipo napoleonico. Se il demone della conquista non avesse condotto Napoleone a Mosca, è dubbio se l’Italia, la quale seppe conquistare l’unità contro il tedesco tanto lontano da noi, avrebbe saputo nella sua parte nord-occidentale resistere alla insinuante assimilazione francese. Il libro di Galeoni Napione in difesa della lingua italiana in Piemonte vinse; ma quanta parte in questa vittoria ebbero l’incendio di Mosca, la battaglia delle nazioni di Lipsia ed il tramonto di Waterloo?

 

 

Certo è che un nuovo affacciarsi della Francia anche per pochi chilometri quadrati, sulla testa delle valli del Saluzzese e del Pinerolese scaverebbe un abisso incolmabile tra le due nazioni sorelle e allontanerebbe grandemente nel tempo l’attuarsi di quegli ideali federativi, i quali hanno a fondamento dall’una e dall’altra parte, il culto delle tradizioni nazionali, della storia passata, della terra nativa, della cultura tradizionale. A che valgono alcuni chilometri quadri al di qua delle Alpi, in confronto dell’umiliazione patita da un popolo, il quale può rinunciare con un trattato liberamente sottoscritto, a costruire fortezze ed a tenere soldati lungo i tratti di confine eventualmente minacciosi ai vicini, ma non può dimenticare che per secoli i suoi antenati morirono e vissero in povertà per riuscire a diventar padroni in casa propria?

 

 

Assai meno semplice è la situazione del tratto meridionale del confine italo-francese, il quale va dal passo di Collelunga al mare. In questo tratto vi è netto contrasto fra i confini segnati dalla natura e l’attuale confine politico fra Italia e Francia.

 

 

Dal passo di Collelunga sino al Monte Clapier l’Italia scende sul versante francese delle Alpi sui terreni cosiddetti di caccia. Il tracciato è strano e fa occupare dall’Italia le testate delle valli della Tinea e della Vesubia, le quali scendono su Nizza, Villafranca e Monaco-Mentone. La storia recente, quella del trattato del 24 marzo 1860, per cui la contea di Nizza fu ceduta alla Francia disse che quelle teste di valle furono concesse da Napoleone III per condiscendere al desiderio di Vittorio Emanuele II di conservare quei terreni, famosi per le cacce ai camosci, di cui Vittorio Emanuele era appassionato. Al pretesto si fece ricorso, sì, durante quelle trattative; ma la verità storica era che quelle terre non avevano mai storicamente fatto parte della Contea di Nizza, appartenendo invece ai comuni piemontesi di Vinadio, Valdieri ed Entraque, venuti a casa Savoia per separati acquisti, il primo per dedizione spontanea nel 1388 e gli altri due per cessione fattane nel 1389 da Giorgio e Carlo marchesi di Susa. Poiché nel 1859 il Piemonte aveva promesso, se la Lombardia fosse stata liberata coll’aiuto delle armi francesi, di cedere alla Francia il ducato di Savoia e la contea di Nizza e poiché Napoleone III si irrigidì nel pretendere, sino all’ultima zolla, l’intera contea di Nizza, era pur ovvio che il Piemonte non vi aggiungesse, spontaneamente per liberalità graziosa, terre estranee alla contea medesima. Accadde perciò che l’Italia unita si affacciasse e si affacci tuttora per quel tratto al di là della displuviale alpina.

 

 

In compenso – e quale compenso! – la Francia ebbe, grazie alla cessione di Nizza, il saliente detto di Saorgio. Qui la displuviale alpina è abbandonata, chè a seguitarla si entrerebbe nel cuore della Liguria. Quale sia il confine naturale, a partire dal monte Clapier, fra Italia e Francia è disputabile. Gli antichi l’avevano portato al fiume Varo e tale, dopo l’intervallo medioevale, era ritornato ad essere il 20 settembre 1388, quando Nizza ed il suo contado si erano dati spontaneamente ai Savoia. Saorgio, Fontan e Breglio appartenevano alla contea e rimasero ai Savoia, eccetto l’intervallo napoleonico dal 27 aprile 1796 (Armistizio di Cherasco) al 20 maggio 1814, sino al momento della cessione alla Francia.

 

 

Non facevano parte storicamente della contea di Nizza, né l’alta valle della Roja, che i Savoia avevano avuto in parte nel 1406 (Briga e Limone) da Pietro e Ranieri Lascaris ed in parte il 12 marzo 1575 quando Renata d’Urfè, contessa di Tenda, aveva ceduto il suo feudo, in cambio di certe terre in quel di Rivoli e di Baugè; né la bassa valle della Roja, che aveva appartenuto, con Ventimiglia, a Genova sino a quando tutta la Liguria fu riunita al Piemonte in virtù del Trattato di Vienna nel 1814.

 

 

Accade oggi perciò che la valle della Roja, geograficamente italiana, non appartenga tutta né alla Francia né all’Italia. Il confine naturale agli occhi degli italiani è quello che dal monte Clapier discende per la Cima del Diavolo, Aution, il Monte Mongiabò, il Col Bruis ed il confine attuale sino alla riva del mare. L’ideale italiano sarebbe uno scambio di territori: i terreni di caccia (ora italiani) alla Francia ed il saliente di Saorgio (ora francese) all’Italia. I terreni di caccia sono più ampi in chilometri quadri; il saliente di Saorgio è più popoloso.

 

 

Due volte l’Italia trascurò l’occasione buona per ottenere i suoi confini naturali verso Nizza: nel 1859 quando il conte di Cavour, mosso dalla grande impazienza di conquistare Napoleone III alla causa italiana non volle impicciolire questa insistendo preventivamente sulla necessità di staccare il saliente di Saorgio dalla contea di Nizza, cedendo questa alla Francia e conservando quello all’Italia. Napoleone III, a cose fatte, volle la cessione di tutta la storica contea. La lettera dell’accordo era a suo favore ed il sacrificio fu compiuto. La seconda occasione fu nel 1915, quando l’Italia poteva richiedere il cambio fra le terre di caccia ed il saliente di Saorgio come condizione del suo intervento a fianco degli alleati. A Roma la voce di pochi piemontesi sempre memori di quell’errore non fu allora ascoltata.

 

 

Oggi, a guerra perduta, talune voci in Francia si sono alzate a chiedere che il confine venga portato in qua, al limite orientale della Valle della Roja, col suo sbocco naturale di Ventimiglia.

 

 

Fa d’uopo confessare che il momento non è adatto a risolvere la questione. Il confine politico attuale è per fermo irrazionale. Da un lato dà all’Italia i terreni di caccia posti sul versante francese; dall’altro taglia in due la valle della Roja e con ciò taglia in tre tronconi la ferrovia che dal colle di Tenda va al mare: un primo tratto dal colle sino a sopra Fontan in territorio italiano; il secondo, da Fontan a un punto sotto Breglio in territorio francese e quindi di nuovo in territorio italiano. Il viaggiatore che da Cuneo va a Ventimiglia, attraversa due volte il confine politico e due volte deve rammostrare passaporti e documenti. I sacrifici sostenuti dall’Italia per la costruzione della Cuneo-Breglio e di qui, biforcandosi, per Ventimiglia da un lato e Nizza dall’altro lato, sono stati in notevole parte resi vani dalle fastidiose formalità confinarie.

 

 

Oggi, tuttavia, resi impotenti, a causa della sconfitta, a chiedere una sistemazione definitiva, dobbiamo resistere a modificazioni della linea di confine, le quali tenderebbero a portar via all’Italia terre le quali sono nostre, come l’alta Valle Roja, dal principio del 1400 o furono sempre genovesi come la bassa valle con Ventimiglia; e con essa le tre centrali elettriche del complesso di S. Dalmazzo di Tenda con una potenza di Kw. 53 mila, oltre un terzo di tutta la potenza complessiva installata nella Liguria, con parziale paralisi di uno dei maggiori gruppi industriali liguri, che impiega circa 50 mila operai.

 

 

Poiché il problema non può essere risoluto razionalmente, il partito più opportuno è non risolverlo affatto.

 

 

Speriamo nell’avvenire. La tragedia della guerra dovrebbe aver persuaso francesi ed italiani che lo spirito di conquista e di dominazione conduce le nazioni verso l’abisso. Il problema, che pur esiste, del confine meridionale italo-francese non può e non deve essere risoluto dalle armi. Importa invece espellere l’irrazionale dalla mente degli uomini; e l’irrazionale ha nome di passaporti, visti, dogane, divieti di immigrazione e emigrazione. Quando queste invenzioni diaboliche saranno messe nel nulla; quando nessun doganiere o carabiniere o gendarme visiterà merci o viaggiatori e controllerà il loro passaggio attraverso la frontiera, questa diventerà una mera linea amministrativa. Le ferrovie e le strade serviranno al loro scopo, che è quello di rendere possibili i traffici e non di vietarli, come accade oggi, fra stato e stato. Da Cuneo al mare e viceversa, gli uomini sceglieranno la via e la valle e la strada che di volta in volta sembreranno più comode. Ognuno parlerà la lingua, italiana e francese, ligure o piemontese che nelle diverse contingenze della vita sarà più opportuno; e se gli abitanti delle terre di confine parleranno parecchie lingue e dialetti, essi saranno perciò più istruiti e colti e ricchi. La soluzione dei problemi di confine, i quali, come quelli della contea di Nizza, affondano le loro radici in una storia multisecolare, non può essere data dai cannoni o dalle fortificazioni. Tolgansi di mezzo gli ostacoli artificiali che l’errore economico oppone alla fratellanza dei popoli; si sostituisca alla linea doganale, che divide, la lega doganale, che affratella; ed in una Europa unificata economicamente, anche la Valle Roja, unico pomo di discordia rimasto fra Italia e Francia, diventerà strumento di gara feconda tra i due popoli fratelli.

 

 



[1] Pubblicato lo stesso giorno col titolo La questione della val di Roja e il confine meridionale fra l’Italia e la Francia [Ndr.].

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