Il conflitto

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/04/1922

Il conflitto

«Corriere della Sera», 5 aprile 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 644-648

 

 

 

 

Ha fatto molto bene l’on. Tittoni a porre nei suoi veri termini il conflitto di cui si parla fra senato e camera.

 

 

Gli oratori, i quali alla camera si sono pronunciati contro l’atteggiamento assunto negli ultimi tempi dal senato, hanno parlato di spirito di reazione dominante nella camera alta. È comodo porre il problema in tal modo; ma non è rispondente a verità. La discussione non è, come hanno affettato di credere gli on. Modigliani, Mauri e compagni, fra il senato agrario, difensore dei proprietari di terre e di case, censitario e la camera tutrice dei diritti dei contadini e degli operai. Questa è una alterazione consaputa ed oratoria del problema. Sarebbe curioso ed interessante fare un confronto tra il reddito medio dei componenti delle due camere. Contrariamente alle apparenze, delle due camere, la meglio provveduta finanziariamente con tutta probabilità non è quella senatoria. In questa abbondano impiegati e pensionati, civili e militari, i quali non hanno certo la prerogativa della ricchezza. Attraverso ad una grande dignità esteriore, si intravvedono non di rado sacrifici nobilmente e silenziosamente sopportati. Neppure la esistenza di una categoria di senatori nominati per censo è ragion bastevole per far credere che il senato rappresenti categorie privilegiate. Con le altissime aliquote attuali delle imposte, basta avere 20.000 lire di reddito all’anno, talvolta anche meno, ed avere la ventura o la sfortuna di averle tutte registrate nei ruoli fiscali, per pagare 3.000 lire d’imposta ed avere il titolo alla eleggibilità senatoria. La differenza più importante tra i senatori ed i deputati dal punto di vista economico – e ne parliamo solo perché alla camera si insistette tanto sul carattere reazionario e latifondista del senato – è forse la seguente: che per la loro età più alta e per la loro composizione sociale i senatori hanno redditi sotto forme più visibili: stipendi, pensioni, redditi di terreni e fabbricati, titoli nominativi; mentre per la maggior giovinezza e le professioni militanti e liberali, i deputati hanno redditi più oscillanti e meno apprensibili all’imposta. La nominatività dei titoli ha incontrato le prime palesi ostilità nel gruppo socialista, il quale fu il solo, all’epoca della demagogia finanziaria giolittiana, a fare qualche pubblica riserva in proposito. Tutto ciò che si può dire oggi con fondamento di realtà è che il senato è forse più sensibile alla pressione tributaria, perché i redditi dei suoi componenti sono più gravati di balzelli. Da questo punto di vista, il senato potrebbe socialmente essere considerato in prevalenza come l’emanazione di quelle classi medie, proprietarie, esercenti professioni liberali, burocratiche, le quali sono state le più danneggiate dalla guerra. I nuovi ricchi, i beneficiari dei rivolgimenti monetari recenti hanno nel suo seno rappresentanti scarsi e privi di influenza. Non sappiamo se altrettanto si possa dire della camera elettiva.

 

 

Nella camera alta, come bene ha proclamato l’on. Tittoni, è vivo il senso non della difesa degli interessi costituiti, ma della difesa del diritto e della costituzione. Gli interessi costituiti possono essere turbati; né sarà certo il senato quello che vorrà o potrà opporre una barriera ai mutamenti legislativi. Nell’ambiente di palazzo Madama c’è una repugnanza profonda e crescente contro le mutazioni per arbitrio del governo. L’on. Mauri ieri, come poco prima, in altro argomento, l’on. De Vito, ha esposto con ingenuità ammirabile una teoria stupefacente. Costoro dicono cose, le quali avrebbero eccitato l’indignazione dei nostri padri, i quali lottarono per abbattere i governi assoluti; e le dicono, ciò che sovratutto addolora, coll’aria dell’innocenza più candida. Ad essi fare un decreto-legge sembra cosa altrettanto ovvia come contemplare il sole di mezzogiorno. Quando si trattò di estendere i comitati di conciliazione dalle vecchie alle nuove province, l’on. Mauri ha pensato di apportarvi una piccola variante; rendere le sentenze dei comitati obbligatorie nelle nuove, mentre nelle vecchie province erano puramente indicative di un’opinione non costrittiva. Una cosa da nulla, non è vero? O forse non era consigliata dall’esperienza? Poi si accorse, anche per effetto di lettere e telegrammi di organizzatori suoi correligionari, che quella piccola novità poteva essere reimportata nel vecchio regno e fece a tal fine un decretino, di poche righe. Che cosa c’è di più ovvio di tutto ciò? C’era bisogno di disturbare camera e senato per così poco ?

 

 

Qui è il vero conflitto tra le due camere. Non sulla sostanza del decreto. A parere di molti senatori e di qualche deputato il decreto è sostanzialmente reazionario, se almeno si definisce per «reazione» un movimento inteso a farci ritornare verso forme produttive non compatibili con la necessità di produrre molto e di far vivere largamente le varie classi produttive, verso forme produttive non distinguibili in sostanza dalle medievali corporazioni d’arti e mestieri e dalle caste ereditarie e adatte solo a condizioni misere di esistenza. Non è però sulla sostanza che ora si discute. Il punto del conflitto sta nel sapere se si debba o no discutere su una qualunque proposta prima di tradurli in formula legislativa o se si debba invece delegare al governo la facoltà legislativa. Il senato dice che si deve discutere, afferma che i decreti-legge, di qualunque genere, anche se sancissero una norma carissima alla maggioranza dei senatori, sono incompatibili in uno stato libero e costituzionale. La camera invece loda i decreti-legge ed invita il governo a farne dei nuovi. Persino l’on. Meda, uomo temperato di governo e vecchio parlamentare, presenta ordini del giorno per invitare il governo a presentare decreti-legge.

 

 

Che ciò facciano socialisti e popolari, è abbastanza logico. Amendue questi partiti appartengono a chiese, le quali si giovano della libertà solo per distruggerla. Quando si odono socialisti e popolari invocare la libertà e partecipare a congressi in difesa della libertà di stampa, si sente che essi parlalo una lingua straniera. Chi ha un credo da attuare, è intollerante. Quando si vuole la dittatura del proletariato non si può volere la libertà delle altre classi, neppure la libertà di discutere. Né possiamo dimenticare che gli scrittori cattolici ripetutamente hanno dichiarato la libertà di stampa e di scuola essere uno stadio intermedio, tollerabile sinché la società non voglia ritornare cattolicamente unita alla professione dell’unica verità affermata dalla chiesa. Si capisce perciò che quando essi sono al potere o vi influiscono per interposta persona, socialisti e popolari non abbiano scrupoli nella scelta dei mezzi con cui attuare il loro credo. Se c’è a portata di mano il decreto-legge, e se questo evita i fastidi di una discussione, tanto meglio.

È invece incomprensibile che a questa teoria diano mano i non­socialisti e i non-popolari. Salvo la sparuta minoranza di destra, anch’essa scissa internamente, nessuno si fece vivo alla camera per difendere il principio in base a cui è sorto e vive lo stato costituzionale moderno. Il principio dice: qualunque novità può essere introdotta nella legislazione, quando essa sia preceduta da una pubblica discussione. Il decreto-legge e la legge ordinaria in fondo si diversificano solo per ciò: che il primo è preparato in segreto ed esce alla luce improvvisamente; la seconda è preparata bensì dal governo; ma questo non la può mettere in vigore, senza una previa pubblica discussione. Col decreto-legge si creano posizioni acquisite, fatti compiuti che dopo non possono più essere distrutti; si tiene conto dei desideri solo di coloro che desideravano o prevedevano la norma. La procedura normale della legge è una garanzia per tutti; per i ricchi e per i poveri, per i credenti ed i miscredenti per gli interessati in un senso e gli interessati in un altro senso. Presentato il disegno di legge al parlamento, tutto il pubblico ne ha notizia. Ognuno può calcolarne le conseguenze; considerarlo dal punto di vista della propria esperienza. Ognuno può aver qualcosa di utile da osservare, qualche modificazione vantaggiosa da suggerire: qualche fondata obbiezione da sollevare. Si evitano errori, i quali potrebbero essere irrimediabili. Si impedisce il danno e la vergogna di vedere inosservate le norme, emanate in furia da gente priva di esperienza e di dottrina.

Non basta l’esistenza di una coalizione nel gabinetto ad impedire le sopraffazioni di un partito. Praticamente, ogni ministro è quasi sovrano nel campo specifico della propria competenza. Solo un presidente molto energico e molto autorevole potrebbe impedire che il ministro popolare d’agricoltura legiferi popolarmente e quello socialistoide del lavoro legiferi socialisticamente, quando si può legiferare per decreto-legge. Il compromesso, che è l’anima dei governi rappresentativi, si converte in una bassa tolleranza delle reciproche prepotenze, invece di essere la risultante di parecchie volontà contrapposte in aperta gara. La lotta contro il decreto-legge doveva perciò partire dai partiti liberali e democratici della camera. Non ingaggiare tale lotta, significa per quei partiti rinunciare alla propria ragion d’essere; significa ridursi alla condizione di umili caudatari dei due partiti organizzati di classe. Chi non ha un’idea da difendere, ma abbraccia supinamente quelle dell’avversario, merita di scomparire. E scomparirà. La difesa dell’idea liberale, che è l’idea della discussione pubblica, fu assunta dal senato e non è meraviglia che contro di esso si rivolgano le ire dei partiti nemici della discussione e della libertà. Non dicano però essi che la lotta è fra la reazione plutocratica e la democrazia operaia e contadina. L’accusa è fantastica ed ipocrita. La lotta è fra lo spirito di tirannia inerente nei partiti di setta, socialisti e popolari, e l’idea liberale. Per accidente, in assenza di un partito liberale forte e bene organizzato nella camera elettiva, la difesa dell’idea liberale è stata assunta dalla camera alta, dove vivono ancora molti uomini, i quali non sanno persuadersi che i sacrifici secolari durati nel formare lo stato italiano siano stati vani. Appunto perché si tratta di una lotta tra due idee, essa va oltre gli istituti che le impersonano. Essa è lotta alta e solenne; e sarebbe una sciagura se essa finisse con la vittoria dell’idea oscurantistica tiranna, nemica della libera discussione. Come non vedere che sono in giuoco le conquiste più sacre per l’elevazione e la libertà umana? Le bastonate e le distruzioni di cui giustissimamente si lamentarono ieri a Roma i rappresentanti della stampa italiana sono fatti gravi. Ma il decreto-legge è ben peggio dell’incendio e del saccheggio delle tipografie dei giornali; è l’annullamento assoluto della funzione più nobile della stampa, che è il diritto di discutere in tempo gli atti di chi detiene il potere politico e può, ove non sia frenato, disporre a suo libito della vita e degli averi dei cittadini.

 

 

Torna su